Mesut si siede ad uno dei tavolini del suo kebab. Anni fa, sicuramente più di cinque, si sarebbe seduto su uno dei banchi della facoltà di Legge dell’università di Istanbul.Il posto a sedere e più in generale il posto dove vivere nella sua storia fanno la differenza: se fosse rimasto in Turchia, il saluto complice riservato alla sorella non ci sarebbe mai stato. Invece avviene appena lei ha terminato di servire i clienti del Villa Istanbul di viale Monza e si accinge ad uscire dal negozio.
Se fosse rimasto nella sua città natale, lei avrebbe continuato a vivere in Italia senza di lui. Lui, insieme al cognato, non sarebbe diventato il proprietario di tre locali disseminati tra Milano e Cologno Monzese. Non avrebbe potuto comunque diventare il giudice che avrebbe desiderato essere, un po’ per l’inefficienza del sistema universitario e un po’ per la situazione politica turca.
“Studio in Europa”, ha pensato, prima di rendersi conto di quanto in Italia fosse complicato, economicamente parlando. Ha quindi smesso di rincorrere la carriera giudiziaria e ha lasciato gli affetti e la città che non cambierebbe per niente al mondo, perché ”una città senza mare per me non è una città”, anche se non nasconde che vivere a Milano gli piace.
Qui ha dovuto accantonare il sogno della toga per dedicarsi alla preparazione e alla vendita delle specialità turche. Panini, piatti di kebap semplice e baklava creano un filo diretto tra il presente e le sue origini. La Turchia riecheggia quando le parole in lingua locale sovrastano la musica di sottofondo. I brani, diffusi in radiovisione, lo accompagnano mentre prepara un piatto dei suoi, si siede al tavolo e chiama qualcuno, approfittando del momento di pausa.
Mesut è un trentenne contento di una professione che non aveva programmato, in una nazione che non aveva deciso di raggiungere e in cui ha chiesto asilo politico.
In turco Mesut è un nome, ma è anche un aggettivo e significa “felice”. A vederlo sorridere mentre smette di mangiare e correre dietro al bancone per ascoltare l’ordine di una ragazza e adoperarsi per soddisfarlo, sembra davvero una persona entusiasta. Mesut è un trentenne contento di una professione che non aveva programmato, in una nazione che non aveva deciso di raggiungere e in cui ha chiesto asilo politico.
Fare il kebabbaro ed essere straniero vuol dire essere soggetto a diversi stereotipi. “La gente prima ti chiede sempre di dove sei e questa è una domanda che ti mette davanti ad un pregiudizio. Ti chiedono che cosa fai: tu rispondi kebab e hanno già la loro idea. Si pensa che tutti facciamo la stessa cosa. Sì, facciamo questo lavoro ma non è che siamo tutti uguali”. Tenendo fede al suo nome, Mesut li combatte con il sorriso, la gentilezza e la pazienza.