«Prima o poi sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero, solo per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere queste parti separatamente in un ambiente adatto». Con un articolo apparso sul The Strand Magazine nel dicembre del 1931, il non ancora Primo Ministro del Regno Unito, Winston Churcill, teorizzava quella che oggi viene definita “carne artificiale”. Ebbene, queste parole che allora potevano sembrare utopistiche, oggi ci appaiono più che mai profetiche. Si tratta della coltivazione in vitro di fibre muscolari che, grazie all’apporto di proteine, crescono fino all’ottenimento di un pezzo di carne vero e proprio. I primi esperimenti risalgono al 1971 negli Stati Uniti, dove lo smercio di questo nuovo tipo di alimento ha già avuto il via libera lo scorso novembre , anche grazie ai finanziamenti di alcuni big dell’economia mondiale come Bill Gates, Richard Brandson (fondatore di Virgin Group), Cargill (una delle più grandi aziende agricole mondiali), la società d’investimenti Draper Fisher Juvetson (che già ha investito in SpaceX, Twitter e Tesla) e l’ingegnere chimico Jack Welch.

Ora l’idea ha attraversato l’Oceano Atlantico ed è sbarcata in Europa. In un dibattito andato in scena a Bruxelles, partito da un’analisi del centro studi Chatham House che evidenzia il crescente consumo di “carne pulita” o a base di prodotti vegetali. Trovando, da una parte, l’appoggio di gruppi animalisti e vegani e dall’altra l’opposizione di grandi allevatori. Quest’ultimi, anche per salvaguardare il loro fatturato, fanno leva sul fatto che il settore sia ancora ricco d’incognite per il legislatore. Basti ricordare che negli USA si è discusso se la regolamentazione del commercio di questi prodotti dovesse essere appannaggio del Department of Agriculture (USDA), l’agenzia governativa che si occupa di carne e prodotti di origine animale in generale, oppure della Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia che si occupa della sicurezza degli additivi alimentari. In sostanza, bisognava decidere in quale categoria collocare questa carne. Salvo poi risolvere la questione con un “salomonico” accordo di cooperazione tra le due parti. Ma al di là di ogni discorso etico sul trattamento riservato agli animali, quali altre ratio si celano dietro a quest’idea? Secondo le stime della Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), la popolazione mondiale vedrà una crescita progressiva che dai 7.6 miliardi dello scorso aprile salirà fino ai 9-10 entro il 2050 . Un aumento, questo, che richiederebbe un contestuale incremento di produzione alimentare. Come evidenziato dai ricercatori del Parlamento Ue, tale incremento comporterebbe, però, anche un maggior “impatto negativo a livello ambientale”, a causa di una sempre più crescente deforestazione e della conseguente perdita di biodiversità e di polmoni verdi.

Ecco perché  tra le conseguenze positive dell’utilizzo della carne sintetica vi è sicuramente la riduzione dell’inquinamento ambientale. Gli allevamenti intensivi sono, infatti, responsabili del 70% del consumo mondiale di acqua, del 18% dell’emissione di gas serra e del 14,5% di quelle di CO2.  Per perseguire, quindi, l’obiettivo di una diminuzione del 40% delle emissioni di sostanze inquinanti entro il 2030 che l’Unione Europea si è prefissata, la riduzione dei capi allevati porterebbe a un miglioramento dell’intera salute del pianeta. Attualmente, infatti, l’allevamento di animali da alimentazione e la produzione di foraggio coprono il 30% delle terre del pianeta. Altro aspetto da tenere in considerazione, poi, è quello degli antibiotici utilizzati all’interno degli allevamenti. Questi sono, infatti, una delle principali cause della crescente resistenza dei batteri agli antibiotici umani. La coltivazione della carne sintetica può svilupparsi in un ambiente controllato in grado di evitare le condizioni malsane spesso presenti negli allevamenti e nei macelli. Da un lato, quindi, si eviterebbe l’utilizzo degli antibiotici stessi e dall’altro si ridurrebbe la diffusione di agenti patogeni pericolosi quali salmonella ed Escherichia coli. Aspetto al momento negativo, però, rimane il costo della carne coltivata, ancora eccessivamente elevato per consentirne la distribuzione. Per il momento, infatti, mezzo chilo di carne sintetica costa migliaia di dollari. Un fattore, questo, determinato dalla materia prima necessaria per creare il prodotto di laboratorio. Infine, altro elemento ancora da risolvere è la possibilità di creare le bistecche: per il momento sono stati prodotti solo hamburger, polpette e altri piatti di carne di dimensioni ridotte.

Tale pratica, però, per quanto nobile nei sui intenti, non è esente da critiche e perplessità: «C’è una mistificazione della realtà: si accusa la zootecnia di essere la causa dei cambiamenti climatici, quando in realtà quasi il 70% dell’inquinamento deriva dai trasporti, dai combustibili fossili e dalle industrie. Pensare di risolvere i problemi ambientali distruggendo la zootecnia mi sembra veramente velleitario», così si esprime sulla carne in vitro François Tomei, 48 anni, direttore generale di Assocarni. «Innanzitutto occorre interrogarsi se effettivamente è carne, quindi io partirei dalla denominazione. Bisogna rendere il consumatore edotto sul prodotto che sta comprando e sulle sue qualità nutrizionali. Per questo stiamo contrastando anche tutti quei prodotti vegetali che però vengono commercializzati con delle denominazioni che richiamano la carne. Non vedo per quale motivo un consumatore dovrebbe acquistare una “fake bistecca”, che oltretutto è ancora in una fase sperimentale e quindi ha dei costi esorbitanti. Si tratta di un prodotto fatto in laboratorio, che parte da cellule animali, le quali devono essere trattate con brodi contenenti antibiotici. Queste carni contengono poi una serie di coloranti, perché di base sono grigie, di aromi ed elementi che simulano il sapore fibroso della carne. Penso ci sia un problema sia di carattere organolettico sia di salubrità. Oggi questo prodotto ha ottenuto l’avallo delle autorità sanitarie americane, ma non di quelle europee. Quindi per ora in Europa non è considerato sicuro un prodotto del genere e di conseguenza non può essere commercializzato».

E tutto questo potrebbe chiaramente avere anche delle ripercussioni sull’economia: «Adesso è difficile ipotizzare quali conseguenza potrebbe avere sugli allevatori, però posso dire questo: i prodotti che cercano di scimmiottare la carne o il latte, come il latte di soia o gli hamburger vegetali, sono già in diminuzione come fatturato – prosegue Tomei – In linea di massima ritengo difficile che possa avere un impatto così negativo. «A livello mondiale, soprattutto in Africa e in molti Paesi in via di sviluppo, la zootecnia rimane una risorsa importante per il sostentamento di moltissime persone, perché garantisce loro latte, carne ed è un modo per sopravvivere. In più, costituisce un presidio ambientale, perché laddove non ci fosse l’allevamento, soprattutto quello bovino o quello ovino, noi oggi avremmo dei territori incolti o completamente invasi dalle foreste.  Molti dei disastri ambientali che abbiamo in Europa avvengono proprio perché numerosi territori sono lasciati in stato di abbandono. Quindi, almeno per quanto riguarda l’Europa, l’allevamento è una risorsa, non un danno ambientale. Ci sono, invece, realtà come gli Stati Uniti o il Brasile dove effettivamente c’è un problema ambientale legato all’allevamento. Allora in quel caso può avere un senso parlare di una produzione più controllata, però passare alla carne prodotta in laboratorio mi sembra veramente eccessivo».