Il primo febbraio, l’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal trattato sulle Forze nucleari intermedie (Inf), sottoscritto nel 1987 tra Usa e Unione Sovietica. Il patto, che impone la distruzione in entrambi i Paesi di tutti i missili a medio e corto raggio, segnò ai tempi l’inizio della fine della Guerra fredda tra le due potenze. Entro sei mesi, ora, Trump dovrà dare seguito al proprio annuncio: e se così fosse, lo scenario internazionale potrebbe precipitare verso una nuova corsa agli armamenti. Il presidente russo Vladimir Putin, infatti, ha già fatto sapere di non voler stare a guardare: una volta che gli Stati Uniti escono dall’accordo, i patti saltano.

Incontro da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986

Incontro tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, 1986

La proliferazione di missili a raggio intermedio è stata una delle principali fonti di instabilità in Europa nei primi anni ‘80, quando gli armamenti posizionati nella parte orientale dell’Unione Sovietica avrebbero potuto colpire obiettivi in Europa occidentale. Così gli Stati Uniti reagirono dispiegando nei Paesi Nato i propri missili. Fino a quando, l’8 dicembre 1987, il presidente americano Ronald Reagan e quello russo Mikhail Gorbaciov si accordarono per la distruzione degli armamenti durante un vertice a Washington. A seguito del patto furono smantellati 2.692 missili, 846 americani e 1.846 russi. Se il trattato Inf cesserà di esistere, l’unico accordo tra le due superpotenze sulle armi nucleari resterà il New strategic arms reduction treaty (New start) firmato l’8 aprile del 2010, che fissa, per entrambe le parti, il limite di 1.550 tra testate e bombe nucleari. La sua scadenza, tuttavia, è fissata per il 2021, e nessuno sembra intenzionato a volerla prolungare.

L’annullamento del trattato Inf eliminerebbe anche il sistema di verifica espansiva sviluppato dai due Paesi sin dagli anni ‘70. Ciò significa che gli Stati Uniti perderebbero l’accesso a preziose informazioni su ciò che la Russia sta facendo in casa propria, senza possibilità di obiezioni. Perché, dunque, questa scelta? The Donald ha accusato la Russia di aver violato i patti, sviluppando e iniziando a dispiegare il missile da crociera Novator 9M729, ritenuto da Putin, invece, tra gli armamenti ammessi dal trattato. Secondo i russi, lo sviluppo non sarebbe altro che una risposta allo scudo antimissile schierato dagli Usa in Polonia e Romania, dotato di radar e missili avanzatissimi. Sorge spontanea, però, la domanda se dietro questo scambio di accuse non si nascondano in realtà motivazioni diverse. Dietro le schermaglie nucleari potrebbe nascondersi una partita diversa: la “guerra stellare” per il predominio nello spazioAd esempio la nuova corsa agli armamenti per la conquista dello spazio: la cosiddetta “guerra stellare” di Donald Trump. Il presidente americano vuole il predominio Usa nello spazio, e non ha nessuna intenzione di perdere la sfida con Russia e Cina in quello che considera il campo di battaglia del futuro. Tanto da star già lavorando sul progetto “Space Force”, una vera e propria armata spaziale, che diventerà la sesta branca delle forze armate statunitensi, accanto all’esercito (Army), alla marina militare (Navy), all’aeronautica (Air Force), al corpo dei Marine e alla Guardia costiera. Un ambito, quello spaziale, in cui già Mosca e Pechino stanno facendo passi da gigante, e su cui il Pentagono si trova costretto a rincorrere. Trump ha annunciato una forza spaziale pronta per il 2020, che comprenderà uno “Space Command” che avrà risorse dedicate e guidato da un generale a quattro stelle. In questa prospettiva, il trattato Inf risulterebbe uno scomodo ostacolo. Ma a far saltare il patto sarebbe anche l’entrata in scena di una nuova super potenza, la Cina. Che di certo negli ultimi anni non è stata con le mani in mano. Ecco perché un patto bilaterale oggi ha poco senso: limita, per quanto riguarda il nucleare, solo due grandi potenze su tre, creando squilibri internazionali. Motivo per cui l’annullamento dell’accordo ha trovato il consenso anche dell’Europa e della Nasa. In conclusione, dunque, non possiamo che chiederci: siamo davanti all’esordio di un nuovo ordine mondiale?

