“Per funzione di servizio si intende il porsi come soggetto di comunicazione, informazione e cultura di interesse pubblico. Si intende operare in controtendenza: privilegiando la lettura critica della realtà, senza emettere sentenze pregiudiziali ma con l’intento di scoprire, verificare, sollecitare, evidenziando ciò che non appare.” Questo è quanto si legge nella dichiarazione di intenti di Radio Popolare, un’emittente radiofonica nata nel 1976, dalla vocazione “libera e indipendente”. Una radio che considera centrale l’informazione e il servizio pubblico, che ha sin dalla nascita dato molto spazio alle voci degli ascoltatori e che si è distinta anche per la sua vena critica e polemica. Come tutti i media, anche quest’emittente sta affrontando un momento storico emergenziale, e per capire come, lo abbiamo chiesto a Chawki Senouci, attualmente il reggente di Radio Popolare.
Quali difficoltà avete incontrato in questo momento di emergenza per la diretta e le trasmissioni?
Difficoltà, zero. Nel senso che il 22 di febbraio, quando è scoppiato il caso Codogno, ci siamo riuniti e avevamo un po’ previsto quello che poteva succedere. Abbiamo adottato un piano B. Abbiamo installato nelle case dei colleghi sette postazioni che ci permettono di trasmettere da casa. Poi abbiamo pensato al telelavoro: abbiamo predisposto un sistema di telelavoro che ci consente di lavorare a distanza. Di solito in radio siamo una ventina, mentre in questo momento al massimo siamo cinque, solo i titolari delle trasmissioni. Per superare la crisi del numero abbiamo allungato le fasce orarie, ora una trasmissione dura anche tre ore e bastano due persone, uno che trasmette da casa e uno in radio. Dal punto di vista dell’organizzazione siamo partiti molto in anticipo quindi non abbiamo avuto problemi. Abbiamo adattato la nostra onda al Coronavirus allungando le ore della diretta: siamo passati da una radio che informa e tiene compagnia a una che rafforza il concetto di radio di servizio. Diamo molte informazioni sia dal punto di vista sanitario sia per le cose pratiche, esempio quando esce un provvedimento, un decreto cerchiamo di spiegarlo, spiegare come verrà applicato. Abbiamo fatto anche da megafono a tutti i disagi, per esempio per i lavoratori che erano costretti ad andare a lavorare senza mascherine, senza sicurezza, ecc. Siamo rimasti quello che è sempre stata Radio Popolare ma adattata all’emergenza. Il problema più grande è invece la stanchezza. Tutti i giorni commentare cose non belle, i numeri, i dati, la curva che non scende, siamo tutti molto provati.
Chawki Senouci: “Siamo rimasti quello che è sempre stata Radio Popolare ma adattata all’emergenza. Il problema più grande è invece la stanchezza. Tutti i giorni commentare cose non belle, i numeri, i dati, la curva che non scende, siamo tutti molto provati”.
“Tempi diversi” è una trasmissione nata apposta per questo momento di emergenza?
Sì, occupa lo spazio che prima conteneva tre trasmissioni e impiegavano quindi cinque o sei persone, ora invece c’è una persona sola che copre la fascia dalle 15:30 alle 18:30. Ecco, quando dico fasce lunghe con meno personale, “tempi diversi” è l’esempio perfetto. Cerca di tenere compagnia, cerca di essere leggera, con una parte “pesante” alle 18:00 quando arrivano i numeri (i dati della protezione civile) e lì la trasmissione coincide con la trasmissione che c’era prima di “tempi diversi” e che tornerà dopo l’emergenza, che è “Malos” e faceva un po’ di polemica politica.
Avete abbandonato la polemica politica in questo momento?
È stata un po’ accantonata. Noi siamo una radio che è un po’ un punto di riferimento di un’area di sinistra e la Regione Lombardia è gestita dalla destra, ma se dobbiamo fare polemica entriamo nel merito delle questioni. Per esempio la questione di Anzano. Il primo caso è stato a metà febbraio, l’ospedale non è stato sanificato, non sono stati fatti i tamponi agli operatori sanitari, quindi vogliamo capire che cosa è successo e perché è successo. Il direttore dell’ospedale era contrario alla sua riapertura, qualcuno, invece, gli ha ordinato di aprire quindi questa è un’inchiesta giornalistica. Si sarebbe fatto lo stesso anche se in Lombardia ci fosse una giunta di sinistra o di centro. Però per la polemica politica non è il momento, anzi la scoraggiamo. Quando qualche ascoltatore vuole fare un po’ di polemica lo freniamo perché non è il momento. È un po’ come sul Titanic quando l’orchestra continuava a suonare, a un certo punto è inutile perché non aggiunge niente, è tempo sprecato.
