La fase 2 avrebbe dovuto coincidere con la riapertura delle attività commerciali, ma non è accaduto proprio così. Molti esercizi, fra i bar e i ristoranti soprattutto, hanno preferito, conti alla mano, restare chiusi. In altri casi, invece, sono state le Regioni a disporre le aperture in base alle rispettive valutazioni.

Il 13 giugno hanno riaperto le sale slot, bingo e scommesse in undici regioni (Abruzzo, Sicilia, Puglia, Piemonte, Basilicata, Campania, Sardegna, Friuli, Valle d’Aosta, Umbria e Lombardia); nelle altre, invece, tutte le attività ricominceranno entro luglio. In questo caso, al contrario del settore della ristorazione, si è tuttavia trattata di un’apertura omogenea, che ha riguardato in sostanza tutte le attività del ramo delle scommesse – composto spesso da aziende di media impresa con più di 250 dipendenti e con importanti costi fissi derivanti, ad esempio, dall’affitto delle sale e da costosi canoni di concessione; per queste imprese e per i loro lavoratori, la riapertura è stata obbligata.Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, nel 2019 gli italiani hanno speso oltre 74 miliardi di euro nel gioco d’azzardo, con un guadagno per l’erario di più di 10 miliardi.

Il 13 giugno hanno riaperto le sale slot, bingo e scommesse in undici regioni italiane: un settore con un grande fatturato, considerato che nel 2019 gli italiani hanno speso oltre 74 miliardi nel gioco d’azzardo, con un guadagno di più di 10 miliardi per l’erario

Antonio ha 30 anni, e ha iniziato a scommettere sulle partite di calcio da almeno dieci, cioè da quando ha cominciato a lavorare a tempo pieno come operaio edile. «Non metto più di 200 euro al mese – ci tiene a specificare – anche perché per me non è una dipendenza, ma una parte della mia routine. Di solito riesco a compensare quello che perdo con qualche altra vincita; una ogni due-tre mesi, più o meno. L’importante è sapersi dare una regolata, anche se non è così semplice per tutti».Prima dello scoppio della pandemia, Antonio andava nella sua sala scommesse di fiducia il martedì («per la Champions, difficile da prendere, ma divertente») e il sabato («il mio giorno libero, dove posso dedicarmi alla mia bolletta sulla Serie B»); per giocare, ma anche per guardare e commentare in compagnia le partite, in onda sui tanti schermi posizionati nelle sale. Nonostante la riapertura, questo genere di ritrovo potrebbe essere vietato, per Antonio e molti altri giocatori.

«Quella sulla trasmissione delle partite è una scelta presa direttamente dai vertici delle varie agenzie di scommesse» rivela un dipendente di un centro scommesse, che preferisce però restare anonimo.«In generale, la tendenza è quella di adattarsi alle disposizioni regionali e farle rispettare il più possibile; evitando di dire in maniera esplicita cosa sarà proibito, per non offrire vantaggi indiretti alla concorrenza, ma anche gestendo il tutto con buon senso. Perché il gioco è mal visto da tanti, e quindi c’è il timore che la categoria potrebbe essere soggetta a più controlli del dovuto».

Secondo uno studio di Agimeg, dall’inizio del lockdown le sale bingo avrebbero perso fino al 60%. Il settore delle scommesse sportive, invece, tra il 50 e il 70%; questo, nonostante la crescita del gioco online.

Dichiarazioni che non sorprendono Maurizio Brodo, redattore di Jamma, testata specializzata nel campo delle scommesse.Secondo Brodo, molti problemi risiedono nei protocolli disposti, che ad esempio «mettono sullo stesso piano ristoranti e sale da gioco. Queste ultime – dice – sottostanno però a un regime di autorizzazioni diverso, gestito direttamente dalle varie questure, per via della tutela dell’ordine pubblico: se c’è un’ombra, che può essere anche una multa per un assembramento, la licenzia rischia di saltare per sempre».

Tavolo da gioco a Bingo Washington

Seguire i protocolli in maniera anche più stringente rispetto al previsto, risulta dunque essere un’esigenza, oltre che un modo per invogliare i clienti a tornare a giocare. Un solco in cui si inserisce la riapertura, avvenuta puntuale alle 6 del mattino di lunedì scorso, di Bingo Washington, una delle sale più note a Milano. «Abbiamo predisposto tutto per ridurre al minimo il rischio contagio, per la tutela dei clienti e dei nostri dipendenti» commenta Fabrizio Giani, il direttore della sala.

Oltre all’adozione delle misure standard previste dal protocollo (misurazione della temperatura all’entrata, obbligo di mascherina durante la permanenza e consegna di un pennarello igienizzato), Giani sottolinea proprio il forte dispiegamento di risorse e personale in chiave anti-Covid: «Ad esempio, i tavoli sono divisi da lastre di plexiglas che tagliano la superficie in quattro postazioni, ognuna delle quali viene igienizzata dai nostri venditori ogni volta che qualche cliente la utilizza; ogni posto sarà dotato di un cartellino, rosso da un lato e verde dall’altro, a indicare appunto se la postazione è stata o meno sanificata, ma che avverrà comunque entro cinque minuti circa. Il nostro protocollo è anche più impellente rispetto a quello disposto dalla regione Lombardia».

«La risposta dei clienti è stata buona – prosegue Giani – però un po’ di calo sembra esserci, anche se sono passati solo pochi giorni dalla riapertura, quindi forse è presto per dirlo». Secondo uno studio di Agimeg, dall’inizio del lockdown le sale bingo avrebbero perso fino al 60%. Il settore delle scommesse sportive, invece, tra il 50 e il 70%; questo, nonostante la crescita del gioco online.