L’imponente plesso scolastico “Don Bosco” domina la scena. In basso, su Piazza Monte Baldo, si affacciano due bar che, sornioni, iniziano ad accogliere i primi clienti della domenica. Due uomini escono dal portone della scuola elementare e si infilano svelti nel bar, per tornare a commentare le strade piene di coriandoli e le prime pagine dei giornali.

La grande scuola elementare color rosa pastello sta ospitando i seggi elettorali di alcune sezioni del Municipio III di Roma. Come gli abitanti di Monte Sacro, altri 12 milioni di cittadini, nel Lazio e in Lombardia, sono chiamati domenica 12 e lunedì 13 febbraio ad eleggere il presidente e la giunta regionale.
La posta in gioco non è da poco. Tra le competenze regionali rientra la gestione della sanità, la presenza delle strutture ospedaliere sul territorio, la rete di trasporti che collega il capoluogo di regione con le altre città e comuni. Eppure qui, a Monte Sacro, quartiere romano incastonato nel quadrante nord-est, la regione sembra un’entità distante dai problemi concreti e tangibili dei cittadini.

“Non mi interessa votare. Penso solo al mio lavoro e ai sacrifici”. Mentre avvolge un mazzo colorato di tulipani nella carta del giornale, Paolo sottolinea la sua distanza dalla politica. Ha 60 anni e una doppia cittadinanza italiana ed egiziana, eppure non ha mai votato. Da 30 anni vive nel quartiere e gestisce un negozio di fiori e piante, proprio all’inizio della salita di viale Adriatico, non appena ci si lascia alle spalle il grande plesso scolastico “Don Bosco”. Il suo attaccamento al quartiere è tutto racchiuso nel gesto con cui sottolinea la presenza fissa e stabile del suo negozio, “da sempre esattamente qui. Ho visto crescere in questi anni i figli dei clienti, prima mi chiedevano di portare i fiori a casa, li conoscevo personalmente, ora non è più così”. Per Paolo la regione è una questione distante mentre ad assillarlo sono i problemi con cui ha a che fare ogni sera: “Prima tenevo il negozio aperto h 24, ora chiudo la sera perché i ragazzi fanno danni; è assolutamente da controllare la movida dei locali e la pulizia nelle strade”. Mentre aiuta una ragazza a comporre un mazzo di fiori, avanza quasi con timidezza una richiesta: “Vorrei più sicurezza, i vigili dovrebbero passare più volte, soprattutto di notte”.

La ringhiera degli scaloni della scuola è un susseguirsi di mani che si aggrappano per salire e scendere. L’età media dei cittadini che votano in questo plesso è particolarmente alta, come gli abitanti della zona.
Suor Maria si appoggia con vigore al bastone mentre con l’altra mano ripone la tessera elettorale nella custodia. Ha 70 anni e proprio quest’anno festeggia i 50 anni di operato da missionaria. Dopo una vita passata negli angoli più remoti della Terra, ha vissuto gli ultimi 3 anni qui a Monte Sacro. “Il miglioramento dovrebbe partire da ognuno di noi – afferma con voce dolce e decisa – poi arrivano i governanti che possono dare una grande mano”. Non gira molto per il quartiere ma comunque ha notato che servirebbero più pulizia sulle strade e una gestione più logica degli spazi: “Viale Adriatico è stretto e con le macchine parcheggiate da entrambi i lati è ancora più difficile attraversarlo”. Con sguardo sognante conclude: “è un bellissimo quartiere, anche le persone sono a modo, avrei però un desiderio, che tutti gli abitanti lo sentissero come casa propria, così che, se ieri qui in piazza c’è stata la festa di carnevale, oggi ci mettiamo tutti a pulire i coriandoli rimasti per terra”.

