Sono passati 25 anni da quella domenica 20 marzo 1994. Su Rai 3, Fabio Fazio, che all’epoca conduceva Quelli che il calcio, comunica di dover dare la linea al Tg3 per un’edizione straordinaria. Flavio Fusi, storico volto della terza rete, annuncia commosso quello che era successo meno di un’ora prima in Somalia: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano caduti in un’imboscata a Mogadiscio ed erano morti nel conflitto a fuoco.

Sul luogo del delitto era accorsa subito la folla insieme ai pochi altri giornalisti presenti, che filmarono il corpo senza vita di Ilaria e, su richiesta della collega Gabriella Simoni presente sulla scena del crimine, vennero filmate anche le stanze di Miran e Ilaria e gli oggetti che raccolti, affinchè rimanesse presente una prova video.

Probabilmente era già chiaro a chi conosceva Ilaria che quello non era stato un agguato casuale. La giornalista si trovava in Somalia per seguire la missione di pace dell’Onu, a cui prese parte anche l’Italia, promossa per porre fine alla guerra civile iniziata nel 1991 dopo la caduta di Siad Barre. In particolar modo, le sue inchieste si stavano concentrando su dei possibili traffici di armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia nei quali sarebbero stati coinvolti anche i servizi segreti italiani e alte cariche dello Stato. Un’indagine pericolosa, di cui di certo Ilaria ne era consapevole. Ma per chi fa questo mestiere e lo fa bene, come lei e Miran, la volontà di trovare la verità è più forte di ogni intimidazione e della paura.

Dopo un quarto di secolo gli esecutori e i mandanti di questo delitto non hanno ancora un nome. I genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, sono morti senza sapere chi aveva ucciso la loro figlia. Ma fino all’ultimo giorno di vita, Luciana Alpi non ha mai smesso di pretendere la verità Dopo un quarto di secolo gli esecutori e i mandanti di questo delitto non hanno ancora un nome. I genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, sono morti senza sapere chi aveva ucciso la loro figlia. Ma fino all’ultimo giorno di vita, Luciana Alpi non ha mai smesso di pretendere la verità insieme a molti colleghi giornalisti come Francesco Cavalli, tra i fondatori del Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi, autore di La strada di Ilaria, romanzo che ne racconta le inchieste e le ragioni della sua morte, e di Somalia-Italia, reportage sul traffico di rifiuti tossici nell’ex colonia italiana: «All’epoca dell’uccisione di Ilaria e Miran avevo solo 25 anni, ma mi occupavo già di giornalismo e quella notizia mi provocò una reazione fortissima. La mia storia è fortemente legata a Ilaria quale simbolo di un tipo di giornalismo che a me e ad altri colleghi interessava valorizzare. Da lì l’idea del Premio Ilaria Alpi che abbiamo assegnato per venti anni a tanti giornalisti che si sono distinti in questo lavoro – spiega Francesco  -. Ed è proprio dai giornalisti che la ricerca della verità e della giustizia è stata portata avanti con maggiore tenacia. I nostri colleghi hanno continuato a indagare sul caso e altri se ne sono aggiunti, portando contributi importantissimi. Per esempio Chiara Cazzaniga di Chi l’ha visto è riuscita a rintracciare Ali Ahmed Rage detto Gelle (super testimone nel processo contro Hashi Omar Hassan) in Inghilterra e lo ha intervistato».

Dalle dichiarazioni rese da Gelle alla Cazzaniga, infatti, venne riaperto il processo nei confronti di Hassan, il capro espiatorio del caso Alpi, condannato dalla giustizia italiana a 27 anni di carcere. Grazie al lavoro della giornalista, Hassan è stato rilasciato, dopo 17 anni di ingiusta reclusione. «Ci sono ancora delle piste aperte che necessitano approfondimento, soprattutto sui depistaggi messi in opera sin dall’inizio, – continua Cavalli -. C’è ancora da indagare, approfondire, capire e chiarire tanto. Oggi la domanda importante, oltre a chi li ha uccisi e perché, è: chi ha voluto depistare le indagini e per quale motivo lo ha fatto? Chi ha permesso di sviare dalla verità? Probabilmente le due domande hanno una correlazione molto stretta. Per avere risposta alla prima bisogna rispondere alla seconda».

Ilaria e Miran continuano a ispirare i tanti colleghi che non si arrendono alle difficoltà nel fare luce sulla loro morte, ma a questa volontà si sono unite anche altre figure, come cantanti, musicisti e attori che il 22 marzo saranno presenti alla serata intitolata “La verità non muore a 25 anni dall’omicidio di Ilaria e Miran”. Con musica, parole e immagini verranno ripercorsi questi 25 anni e ricordati anche Luciana e Giorgio Alpi. Sarà l’occasione per riunire i tanti che in questi anni si sono avvicinati alla vicenda e soprattutto sarà un modo per raccontare chi fosse Ilaria e che caratteristiche avesse il suo lavoro di reporter, come sottolinea Francesco, che condurrà l’evento: «Il modo in cui è stata uccisa e i motivi del duplice omicidio hanno quasi completamente nascosto quello che secondo me è l’aspetto più importante del suo lavoro: l’incontro con le persone. Mi piace sempre raccontare che nei suoi viaggi in Somalia Ilaria aveva fatto in tempo ad aderire a un’associazione di donne somale che lottavano contro l’infibulazione. Questo ha portato anche me ad occuparmi di questo tema. Lei aveva una predilizione nei confronti delle donne e dei bambini. Quello che mi ha insegnato Ilaria è di mettere davanti le persone e raccontare le loro storie. Oggi continuo a non mollare, a cercare ancora la verità e la giustizia sulla sua morte, ma ancor di piu continuo e continuerò a battere la terra rossa dell’Africa per raccontare ciò che vedo e chi incontro. Questa mia propensione è stata stimolata dal mio incontro con Ilaria sebbene non l’abbia mai conosciuta quand’era in vita – e conclude – se potessi chiederle qualcosa oggi, se fosse in vita, le direi: “raccontami, di te, dell’Africa che hai incontrato e conosciuto”. Lei era una persona che aveva tanto da raccontare e andava ascoltata».