Non di rado il periodo luttuoso che abbiamo da poco vissuto è stato definito come una vera e propria tragedia. Termine che, etimologicamente parlando, è di per sé piuttosto infelice visto che dovrebbe avere a che fare solo con il mondo del teatro e, dunque, della finzione (dal greco “canto dei capri”, ovvero le maschere che indossavano gli attori ellenici). Ma, a ben vedere,tragedia è parola che ben si presta a descrivere la situazione dei teatri italiani – e non solo – dopo questo lungo periodo di lockdown: secondo la struttura della tragedia greca, infatti, l’ultimo atto (esodo) è costituito dall’intervento di un deus ex machina che risolve situazioni altrimenti irrimediabili.Con le dovute proporzioni e fuor di metafora, anche i nostri teatri hanno oggi urgente bisogno di una sorta di deus ex machina che ne assicuri la regolare ripresa nel post-covidico.

Nonostante l’ultimo dpcm garantisca la ripartenza dell’apparato artistico-culturale (teatri, cinema, musei) le ampie limitazioni dovute al distanziamento sociale portano i gestori di queste strutture ad essere estremamente realisti e a volare basso. «L’apertura al pubblico di cui parlano i giornali è, di fatto, simbolica: i teatri riapriranno davvero quando potranno avere l’agibilità totale delle sale». A smorzare gli entusiasmi è Fioravante Cozzaglio, direttore artistico del teatro Carcano di Milano che preferisce la cautela all’entusiasmo da riaperture: «Noi, fra ottobre e dicembre, abbiamo in programma spettacoli che normalmente fanno il tutto esaurito (mille persone) come quello di Vittorio Sgarbi, o di Alessandro Barbero. Con l’obbligo di dimezzare i posti a sedere, ci ritroveremo o a raddoppiare le date o a dover mandare via la gente e rimborsare i biglietti, opzione che non vorremo nemmeno tenere in considerazione. Senza contare poi che alcuni spettacoli di questa stagione sono andati persi, mentre altri saranno recuperati, sì, ma fra un anno come la permanenza di un mese nel nostro teatro di Biagio Antonacci che è stata posticipata all’ottobre 2021».

Un duro colpo, quello subito dai teatri italiani, che ora hanno voglia di ripartire e di tornare a svolgere il loro compito di aggregatore sociale. Non a caso lo slogan del Carcano per la prossima stagione sarà “Legittimo assembramento”. «Dal punto di vista della resistenza economica – prosegue Cozzaglio -, se non ci fossero stati gli aiuti della comunità saremmo già falliti (noi come tutti i teatri italiani). Per fortuna, seppure con ritardo, i sussidi stanno arrivando proprio in questi giorni: come la cassintegrazione per i dipendenti e l’acconto del ministero».

Anche il Carcano durante il lockdown si è mosso sul web per mantenere vivo il rapporto con il proprio pubblico. L’ha fatto con un ciclo di incontri sul tema del “dopo” pensati e realizzati dal professore Paolo Colombo dell’Università Cattolica: «Non credo che il lavoro sul web sia sostitutivo dello spettacolo dal vivo, casomai è complementare – rileva Cozzaglio -. Francamente, credo che l’ambiente teatrale e dello spettacolo abbiano una specificità che non si può cancellare o surrogare: anche il teatro, in fondo, è uno sport di contatto per usare una terminologia molto in voga.Quello che abbiamo fatto tramite i social è stato, più che altro, un importante lavoro sotto-traccia: ci ha aiutato a ricucire la tela (il rapporto con il pubblico) che si era strappata con l’inizio della quarantena. Tenere aperto ora significa riavviare pian piano il rapporto di fiducia con la gente che ha voglia di tornare a sedersi in platea».

Dall’Italia alla Gran Bretagna, la condizione economica in cui versano le istituzioni teatrali è drammatica, nonostante gli sforzi della ripartenza. Ci vorrebbero piogge di fondi e soluzioni virtuose da parte di qualche mecenate, un deus ex machina per salvare l’ultimo atto di questa tragedia

Se in Italia la situazione dei teatri non è delle più rosee, in Gran Bretagna si rischia addirittura il collasso. A denunciarlo, tra gli altri, è stata Sonia Friedman, famosissima produttrice teatrale e tra le voci più autorevoli del West End londinese. Oltre mille teatri potrebbero chiudere definitivamente entro la fine dell’anno e il 70% delle compagnie artistiche potrebbe scomparire. Lo stesso National Theatre ha annunciato che potrebbe tagliare il 30% del suo personale se non riceverà ulteriori aiuti. La chiusura da lockdown ha comportato, fino ad ora, la perdita di 330 milioni di sterline in meno di 3 mesi.

William Ward, corrispondente da Londra per Panorama e per Il Foglio, ha ben chiara – da appassionato di teatro quale è – la situazione: «La mia amica Sonia (Friedman, ndr) tende ad esprimersi in modo spesso drammatico provenendo lei dal mondo del teatro, ed è giusto che lo faccia: deve agitare le acque con i suoi interventi sperando di accrescere la coscienza pubblica.Io penso che prima o poi si troveranno dei modi per aiutare i teatri e le compagnie inglesi, penso a dei sussidi o a dei prestiti governativi. Ho sentito recentemente un collega che mi ha parlato di una coppia di suoi amici italiani che hanno un ristorante a Covent Garden: mi diceva che lo Stato britannico ha offerto loro un prestito di 50mila sterline pur di riaprire a settembre. Se questa cifra può essere stanziata per un ristorante, figuriamoci per i teatri che in Inghilterra sono una vera istituzione».

“Il mondo del teatro non può offrire il takeaway” ha denunciato la Friedman sul Telegraph. Eppure, alcune strutture teatrali inglesi hanno trovato un bell’escamotage per stare vicini al loro pubblico, come racconta Ward:«Molti teatri hanno deciso di trasmettere su YouTube o sui social degli spettacoli di loro produzione e precedentemente registrati. Un’iniziativa che ha ottenuto ottimi risultati perché ha, in un certo qual modo, mantenuto alta l’aspettativa di tornare in platea e godere degli spettacoli veri e propri. C’erano addirittura degli intervalli all’interno del registrato per simulare i tempi teatrali». Ma non è questa l’unica iniziativa adottata Oltremanica: un collettivo di attori britannici ha lanciato il progetto Cameo per auto-finanziarsi in questo periodo economicamente difficile: «Tu paghi secondo un tariffario prestabilito e un famoso attore a tua scelta ti chiama a casa e ti recita un breve discorso – racconta Ward -. Ho saputo di questa bizzarra iniziativa da una mia vicina di casa che ha una cotta per diversi attori di musical e ha volentieri usufruito del servizio: lei paga tra 100 e 150 sterline per ricevere la chiamata di queste stars britanniche».

Nel periodo di convivenza con il virus ci sarà poi un ulteriore problema da affrontare, come denuncia Ward:«Quasi tutti i teatri londinesi sono delle bellissime architetture dell’Ottocento. La difficoltà è che, a livello logistico, sono strutture piuttosto superate per i nostri tempi: le toilette sono poche, gli spazi per entrare e uscire sono stretti, le misure antincendio sono mancanti. Insomma, non ci sarebbero gli estremi per il distanziamento sociale».

I foyer sono ancora deserti, le poltroncine vuote e i palcoscenici custodiscono solo il ricordo degli atti recitati. Il teatro vuole tornare ad animarsi dopo un lungo e sofferto periodo di inattività forzata.Una tragedia che può ancora finire con uno scroscio di applausi: non ci vuole un deus ex machina, basterebbe il calore del pubblico e la presenza scenica degli attori.