Trent’anni fa usciva nelle sale Encino Man, una commedia americana che aveva come protagonisti due amici che, scavando una piscina in giardino, trovano un uomo primitivo perfettamente conservato in un cubo di ghiaccio. Brendan Fraser e Ke Huy Quan, entrambi nel cast, per molti anni si sono ritrovati in una situazione del genere: intrappolati nel ghiaccio, vivi, ma con le rispettive carriere congelate. Ieri notte hanno tutti e due rotto le fredde pareti che li intrappolavano. La 95esima edizione degli Oscar è stata quella del riscatto e delle coincidenze come questa. Le sorprese invece sono mancate, tutto è andato come previsto.

Vincitori

Everything Everywhere All at Once non è solo il film trionfatore assoluto di quest’anno, ma anche uno di quelli più vincenti di sempre. Sette statuette, di cui sei nelle categorie principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e ben tre attori premiati, tutti con una storia di riscatto alle spalle. Jamie Lee Curtis è la miglior attrice non protagonista, Michelle Yeoh, invece, batte la favorita Cate Blanchett e diventa la prima donna di origine asiatica a vincere la statuetta di miglior attrice. Inizialmente i Daniels avevano scritto l’intero copione pensando a un protagonista maschile, nello specifico avrebbero desiderato Jackie Chan, ma hanno cambiato idea in corso d’opera. Ecco, i Daniels: Daniel Scheinert e Daniel Kwan, registi e sceneggiatori al secondo film – il primo è il gioiellino Swiss Army Man – hanno eguagliato il record dei Fratelli Coen con Non è un paese per vecchi. Sono la seconda coppia a vincere nella stessa edizione regia, film e sceneggiatura. A proposito di sceneggiatura originale, resta un po’ l’amaro in bocca per L’isola degli spiriti di Martin McDonagh che forse avrebbe meritato la statuetta.

In uno dei tanti multiversi Ke Huy Quan non ha mai lasciato Saigon e lavora in un ristorante vietnamita. In un altro non ha mai ottenuto il visto dagli USA e vive nel campo rifugiati di Hong Kong. C’è poi il Ke esploso dopo i Goonies, con all’attivo più di cinquanta film. Il nostro multiverso però è il più poetico e ci ha regalato l’immagine simbolo di questa edizione

Niente di nuovo sul fronte occidentale è l’altro grande vincitore di ieri sera. Il remake tedesco targato Netflix trionfa come prevedibile come miglior film internazionale, ma a sorpresa si porta a casa altre tre statuette. James Friend vince per la migliore fotografia, scalzando il più quotato Roger Deakins (Empire of the Light), Volker Bertelmann batte il record man di candidature, nonché più anziano in gara, John Williams (The Fabelmans) con la sua colonna sonora carica di tensione e infine la scenografia. Netflix torna protagonista agli Oscar anche grazie al miglior film d’animazione: Pinocchio di Guillermo del Toro è stato il primo ad essere premiato ed era anche il vincitore più scontato. Bellissime le parole del regista messicano: «L’animazione è cinema. L’animazione non è un genere».

E poi c’è il già citato Brendan Fraser. La storia della sua carriera è stata raccontata in tutte le salse da qualsiasi rivista di settore e non solo. The Whale di Darren Aronofsky è stata l’occasione giusta al momento giusto: un film toccante, ruvido e disturbante. Un lungometraggio che ha vinto anche la statuetta per il miglior trucco. Fraser quando sale sul palco a ritirare il premio trema e non riesce a trattenersi. Anche per lui, come per il resto degli attori premiati, quella statuetta è il simbolo di una rinascita dalle ceneri.

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Rimpianti

Parlare di sconfitti in un contesto del genere non ha senso, per cui è più corretto parlare di rimpianti. Torna ancora utile il concetto di multiverso perché forse, in un altro arco spazio-temporale The Fabelmans vince almeno una statuetta e non dobbiamo accontentarci di vedere Steven Spielberg applaudire sorridente i Daniels. Assegnargli la miglior regia sarebbe stato più che legittimo. De L’isola degli spiriti abbiamo già scritto, peccato per Colin Farrell che ha perso il testa a testa con Brendan Fraser – il che ci può stare – ma è scandaloso anche qui l’assenza di un riconoscimento. Tra le aspettative non mantenute vanno di diritto i due blockbuster: Top Gun Maverick era il più apprezzato in platea e tra gli addetti ai lavori, tant’è che il presentatore Jimmy Kimmel è entrato in teatro in paracadute omaggiando Tom Cruise. Eppure, ha perso la gara per il miglior montaggio con EEAO e si è dovuto accontentare del sonoro. L’altro campione d’incassi è Avatar 2, il film più costoso della storia del cinema. Qui si potrebbe aprire un capitolo a parte, anche solo per capire come sia possibile che James Cameron non sia finito nella cinquina dei migliori registi. Il secondo capitolo del kolossal, come era ovvio aspettarsi, vince per i migliori effetti speciali. I rimpianti riguardano purtroppo anche il cinema italiano: il cortometraggio Le pupille di Alice Rohrwacher a sorpresa viene battuto da An Irish Goodbye. Stesso triste destino per il trucco e le acconciature di Aldo Signoretti: Elvis chiude la serata con zero statuette.

Attimi

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Di momenti iconici non ce ne sono stati molti, neppure uno schiaffo. Si potrebbero citare le esibizioni emozionanti di Lady Gaga e Rihanna, la vittoria annunciata della canzone indiana Naatu Naatu tratta dal film RRR, oppure l’imbarazzo generale della platea durante il triste scambio di battute tra Jimmy Kimmel e il premio Nobel per la pace Malala Yousafzai. Tuttavia, questa foto è l’immagine della serata.

In uno dei tanti multiversi Ke Huy Quan non ha mai lasciato Saigon e lavora in un ristorante vietnamita. In un altro universo, invece, non ha mai ottenuto il visto dagli Stati Uniti e ha passato dieci anni nel campo rifugiati di Hong Kong. C’è poi anche un Quan che dopo i Goonies ha visto esplodere la propria carriera e ha all’attivo più di cinquanta film e almeno quattro candidature agli Oscar. Il nostro multiverso però è il più poetico e ci ha regalato l’immagine simbolo di questa edizione. Ke Huy Quan è sul palco con tutto il cast, dopo aver ritirato il premio come miglior attore non protagonista e aver salutato la mamma che lo guarda da casa: Everything Everywhere All at Once ha appena vinto sette premi, tra cui miglior film. Ad annunciare la statuetta più importante non è stato un attore qualunque, ma Harrison Ford. Ke, quando lo vede salire sul palco, torna il bambino di dodici anni che nel 1984 viveva il sogno di recitare al fianco di Indiana Jones ne Il tempio maledetto. Quell’abbraccio tra i due durante i festeggiamenti segna la fine di un cerchio. Sì, forse il multiverso dove eravamo incastrati ieri era il migliore possibile. Tutto, ovunque e allo stesso momento.