Il sole scompare dolce nella luce del tramonto al di là della collina, uno scatto da portare con sé. Poi un boato e il buio che ricopre ogni cosa. La fotoreporter libanese Christina Assi ricorda tutto degli istanti fatali che avrebbero cambiato per sempre la sua vita e quella di sette colleghi internazionali arrivati come lei sul confine israelo-libanese per documentare le tensioni in Medio Oriente. In molti, come lei, nell’ottobre 2023 erano inviati di Agence France Press e avevano scelto un luogo considerato strategico e sicuro da qualsiasi cronista per seguire i preparativi dell’Idf alla vigilia del conflitto con i palestinesi. In quel punto esposto e sopraelevato, protetta dai ricordi dell’infanzia e dalla grande scritta “press” ben visibile su giubbotti e attrezzature, Christina sentiva che nulla sarebbe potuto accaderle. Sono stati l’amore per la sua terra e la fiducia nell’autorità a tradirla, togliendole nel giro di pochi secondi una gamba e parte del suo futuro in un bombardamento israeliano ritenuto da molti «deliberato», che ha inaugurato una stagione di sangue per i giornalisti nella regione. Al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, la reporter ventinovenne ha portato la sua cruda testimonianza dei fatti, ripresi integralmente sul campo da una telecamera rimasta accesa, e il grido di indignazione per una giustizia ancora lontana.

Perché ti trovavi proprio lì?

Ho vissuto la guerra quando ero piccola in Libano e mi ripetevo sempre che, una volta cresciuta, l’avrei raccontata. Il dovere di essere parte della Storia mi ha imposto di documentare ciò che stava succedendo. Insieme ai colleghi, abbiamo scelto quel punto anche perché non volevamo nasconderci né risultare sospetti ed eravamo distinguibili dal personale militare. Ma i droni ci sorvolavano comunque.

Cosa è successo quel giorno?

L’ultima cosa che ho visto è stato il tramonto. Stavo scattando una foto da mandare a mia madre per mostrarle che andava tutto bene. All’improvviso mi sono ritrovata a terra, ho visto le mie gambe ferite ma non ho avuto neanche il tempo di realizzare cosa stesse accadendo ed è successo di nuovo. Così mi sono trascinata via, il giubbotto era pesante, la macchina fotografica pendeva dal mio collo quasi soffocandomi. Arrivati i soccorsi, io sono stata la prima ad essere portata via, rimanendo sempre cosciente fino all’ospedale. Lì sono entrata in coma, mentre i medici tentavano l’impossibile per salvarmi. Non so come possa essersi trattato di un errore. E se anche lo fosse stato, perché attaccarci ancora mitragliando?

E poi?

Il mio cervello non ha provato a proteggermi cancellando i ricordi. Ho subito trenta operazioni, sono rimasta per tre mesi in terapia intensiva e ogni giorno era una lotta per la vita. Alla fine, ho dovuto fare i conti con una nuova realtà: non avrei più camminato né lavorato come prima.

Le responsabilità dell’esercito israeliano nell’attacco sono state accertate?

Da parte israeliana ci sono stati solo silenzio e normalizzazione della violenza contro i giornalisti. Vorrei sapere chi è stato: un comandante che ha dato l’ordine? Un soldato che ha deciso di attaccarci? E vorrei vederli sotto processo. Di rado si hanno così tante prove: c’erano tre telecamere accese, ci sono audio, testimoni oculari, è tutto molto dettagliato. Ormai, la scritta “press” è una sentenza di morte e per questo è essenziale sapere cosa fare in quelle situazioni, nonostante nulla possa prepararci davvero ad affrontarle.

Quale futuro ti aspetta?

Sto imparando a stare in equilibrio e mi impegno per tornare sul campo il prima possibile. La macchina fotografica che avevo quel giorno è sopravvissuta con me e per tanto tempo non l’ho voluta vedere, illudendomi che così avrei nascosto anche il mio trauma. Ma poi ho pensato di usarla per documentare il mio viaggio personale e mi sono resa conto di quanto sia difficile mettersi davanti a un obiettivo senza sentirsi vulnerabili. La mia prospettiva di racconto da quel momento è cambiata: faccio molta più attenzione al lato umano delle storie. È come se qualcosa dentro di me fosse morto e rinato in un altro modo.

C’è però chi lontano dal fronte difende la libertà di stampa, denunciando dall’interno l’escalation di violenza contro i giornalisti e la loro targetizzazione da parte dell’Idf. Meron Rapoport, nato a Tel Aviv, lo fa come cronista investigativo di +972 Magazine e direttore di Local Call, due tra i più importanti organi di informazione indipendente in Israele. Dal 7 ottobre, insieme alla sua squadra porta alla luce i crimini di guerra negati dal governo e dai suoi vertici nei territori palestinesi.

Qual è la situazione dei giornalisti nel conflitto?

Più di duecento sono già stati uccisi. Sono forse più di tutti quelli morti nelle guerre contemporanee recenti. E non si tratta solo di palestinesi. Di tutto questo non si parla, anzi, e non esistono inchieste ufficiali.

Cosa riuscite a fare in questo scenario?

La guerra e gli attacchi continueranno, noi non possiamo farci molto. Ma le nostre inchieste stanno risvegliando tante coscienze in Israele e nel mondo su ciò che succede a Gaza e in tutte le zone calde. Sentiamo molto la responsabilità di questo ruolo e specie per i giornalisti palestinesi cerchiamo di diventare un filtro, traducendo e pubblicando il loro lavoro.

Fino a quale punto, secondo te, i media indipendenti possono influenzare il corso degli eventi in tal senso?

Siamo ancora piccoli e non abbastanza forti per riuscire a cambiare le cose, ciò che ci sovrasta è molto più potente di noi. Eppure, è essenziale puntare i riflettori su quanto i media mainstream ignorano per una ragione ben precisa.

Come hanno reagito le vittime, non solo giornalisti, dei crimini su cui avete indagato?

Sono rimasto particolarmente stupito dall’atteggiamento di molte famiglie palestinesi colpite: vogliono parlare con me a tutti i costi pur sapendo che sono israeliano, proprio perché vogliono far conoscere il più possibile la realtà di Gaza. E questo per me è molto importante.