“Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi un uomo estraneo, fra tutti quanti/ gli uomini già tanto pel tuo cuore fanciullo t’amerei”.  Gli ultimi versi della poesia Padre, se anche tu non fossi il mio di Camillo Sbarbato rendono a fondo il legame viscerale tra padri e figli. Un legame che va al di là della ragione. Una questione di sangue, prima di tutto, ma non solo. Perché vale anche per chi fa il padre, e non solo per chi è – fisiologicamente – padre: adottivi, separati, omosessuali, single, i padri di oggi sono centomila.

Perché la figura paterna si è evoluta nel corso degli anni, è mutata. I papà di oggi hanno un ruolo diverso, sempre più “materno”: sono più attenti e protettivi. Nonostante un ritorno al machismo, sembrerebbe che la figura del padre autoritario stia gradualmente lasciando il posto all’uomo che si confronta con la madre ma che è anche capace di dire “no”. Se fino ad alcuni anni fa i padri si limitavano a dare ordini e punizioni, ora accompagnano i figli nella crescita, preparano la colazione, li portano a scuola e – perché no? – cucinano, lavano, stirano, ma soprattutto giocano di più con loro. La figura del genitore di sesso maschile accuditivo ha però fatto gridare al “mammo”. Perché, secondo alcuni psicologi, si è passati da un estremo all’altro.

Si assiste, nei confronti dei figli, ad un eccesso di cura, di ansia, di preoccupazione e, molto spesso, ad una rinuncia da parte dei genitori al loro ruolo educativo. I bambini spesso danno comandi agli adulti e sono caricati della responsabilità di decisioni che non dovrebbero spettare loro. “Se prima erano gli adolescenti a dover affrontare diverse problematiche, oggi sono i genitori che devono fare i conti con loro stessi, per capire come riadattare il loro modello educativo – dice lo psicologo Davide Algeri -. Anni fa c’era la tendenza a rispettare quelle che erano le regole dettate dalla famiglia. Adesso, invece, l’inclinazione dei bambini è quella di ribellarsi alle regole imposte”. Certo, aggiunge, “i padri sono maggiormente presenti, interessati all’esperienza dei figli, al loro tempo libero e all’ambito scolastico. Si riscontra un maggiore coinvolgimento emotivo e questo non è poco”.

Una prova di questo cambiamento è la storia di Alba e Luca. Luca Trapanese è il giovane 40enne single omosessuale che lo scorso novembre ha adottato la piccola Alba, affetta dalla sindrome di down. Un percorso difficile sin dall’inizio: l’abbandono in ospedale della bimba e il rifiuto di ben sette famiglie prima di trovare Luca. È la storia di una famiglia alternativa, anticonvenzionale, di una figlia adottiva e di un padre che sembra mostrare una sensibilità difficile da intercettare. Tutto ciò a conferma che il 19 marzo è la giornata di chi dà amore incondizionato, di chi si comporta da padre, di chi semplicemente è padre. Nel modo più generoso possibile.

Il congedo di paternità – Ma anche la legislazione ha fatto la sua parte, nell’incoraggiare i cambiamenti. Negli ultimi anni, il ruolo del papà in Italia è stato oggetto di importanti interventi legislativi. Come recita l’articolo 4, comma 24, della legge n. 92 del 2012 (nota come ‘riforma del lavoro Fornero’), l’equilibro tra madre e padre passa soprattutto dalla “maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli”, nel solco di una “conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” dei genitori Come recita l’articolo 4, comma 24, della legge n. 92 del 2012 (nota come ‘riforma del lavoro Fornero’), l’equilibro tra madre e padre passa soprattutto dalla “maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli”, nel solco di una “conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” dei genitori . Ecco perché la lettera a di quel comma ha introdotto in via sperimentale il congedo obbligatorio e facoltativo per i neopapà lavoratori dipendenti. Entro cinque mesi dalla nascita del figlio, si legge, il padre ha non solo diritto “di astenersi dal lavoro per un periodo di un giorno”, ma può richiederne altri due, in sostituzione a quelli spettanti alla madre. Successive modifiche hanno permesso di aumentare la durata di astensione: l’ultima, contenuta nella legge di bilancio 2019 (n. 145 del 30 dicembre 2018), prevede al comma 278 cinque giorni di congedo obbligatorio, anche non continuativi, e uno facoltativo, sempre in sostituzione alla mamma. Come già riconosciuto negli anni precedenti, le disposizioni sono applicabili persino in caso di adozioni o affidamenti, e il periodo di assenza viene pagato al cento per cento.