“La regione Lazio? Mi sembra che le cose vengano lasciate in balia, da anni”. Roberto ha 63 anni ed è uno storico abitante del quartiere. Il senso di abbandono che prova nei confronti della politica non lo fa desistere dal votare. “Uno ci prova, mi faccio una passeggiata, ma d’altronde ho sempre votato, speriamo solo che le cose cambino” sospira. A velare il suo sguardo, terso come il cielo di questa domenica assolata, è il pensiero della mancata pulizia della via in cui abita: “Da sempre è così, le foglie degli alberi diventano compost e intasano i tombini. Con la Raggi hanno provato a risolvere e ogni mercoledì ci facevano spostare le macchine per pulire, ma è durato solo due settimane”.
Pulizia delle strade, ma anche miglior efficienza del sistema regionale di trasporti, a cominciare da quello su ferro e su gomma. Al presidente di regione Ilaria e Lucia vorrebbero chiedere questo. Le due donne di 50 anni lavorano come portiere nella scuola adibita a seggio. La voce si infiamma al pensiero dei tempi d’attesa nei pronto soccorso, “assolutamente da rivedere, non è possibile”.

La gestione della sanità preoccupa anche Massimo, 50 anni. “Non è possibile che la gente stia in ospedale ad attendere giorni e giorni, buttati sulle barelle in corridoio”. L’uomo, altro storico abitante del quartiere, vorrebbe anche che i cittadini fossero più coinvolti, a cominciare dalle decisioni prese in città: “Nella mia via hanno fatto la zona 30, è un delirio, non ci hanno neanche coinvolti”.

Elisa, 35 anni, rincorre per la piazza le sue due bambine, mentre sfrecciano a bordo dei loro monopattini rosa. Non ha dubbi su cosa mettere sul podio ideale di priorità: “Occorre migliorare assolutamente le infrastrutture, soprattutto quelle della scuola e dei nidi, e lo so bene con due figlie così piccole. Poi la sanità, bisogna renderla più accessibile e ridurre i tempi d’attesa per visite ed ecografie. E infine i trasporti”. Un pensiero particolare lo rivolge alla scuola e all’assegnazione delle cattedre, “con insegnanti che all’improvviso se ne vanno. Insomma – conclude con voce sconsolata ma allo stesso tempo di sfida– ce ne è di lavoro da fare”.

“Affluenza scarsa, ma che ti vuoi aspettare?”. Marco ha 65 anni e da 31 gestisce il bar Morgante. Dal suo locale storico guarda alla scalinata vuota della “Don Bosco”, così imponente, così solitaria. Dall’altra parte del bancone si alternano sguardi, saluti, richieste, chiacchiere. La politica sembra l’unica assente. La questione delle regionali è lontana, una presenza assenza, con i seggi così vicini eppure quasi deserti. “Alla fine i miei clienti sono interessati dallo stato delle strade del quartiere, più che dalle grandi questioni della regione, che poi così grandi e lontane non sono”. A fine turno andrà anche lui a votare ma il suo pensiero costante è il cambiamento vissuto dal quartiere: “Si è invecchiato, ma la sera è frequentato da giovani che però vengono da altre zone di Roma”. Con rammarico sottolinea che ormai la nuova identità di Monte Sacro sono i locali della movida: “Proprio al posto del cinema che si trovava in piazza Sempione ci apriranno un altro locale. Ormai all’unico cinema di quartiere presente, l’Antares, le persone preferiscono il multisala del centro commerciale Porta di Roma”, non molto distante da qui. Non appena gli viene chiesto di ampliare un po’ lo sguardo, la questione prioritaria diventa la sanità: “Assolutamente da migliorare, sono stati chiusi un sacco di ospedali, non è possibile”. A fargli passare il tono polemico basta il sorriso di una signora appena entrata.

Dai villini in stile liberty, nucleo della sperimentale “Città giardino” progettata da Gustavo Giovannoni nel 1920, al mosaico di localini che affollano le vie del quartiere, dai palazzoni di epoca fascista fino ai momenti aggregativi in piazza Sempione, dal concerto che ogni estate ricorda Rino Gaetano e il grande amore che il cantante aveva per il quartiere, fino ai manifesti e striscioni che inneggiano alla pace in Ucraina e ricordano Valerio Verbano, ucciso nel quartiere limitrofo del Tufello durante gli anni di Piombo, tanti sono i volti di Monte Sacro.

Un quartiere stratificato e impreziosito dalla commistione di queste esperienze, sospeso e allo stesso tempo così partecipe, luogo duale fin dall’antichità, da dove gli auguri osservavano il volo degli uccelli per ottenere vaticini, e dove è avvenuta una delle prime ribellione della plebe contro i patrizi. Un quartiere attivo e sornione, sacro e profano, intermittente, come l’interesse per la politica di molti dei suoi abitanti.