La grande armata cinese

Le fonti dirette da Pechino scarseggiano, quindi, per comprendere la questione, si può solo affidarsi a un report americano uscito nelle prime settimane del 2019: “China military power, modernizing a force to fight and win”, pubblicato dalla Dia, l’agenzia militare d’intelligence americana, che analizza gli obiettivi, la strategia, i piani, l’organizzazione e la struttura della forza militare che spaventa gli Usa. L’esercito cinese dispone di oltre mille missili nucleari di medio raggio, una serie di missili balistici antinave e da crociera, che renderebbero vulnerabili le portaerei americane, e di alcuni dei più moderni sistemi militari del mondo, che coprono aria, mare e spazio.

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Xi Jinping e Vladimir Putin

Insieme alla Russia, la Cina ha investito pesantemente in armi che superano in astuzia quelle americane, come le armi ipersoniche e l’intelligenza artificiale. Non solo: entro il 2035 potrebbe dotarsi di una flotta di sei portaerei da guerra, aggiungendo alle due già esistenti quattro vascelli a propulsione, anche se il timore maggiore per Trump è che Pechino riveda la strategia di lungo corso del “no first use“, che prevede l’impiego di armi nucleari solamente a fini difensivi. L’espansione cinese è però un obiettivo a più ampia portata. Il presidente Xi Jinping sta riorientando la sua politica estera in direzione espansionistica e offensiva sul piano economico, in funzione anti-americana. Dopo aver conquistato il Tibet, Macao, Hong Kong e dopo essere riuscita a isolare diplomaticamente Taiwan, la sua priorità principale adesso è quella di conseguire l’egemonia sul continente asiatico. Ma gli obiettivi espansionistici della Cina non si limitano all’Asia. Nel XIX Congresso del Partito Comunista del 2017, Xi ha determinato fino al 2050 le varie fasi delle trasformazioni da compiere al fine di elevare la Cina al “primo rango del mondo in termini di potere globale e influenza internazionale”. La prima mossa è stata il progetto “New Silk Road” o “Belt and Road”, lanciato nel 2013, che prevede lo sviluppo di due importanti rotte commerciali, una terrestre e una ferroviaria che attraversa l’Asia e l’Europa, l’altra marittima attraverso i porti dell’Asia meridionale, il Medio Oriente, l’Africa e Europa. L’intento è ridisegnare l’ordine internazionale del XXI secolo. I primi risultati si vedono: in alcuni settori la Cina sta già primeggiando, basti vedere l’intenzione del governo di effettuare entro quest’anno almeno 30 lanci, inviando in orbita oltre 50 satelliti, e il lancio della sonda Chang’e-4 sulla faccia nascosta della Luna. Un grande risultato se si pensa che, mentre la parte visibile della Luna è stata esplorata in più occasioni, nessuno finora aveva tentato lo sbarco sul lato opposto. Ma non è solo il governo che partecipa alla corsa allo spazio. Sono emersi infatti numerosi privati, da OneSpace a iSpace, che promettono di effettuare lanci orbitali già a metà del 2019, riducendo di netto le spese. La nuova corsa agli armamenti è dunque ufficialmente iniziata, e lo spazio sarà la prossima frontiera.

Parsi: “Trump gioca da businessman, ma è una mossa rischiosa”

Vittorio Emanuele Parsi, 58 anni, è ordinario di Relazioni internazionali all’università Cattolica di Milano e direttore dell’Aseri, l’Alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’ateneo

Professor Parsi, cos’è il trattato Inf e che ruolo ha svolto al tempo in cui fu firmato?