La conferma del congedo obbligatorio per il 2019 è stato accolto come una buona notizia dai neopadri, anche se ha rischiato di diventare carta straccia proprio a fine 2018. I dubbi sulle coperture economiche necessarie hanno allarmato politici (come Titti Di Salvo, presidente dell’associazione Libertà e diritti), imprenditori (Riccarda Zezza), demografi (Alessandro Rosina dell’università Cattolica), sociologi (Emmanuele Pavolini dell’università degli Studi di Macerata) e cittadini comuni, che hanno chiesto di rendere “strutturale” – e non semplicemente sperimentale – questa misura. Basta leggere la loro petizione dell’ottobre scorso rivolta a presidente del Consiglio, presidenti di Camera, Senato e parlamentari, in cui spiegano come in Italia nascano “meno bambini di quanto le persone desiderino e meno di quanto sarebbe auspicabile per dare basi solide al futuro del nostro Paese, ormai in accentuato invecchiamento”. Fermo restando che “maternità e paternità siano scelte libere”, i firmatari sottolineano l’urgenza di destinare più risorse alla cura e alla crescita dei bambini, nell’ottica sottostante di “incentivare e sostenere la condivisione delle responsabilità familiari tra madri e padri”. In proposito, viene anche auspicato l’aumento del congedo obbligatorio fino a dieci giorni, “come già avviene con successo in altri Paesi europei”.

La differenza di trattamento dei neopadri tra il Belpaese e altre nazioni è rimarcata anche da Pietro Barbato, responsabile del Controllo qualità in una sede di una grande azienda italiana del settore lattiero-caseario. Padre di cinque bambini, a magzine.it spiega inizialmente di aver “gradito moltissimo i sei giorni di congedo” per l’ultimo figlio nato, ma ha poi aggiunto che “sarebbe stato meglio avere più tempo per aiutare mia moglie”. Alcuni suoi amici che vivono a Nizza, infatti, gli hanno spiegato che “da loro gli aiuti sono più consistenti. Se qui si potesse aumentare il congedo a due settimane sarebbe una cosa giusta”. Del resto, ai neopapà in Francia sono concessi undici giorni di assenza dal lavoro, retribuita al cento per cento, e possono richiedere altre ventisei settimane pagate il 14,5%. Inoltre, secondo Wired, la “media dei congedi riservati ai padri in Europa è di otto settimane”. Barbato ne è cosciente, e continua: «Sono tantissime le cose da fare appena nasce un bambino, e la mamma se lasciata da sola sente tutto il peso su di lei. E non fa bene né a lei né al bambino. Quindi, più tempo il papà può dedicare al nuovo arrivato e alla sua mamma, meglio è per la famiglia e la società». «Sono tantissime le cose da fare appena nasce un bambino, e la mamma se lasciata da sola sente tutto il peso su di lei. E non fa bene né a lei né al bambino. Quindi, più tempo il papà può dedicare al nuovo arrivato e alla sua mamma, meglio è per la famiglia e la società».

Insomma, il congedo di paternità diventa anche una forma di aiuto per le donne. Come spiega Fouad Roueiha, giornalista radiofonico e padre, il nostro sistema tradizionale presuppone che le “donne debbano realizzarsi nel ruolo attribuito alle madri, mentre i papà nella vita pubblica, nel lavoro. Ciò ha un corrispettivo linguistico: il matrimonio è ciò che corrisponde alla formazione della famiglia, mentre il patrimonio ha a che fare con l’aspetto economico della vita. In realtà, molte donne non si sentono completamente soddisfatte nel ruolo di madri (nel senso di ‘angeli del focolare’), e ci sono uomini che ritengono di non essere completamente soddisfatti se non attraverso una compartecipazione attiva nell’educazione dei figli”. In questo senso, “il congedo parentale obbligatorio, che non può essere oggetto di ricatto da parte dei datori di lavoro, potrebbe aiutare le persone ad autodeterminare cosa vogliono della loro vita. Che può essere anche una suddivisione assolutamente conforme alla tradizione, purché sia una scelta e non un qualcosa su cui si viene schiacciati”.

La ‘rivoluzione paterna’ – L’ennesima apertura verso il prolungamento del congedo obbligatorio arriva dall’Istituto di studi sulla paternità, fondato nel 1988 da Maurizio Quilici. In occasione della festa del papà, il presidente – già caporedattore all’agenzia Ansa – spiega a magzine.it che cinque giorni, più uno facoltativo, “sono certamente pochi”. L’obiettivo da raggiungere è almeno “quindici giorni, e non spalmati sui primi cinque mesi” dal parto, ma “nel primo mese. È questa la fase delicata, quando la madre torna a casa col bimbo. Soprattutto nel caso sia la prima nascita, c’è una realtà totalmente nuova, coinvolgente, con una serie di preoccupazioni, di stress a livello psicologico e fisico. In quel momento il padre deve essere presente. Che prenda, mesi dopo, due o tre giorni serve a poco”. Inoltre,  Quilici non è contrario a introdurre un ulteriore congedo di paternità, stavolta facoltativo, nei mesi dopo il primo. Tale richiesta dipende anche dalla trasformazione del ruolo del padre, oggi sempre più presente nell’accudire i figli : «Portarli fuori col passeggino o nel marsupio, accompagnarli a giocare ai giardini pubblici, cambiare il pannolino e preparare il biberon sono fenomeni che oggi sembrano assolutamente naturali, ma 50-60 anni fa sarebbero stati fantascienza». E cita un dato sorprendente: in Italia, “quando al parto assiste un’altra persona, nel 92% dei casi è il futuro papà. È una percentuale che coincide con quella europea. Insomma, oggi l’evento-parto coinvolge il padre da subito o addirittura da prima”.

