«Se le chiedessi tre aggettivi per descrivere la haka neozelandese, lei quali userebbe?». «Prima di tutto la descriverei come un qualcosa di aggressivo. Ma non si limita a quello, perché definisce anche l’appartenenza di un popolo, un legame con il passato che non è solo storico, ma molto intimo. Quindi aggressiva, intima, e, dal nostro punto di vista, spettacolare».Mi risponde così Francesco Pierantozzi, ex rugbista, ora giornalista e voce del rugby e di tanti altri sport per Sky. Lui la haka l’ha potuta conoscere da vicino e ne ravvisa l’importanza che riveste all’interno di diverse comunità, in particolare quella Maori.

Ricorda di averne vista una all’interno di un marae (grande recinto monumentale costruito e usato dai Polinesiani quale luogo di culto): «È il luogo all’interno del quale ci si sposa, si muore, dove si vivono tutti i riti di passaggio. Qui emerge questa danza tradizionale, che riporta i Maori al loro passato, ad un rapporto profondo con tutto ciò che c’è stato prima di loro. Può rappresentare un segno di sfida, di benvenuto, di esultanza. Quando li vedi muoversi in simbiosi e riesci a non farti suggestionare esclusivamente dalla forza dirompente delle loro movenze, puoi tornare con la mente a tutto ciò che fa parte della storia del loro Paese, al vincolo di appartenenza con i loro antenati. E lo sguardo non è solo rivolto al passato, perché tutti questi aspetti devono essere tramandati alle generazioni future».E l’etimologia della parola va proprio in questa direzione: HA, traducibile come soffio o respiro, e KA, che significa accendere, infiammare, dare energia. Un soffio vitale che divampa e che è capace, indistintamente, di creare e distruggere.

Marae Fonte: https://www.newzealand.com/

Marae – Fonte: https://www.newzealand.com/

La haka non è solo una danza, ma anche una composizione musicale suonata con vari strumenti e con il coinvolgimento di quasi tutte le parti del corpo: piedi, mani, gambe, voce, lingua e occhi.Rappresenta simbolicamente la passione, il vigore e l’identità dei Maori, ed è un rituale che cerca soprattutto di impressionare: si roteano e si spalancano gli occhi, si digrignano i denti, si mostra la lingua, si urla e si sbuffa, si battono violentemente il petto e gli avambracci, come segni di potenza e coraggio. Tutto viene ripetuto all’unisono, a formare un’unica intensa armonia.

«Per la popolazione Maori, la haka è legata alla propria ascendenza, qualcosa di ancestrale che trapassa le generazioni e che non trova corrispondenze nella cultura pakeha, ovvero quella dei neozelandesi di origine europea. Nonostante le radici profondamente diverse, la commistione tra i due popoli ha permesso la condivisione di questo rituale, al quale possono partecipare tutti». Basta guardare una partita degli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese, per rendersi conto che persone di diversa etnia ballano uno a fianco all’altro. È necessario però fare un appunto: «Il ruolo del leader resta comunque centrale: chi guida la danza deve essere un giocatore di sangue maori, che riconosce un legame atavico con i propri progenitori. Solo così ci può essere la piena espressione della potenza intrinseca alla haka».

Gli All Blacks hanno effettuato la loro prima Kapa o Pango nel 2005 DDM - LAURENT DARD

Gli All Blacks hanno effettuato la loro prima Kapa o Pango nel 2005 / DDM – LAURENT DARD

La prima apparizione del ballo cerimoniale sui campi da rugby risale al 1888, ma, nei primi anni del duemila, ci fu una svolta: «Non tutte le haka sono uguali, ogni comunità può averne una propria. Nel rugby la più nota e rappresentata era la Ka Mate, ma, nel 2005, gli All Blacks decisero di metterne in scena una nuova. Volevano qualcosa che li rappresentasse appieno, che potesse adattarsi al loro modo di essere. Proprio per questo si sono affidati a dei capi tribù Maori, in modo tale che approvassero un nuovo testo a loro confacente. Così è nata la Kapa o Pango, la haka che si conclude con il gesto del taglio della gola».Una danza che richiama la forza dei guerrieri, la felce d’argento (simbolo della squadra) e l’unione imprescindibile con la terra, e che, generalmente, viene rappresentata dopo gli inni delle due nazioni che si devono fronteggiare.

Un rituale che ha saputo resistere al trascorrere inesorabile del tempo e che non si è piegato alla logica della commercializzazione: «Il 25 novembre 2006 si giocava Galles-All Blacks. La squadra di casa aveva espresso la volontà che i neozelandesi non facessero la haka dopo il loro inno nazionale, perché avrebbe spento l’entusiasmo del pubblico, accendendo i riflettori solo sugli avversari. La risposta non si è fatta attendere: la haka non è comparsa in mezzo al campo, ma negli spogliatoi. Questo perché a loro non interessa essere ripresi dalle telecamere, ma semplicemente celebrare la loro tempra e l’unità che li contraddistingue». Non c’è nessuna ricerca di visibilità, ma l’esigenza concreta di esprimere il proprio essere.

Il titolo di un articolo del Washington Post di una decina di anni fa sembra avvalorare quanto detto sopra: New Zealand’s haka is the world’s most perfect act of nationalism”. Una danza primordiale, che ha radici antichissime e che ha resistito a invasori e colonizzatori; una rievocazione del passato, ma che conserva strette connessioni con il futuro.Legami che hanno spinto Hana-Rawhiti Maipi-Clarke, la più giovane deputata Maori, ad alzarsi in Parlamento e a danzare la haka, trasformando l’aula in uno spazio di resistenza culturale. Un gesto in aperto contrasto con la decisione di reinterpretare il Trattato di Waitangi che, da quasi due secoli, regola i rapporti tra Maori e coloni britannici. Una presa di posizione forte, specchio delle preoccupazioni delle comunità meno rappresentate. La difesa di un modo di intendere la nazione attraverso quello che è “il più perfetto atto di nazionalismo”.