Il sistema educativo neozelandese è molto diversificato ed è tornato recentemente al centro del dibattito pubblico. In modo simile a quello italiano si divide per età in Early Childhood Education, dalla nascita fino ai 5 anni, Primary and Secondary Education, dai 5 fino ai 18/19 anni, e Further Education, ovvero un’istruzione superiore di tipo professionale o universitario. L’intero percorso può essere affrontare in scuole pubbliche, quindi gratuite e finanziate dallo Stato, oppure in quelle private, che diversamente si mantengono grazie alle rette scolastiche.
Un altro esempio più suggestivo di quello che è il panorama scolastico in Nuova Zelanda sono, invece, le scuole Māori. «In Nuova Zelanda esistono scuole specificamente dedicate ai Māori, chiamate Kura Kaupapa Māori, la prima si è stabilita in West Auckland nel 1985 – racconta Rossella Quaranta, giornalista e segretaria generale della camera di commercio in Nuova Zelanda –. Queste scuole sono parte integrante del sistema educativo del Paese e si concentrano sulla promozione della lingua, della cultura e dei valori Māori. Infatti, giocano un ruolo cruciale nella rinascita del te reo Māori, riconosciuto come lingua ufficiale della Nuova Zelanda insieme all’inglese, che per molto tempo ha rischiato di scomparire. Offrono agli studenti un contesto che rafforza l’orgoglio culturale e l’identità».
Si insegna per lo più in te reo Māori, che è la lingua usata per la maggior parte delle lezioni, e grande attenzione è data allo studio della filosofia Māori. «Il curriculum segue i principi del Te Aho Matua – spiega Quaranta –, una filosofia educativa basata sui valori, sulle credenze e sulle pratiche Māori tradizionali. In generale le scuole offrono un ambiente dove i bambini Māori possono crescere con un forte senso di identità culturale, in un contesto che rispetta e valorizza la loro eredità. Ma nonostante il valore culturale, le kura kaupapa Māori hanno difficoltà come il reclutamento di insegnanti fluenti in te reo Māori e l’accesso a risorse educative adeguate».
La polemica sulle Charter Schools
Ultimamente si è però tornato a parlare delle charter schools, un particolare tipo di istituzioni scolastiche con maggior libertà rispetto a quelle normali, che erano state chiuse nel 2016 dopo una sperimentazione dagli scarsi risultati e che, invece, è stato deciso riapriranno il prossimo anno. Le charter school, note anche come partnership schools o kura hourua, ricevono finanziamenti governativi analoghi a quelli delle scuole statali, ma operano con maggiore autonomia rispetto alle regolamentazioni del Ministero dell’Istruzione: possono decidere di insegnare soltanto determinate materie ed escluderne altre, i professori non devono obbligatoriamente essere abilitati e, addirittura, come avviene in una charter school statunitense, è possibile che venga studiato il creazionismo al posto dell’evoluzionismo. In pratica, il modello delle charter school consente loro di stabilire propri programmi didattici, qualifiche, retribuzioni e condizioni di lavoro per il personale, nonché di gestire in modo indipendente l’orario scolastico e il calendario annuale.
Secondo Quaranta «la reintroduzione delle charter school nel 2024 ha suscitato un dibattito tra i sostenitori, secondo cui queste scuole offrono maggiore flessibilità educativa, promuovono l’innovazione e forniscono alternative valide per studenti che non si adattano al sistema tradizionale, e i critici, preoccupati riguardo alla mancanza di trasparenza, alla potenziale erosione dei finanziamenti per le scuole pubbliche e all’assenza di responsabilità verso le comunità locali.
«Un punto centrale della controversia – continua –, riguarda l’efficacia delle charter school nel migliorare i risultati educativi, specialmente per gli studenti provenienti da contesti svantaggiati. Alcuni studi indicano che gli studenti delle charter school ottengono risultati superiori rispetto ai loro pari nelle scuole pubbliche, mentre altri non riscontrano differenze significative. Inoltre, emergono preoccupazioni sul fatto che le charter school possano selezionare gli studenti, escludendo quelli con bisogni educativi speciali o provenienti da famiglie a basso reddito, contribuendo così alla segregazione scolastica».
Si mostra invece preoccupato De Angeli Tedoldi, insegnante di chimica e scienze in una scuola pubblica locale: «Io trovo assurdo che sia permesso di insegnare a chi non lo è di professione. Vedo la situazione molto grigia: il dibattito pubblico attualmente è dominato da altro come la situazione economica, perciò alla scuola non ci si pensa molto e non c’è stata una grande opposizione alla reintroduzione delle cherters. La scusa che si usa, spesso, è il fatto che il sistema scolastico non funziona per tutti e, quindi, questa potrebbe essere una possibilità in più».