Per sintetizzare questi cambiamenti, Quilici nei suoi libri parla di “rivoluzione paterna”, così radicale da aver introdotto persino una “trasformazione antropologica. Quelle caratteristiche che per secoli abbiamo attribuito alla madre – come il senso di possesso e la apprensione, che sono tipicamente materni – oggi sono anche dei papà Quilici nei suoi libri parla di “rivoluzione paterna”, così radicale da aver introdotto persino una “trasformazione antropologica. Quelle caratteristiche che per secoli abbiamo attribuito alla madre – come il senso di possesso e la apprensione, che sono tipicamente materni – oggi sono anche dei papà ”. Resta comunque diffusa l’opinione che “la madre sia la persona più idonea occuparsi dei figli, soprattutto se piccoli. È uno stereotipo ancora seguito. Lo si vede, per esempio, nella nota dolente delle separazioni e degli affidamenti. Nei tribunali, l’idea che la madre sia psicologicamente, fisiologicamente e storicamente più adatta condiziona le sentenze. La maternal preference – come dicono gli anglosassoni – da noi vige ancora forte”.

Infine, a magzine.it Quilici commenta  la questione della doppia paternità nelle coppie omosessuali : pur non entrando nel merito del tema («Non prendo posizione, perché ritengo che – specie in Italia – i tempi non siano ancora maturi. Ho trovato connotati ideologicamente tutti gli studi che ho preso in esame, da fonti cattoliche o laiche. È ancora troppo presto per dare un giudizio»), il presidente dell’Istituto spiega che, “quando la coppia ha acquisito la paternità, a quel punto è giusto estendere il congedo anche a quei padri”.

Padri casalinghi – E se il papà decidesse di dedicarsi alla vita domestica e di diventare un perfetto casalingo? «Nel 2003 la mia signora si era laureata in medicina e giustamente, dopo anni e anni di studio e di nottate sui libri aveva il piacere e la voglia di lavorare – racconta Fiorenzo Bresciani, presidente dell’associazione Uomini Casalinghi –. Per me, invece, era il contrario. Dopo una vita passata sempre con le attività commerciali mi ero stufato completamente degli orari da rispettare. E così ho iniziato a fare i lavori in casa. Vendendo l’attività mi son trovato a casa e ho iniziato a pulire per terra. Mi son trovato a passare il cencio, a far da mangiare, a pulire e a stendere i panni, mentre invece mia moglie usciva alla mattina e andava al suo lavoro». L’uomo casalingo, secondo il signor Bresciani, è cittadino del suo tempo, e svolge mansioni che appartengono a entrambi i sessi:  «La nostra associazione cerca di far capire che la mentalità di una volta non va più bene, che bisogna essere più aperti e collaborativi, verso il proprio partner e anche verso i propri figlioli».  Lo spirito di condivisione è alla base della filosofia dell’Associazione, che oggi conta più di 7mila iscritti in tutta Italia. «La nascita e l’accettazione del ruolo del papà casalingo è un passaggio importantissimo. È crescita interiore. È comprensione del valore di questo mestiere che non è riconosciuto da tutti come tale ma che qualcuno comunque deve fare. È un lavoro invisibile come lo chiamo io. Nessuno ti ringrazia». Un’associazione nata dunque dal desiderio di alcuni uomini di riunirsi e di non essere più considerati delle mosche bianche, ma anche con lo scopo di proporsi come vero e proprio manuale di sopravvivenza.  «Mi sono reso conto che oggi le persone hanno due lauree ma poi nella realtà dei fatti non sanno mettere l’acqua sul fuoco per cucinare la pasta o friggere un uovo. Hanno perso quelle cose semplici che però sono importanti. Per questo abbiamo deciso di organizzare dei corsi di economia domestica.  Io, per esempio, – continua – sono docente di due lezioni: una si chiama stirologia e una epistemologia del bucato. In sostanza insegno a stirare, a fare una lavatrice e a stendere i panni. Studiare e laurearsi è importantissimo – si congeda ridendo – ma altrettanto importante è saper cucinare un uovo».