“Microfono aperto” dà spazio alle voci dei vostri ascoltatori, questo appuntamento è cambiato?
No, anzi, gli interventi degli ascoltatori sono raddoppiati perché la gente sta a casa. “Microfono aperto” è stato istituito da Radio Popolare 40 anni fa, la gente chiama e va in onda, senza filtro, senza preavviso o domande concordate. Prima c’erano molti più pensionati la mattina, tra le 9:00 e le 9:30, e la sera i lavoratori che tornavano a casa dalle 20:00 alle 20:30. Ora non c’è più questa distinzione netta di fasce di età perché la gente è sempre a casa. Anche loro comunque si sono adattati, c’è pochissima polemica, vogliono capire, quindi noi cerchiamo di metterli nelle condizioni di poter capire. Se parliamo di decreti, di INPS, come opinionista mettiamo un esperto che spieghi, oppure sulla sanità abbiamo il nostro consulente che tutti i giorni se c’è bisogno risponde ai nostri ascoltatori. Poi, non è questione di Radio Popolare, ma di società: c’è più affetto. Ci sono più ringraziamenti, più complimenti, ma questo è normale perché la gente è spaventata e trova nella radio un amico che le fa compagnia, anche perché magari molta gente è a casa da sola.
L’informazione è centrale nelle vostre trasmissioni, anche i GR sono variati per coprire al meglio l’emergenza?
All’inizio ero molto scettico, mi chiedevo come si potesse riempire un giornale radio con una notizia sola, parlando del Coronavirus. Invece alla fine è un po’ come per l’essere umano che si adatta a tutto, anche a fare una fila di tre ore per entrare in un supermercato. È monotematico in questo momento il gr: partiamo sempre con i dati, perché è la cosa più importante, il numero dei contagi, dei morti e cerchiamo di commentarli e poi andiamo sulle cose pratiche. Le cose pratiche in questo momento per la gente che sta a casa ed è angosciata, teme di perdere il lavoro, quindi siamo molto attenti a quello che succede a Roma, al palazzo, ma anche a Bruxelles, a tutta la questione banalmente dei soldi. Quanti soldi prenderanno le aziende, quanti e chi perderanno il lavoro, a chi invece è garantito. La radio ha nel suo DNA di dare il massimo durante le emergenze. Se penso alla guerra del Golfo, la guerra dei Balcani, la guerra in Iraq, di solito creano nella radio più mobilitazione, quello che banalmente uccide una radio invece è la routine. Quando non ci sono le notizie. Ora invece le notizie ci sono. Andiamo anche a vedere quello che succede fuori da Milano, dalla Lombardia, nelle altre città, ogni giorno abbiamo anche due o tre racconti dall’estero, dai Paesi europei, dall’America Latina, anche dall’Africa. Però siamo comunque molto presenti sul territorio, per esempio, ogni mattina a “Ore sette” è fissa un’intervista con un sindaco dell’area metropolitana di Milano. I giornali radio li abbiamo adattati al Coronavirus e non so quanto durerà, magari la gente si stancherà di sentire parlare sempre dello stesso argomento e quando avvertiremo questa stanchezza faremo delle modifiche.
In qualità di reggente ha dato delle linea guida a speaker e conduttori su come affrontare l’argomento Coronavirus?
Non ho dato nessun consiglio, non ce ne è stato bisogno: i colleghi danno il massimo nelle situazioni di emergenza. Però, parliamo tanto. Abbiamo una riunione su Skype alle 14:00 tra chi sta in radio e chi sta a casa e parliamo tantissimo. Non litighiamo, però c’è un confronto consistente e da lì escono fuori le idee. Tutti quanti sappiamo che questo momento è un momento delicato, quindi non spetta a me dire a qualcuno “non fare la battuta scema” perché lo sa già che non è il momento. C’è poco da scherzare ecco. L’unica cosa che ripeto sempre è “più informazione e meno ragionamenti”. Quindi un giornale radio con più racconti, più reportage, che spiega bene un decreto è meglio di un editoriale e un ragionamento che dopo due ore muore perché viene superato dagli eventi.
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