Il trattato risale al periodo più tosto della Guerra fredda, dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte di Mosca. Erano gli anni in cui i russi erano veramente convinti che gli Usa stessero facendo le “prove generali” di un’invasione. Nel 1987, durante la presidenza Reagan, lo stesso presidente che aveva evocato l’“impero del male”, costruisce una relazione con Gorbaciov, si fida di lui, e a Reykjavik firmano il trattato Inf. Patto che segnò, per molti punti di vista, la fine della Guerra fredda, prima ancora che cadesse il muro. Segnò l’inversione di tendenza, la fiducia nei confronti della Perestrojka e il sostegno centrale a Gorbaciov.

Vittorio Emanuele Parsi

Vittorio Emanuele Parsi

A distanza di 30 anni Trump dice che la Russia non ha rispettato il patto.

Quello che afferma Trump è vero nella sostanza. I russi hanno posizionato alcune testate nucleari a Kaliningrad. Le hanno messe sostenendo che noi avremmo collocato delle postazioni di intercettazione e di scoperta di eventuali bersagli delle testate nucleari in Polonia, Romania e in altri Paesi dell’Europa orientale. I trattati nucleari si basano sulla fiducia. È un po’ come il “dilemma del prigioniero”. L’unico modo per uscirne è che tu puoi controllare cosa fa l’altro e l’altro può controllare cosa fai tu. E quindi il criterio è: ispezioni senza preavviso a qualunque sito nucleare.

Qual è la strategia politica del presidente Usa?

Trump deve dimostrare che i russi non sono effettivamente in grado di condizionare la sua presidenza, perché nel frattempo è venuta a galla l’indagine del procuratore speciale Robert Mueller che sostiene che Trump abbia ottenuto grandi aiuti da parte dei russi; soprattutto, i filoni più recenti si concentrano sul suo staff, che in qualche modo avrebbe preso accordi con i Mosca. Lui, quindi, in qualche modo deve dimostrare il suo pugno duro nei confronti della Russia. Dall’altra parte, c’è la sua strategia negoziale. Come ha fatto con la Corea del Nord, minaccia per ottenere qualcosa. La sua è una strategia da businessman, certamente rischiosa fuori dal modello del business. C’è un altro elemento fondamentale: il trattato Infr è stato stretto tra Russia (allora Urss) e Stati Uniti, ma la Cina? Il Pakistan? L’India? E parliamo solo delle potenze nucleari conclamate. È questo il motivo per cui i russi hanno chiesto di firmare un nuovo trattato, coinvolgendo Cina, Pakistan e India. Il problema è che la gran parte dei missili della forza nucleare cinese sono missili “di teatro”, quindi rientrerebbero dentro l’Inf. Se la Cina dovesse firmare questo trattato si troverebbe con qualche decina, forse, di testate, che sono le testate balistiche “vere” che hanno, ma le restanti testate hanno un raggio al di sotto dei 2000 km.

Nel suo ultimo libro lei parla del declino dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, dovuto soprattutto all’indebolimento della leadership statunitense. Questa mossa è un tentativo di ristabilire i rapporti di forza?

Se è questo lo scopo, è la mossa sbagliata. Negli ultimi anni gli Usa hanno continuato a perdere terreno sul palcoscenico internazionale, a favore della Russia e, soprattutto, della Cina. E queste potenze non crescono solo dal punto di vista economico, ma soprattutto da quello militare. Ciò ha indebolito la capacità di guida degli Usa che non possono non tener conto dell’influenza delle nuove potenze emergenti, com’è ben visibile nella differente modalità di gestitone di due situazioni simili, legate al nucleare, come quelle iraniana e quella nordcoreana. In questo senso, “provocare” la Russia proprio ora mi sembra una mossa avventata.