«Arrendersi o perire!». Il proclama rivolto dal partigiano Sandro Pertini ai milanesi fu il prologo di una giornata destinata a cambiare il corso della Storia e di un’Italia che aveva già superato l’orlo del suo baratro. Dai microfoni di Radio Milano Libera, il futuro presidente della Repubblica incoraggiò alla rivolta decisiva contro occupanti e repubblichini un popolo in ginocchio e senza più nulla da perdere, che trovò nelle intenzioni di pochi la forza di molti.

Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma.

Il vento fresco che soffiava su Milano in quel mercoledì di primavera sembrava portare l’aria nuova di un cambiamento imminente. L’insurrezione generale era già stata pianificata e approvata dai resistenti del Clnai –  il comitato di Liberazione per l’Alta Italia ancora ostaggio dei nazifascisti- mesi prima: occupare i grandi stabilimenti strategici della città e dell’hinterland, dalla Pirelli alla Marelli, dalla Innocenti alla Falck, innalzare le barricate, scioperare fermando qualsiasi attività e permettere così alle brigate partigiane di combattere spianando la strada all’ingresso degli alleati in arrivo da Parma. Nel terzo vertice del triangolo industriale l’energia si mescolava a una profonda tensione. Tutti sapevano che la svolta decisiva era vicina, ma nessuno poteva prevedere quanto sarebbe costata. Di certo non Gina Bianchi, inviata a Niguarda per annunciare l’insurrezione con l’amica Stella e freddata insieme al bambino che portava in grembo da una camionetta delle SS. Le donne, i cittadini comuni, persino i bambini si mescolarono alla Resistenza con armi e mezzi di fortuna nascosti o recuperati lungo il tragitto in un’unica entità, riconquistando Milano casa per casa, strada per strada, angolo per angolo. Ogni centimetro di selciato era una pezzo di libertà perduto in vent’anni di dittatura e da riacquistare a qualsiasi costo. Nelle vie bersagliate dalle schermaglie fra nazifascisti e resistenti c’era anche chi avrebbe assistito a quel capitolo tragico ed epico nel suo compiersi: giornalisti, fotografi, poeti e scrittori, attivi sul campo o spettatori involontari da un esilio forzato. Alfonso Gatto dedicò al compagno di lotta caduto Eugenio Curiel la sua “Ballata del 25 Aprile”:

Dicevo in ogni giorno, in ogni mese:

«Verrà verrà l’aprile, quel cortese

d’aprile, le campagne del maggese

dal duro della zolla avranno i fiori».

Io credevo a quel cielo, a quei colori

della speranza, ed era un metter fuori

le parole taciute in tutti i cuori,

un respirare l’aria con gli odori

della terra, vedere gli occhi – i chiari

occhi dei vivi – accendersi nel nome

delle cose chiamate a dirle vere:

la sedia, il pane, l’acqua, il vino, come

nel primo giorno, nelle prime sere […]

Fu lui a far stampare la prima copia non clandestina de L’Unità. E quando, nel pomeriggio, il popolo si riappropriò anche della sede del Corriere della Sera, sul ribattezzato Nuovo Corriere la cronaca di quelle ore memorabili venne affidata a Dino Buzzati: «Senza osare ancora crederlo, Milano si è risvegliata ieri mattina all’ultima giornata della sua interminabile attesa» scrisse in uno dei suoi incipit più celebri. Ma si continuò a sparare fino a tarda notte e al giorno successivo, mentre sulle scale dell’Arcivescovado ambrosiano un Mussolini in fuga dopo la trattativa fallita con i capi della Resistenza incontrò Pertini arrivato in ritardo alla stessa riunione. «Salendo il grande scalone (non è vero che avessi la rivoltella in mano, storie romanzate), vedo un gruppo che scende vestito con l’orbace e tra questi c’era Mussolini. Era molto emaciato, pallido, irriconoscibile, non era più il baldanzoso delle fotografie» racconterà decenni dopo a Enzo Biagi. Mancavano pochi giorni alla fucilazione del duce e alla «macelleria messicana» di piazzale Loreto, alle vendette e allo sfogo di una rabbia repressa per cinque lunghi anni. Tra il periodo della guerra civile e quello violento e tormentato della neonata democrazia, quel 25 aprile apparve come una parentesi necessaria a chiudere una stagione di Resistenza cominciata in silenzio un ventennio prima a Ventotene, nelle carceri, fra i perseguitati e nel discorso con cui  il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti firmò la propria condanna a morte. Nel luogo dove il Fascismo era nato, l’insurrezione arrivava al suo compimento finale, che fu confermato la mattina del 26 aprile nell’annuncio diffuso dai sotterranei della scuola elementare Damiano Chiesa, in via Antonini: «In nome del popolo italiano, il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia, assume tutti i poteri civili e militari». Milano era libera e in pace, con lei, tutta l’Italia.  

Memoria condivisa e iniziative

Fra le coincidenze che quest’anno hanno intrecciato, e secondo alcuni oscurato, le  celebrazioni per l’ottantesimo Anniversario della Liberazione e il lutto per la morte di papa Francesco, la memoria si snoda come un filo: «Ricordare, fare memoria: la memoria è quello che fa forte un popolo, perché si sente radicato in un cammino, radicato in una storia, radicato in un popolo» disse Bergoglio, scegliendo parole che oggi risuonano come l’eco della sua eredità spirituale. Quel filo attraversa oggi tutto il Paese unito da un fitto calendario di commemorazioni, cortei e iniziative nel segno della sobrietà imposta dalle circostanze, alternate alle battaglie di molti giovani attivisti contro il riarmo e agli scontri fra due Italie ancora in conflitto sul valore di una memoria condivisa. Al centro, come nell’aprile di otto decenni fa, ci sono anche questa volta Torino e Genova. Nella prima, teatro dei contrasti tra polizia e dimostranti antagonisti, attivisti e centri sociali hanno sfilato con striscioni e slogan contro «guerra e genocidio», Nato e invasione russa in Ucraina. Il capoluogo ligure medaglia d’oro della Resistenza è stato invece scelto dal capo dello Stato Sergio Mattarella per la cerimonia ufficiale dopo il tradizionale omaggio all’Altare della Patria. «È sempre tempo di resistenza […] Il Papa “nella sua “Fratelli tutti”, ci ha esortato a superare “conflitti anacronistici” ricordandoci che “ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. Non è possibile accontentarsi di quello che si è già ottenuto nel passato e fermarsi, e goderlo come se tale situazione ci facesse ignorare che molti nostri fratelli soffrono ancora situazioni di ingiustizia che ci interpellano tutti» ha detto il presidente citando il pontefice e Sandro Pertini nella sua regione di nascita, mentre in mattinata la premier Giorgia Meloni ha aperto le celebrazioni onorando «i valori democratici che il fascismo aveva negato».

Parole che hanno messo d’accordo tutto il mondo politico impegnato oggi nei principali luoghi del ricordo senza smorzare però le polemiche con l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi) sulle manifestazioni annullate in diversi comuni e istituzioni in osservanza del lutto. Nella Milano protagonista di questa data fondante, il consueto corteo è il primo atto di un intero anno di eventi dedicati all’anniversario che segnò anche la fine della Seconda guerra mondiale nel nostro Paese: convegni, visite guidate, deposizioni di nuove targhe e pietre di inciampo elencati nella «mappa interattiva dei luoghi della memoria» realizzata dal Comune in collaborazione con il dipartimento Studi Storici dell’Università Statale. Ottanta luoghi per ottanta anni di libertà, l’itinerario del cammino verso la libertà.