Poche ore fa, l’Eurodeputato danese Anders Vistisen ha parlato in aula a Strasburgo indirizzando parole molto dure a Donald Trump in persona: La Groenlandia fa parte del regno di Danimarca da 800 anni e non è in vendita. Il riferimento, chiaro, all’intenzione del tycoon di annettere l’isola della Groenlandia all’interno del territorio a stelle e strisce, azione per cui il presidente in carica degli Stati Uniti si sarebbe detto “pronto a usare la forza”

L’Unione Europea e gli Usa sembrano giocare una partita, a carte più o meno coperte, per assicurarsi una vicinanza politica e strategica alla Groenlandia. Pensandoci bene, si parla della più grande isola al mondo per superficie territoriale, di cui l’80% circa coperto da una calotta glaciale. Ad attirare così tanto le grandi potenze europee, oltre alle dimensioni geografiche, sono però le ricchezze naturali e minerarie nascoste nel sottosuolo.

A delineare un quadro più completo è Davide Del Monte, giornalista e ricercatore dell’istituto Irpi: «Lo US Geological Survey ha stimato che in Groenlandia siano presenti 17,5 miliardi di barili di petrolio e 148 trilioni di piedi cubi di Gas Naturale Liquido. Si tratta di stime ovviamente, ma riflettono una dimensione economica enorme e che, come dimostra il rinnovato interesse della nuova amministrazione americana, non passa certo inosservata. A far gola alle grandi potenze e all’industria estrattiva sono però anche – o forse soprattutto – gli enormi giacimenti di terre rare presenti nel sottosuolo dell’isola: in questo caso si stima

che la Groenlandia nasconda addirittura il 20% delle riserve mondiali di terre rare, elementi essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e fondamentali per il “green deal”, dato che servono alla produzione di pannelli solari, batterie per le auto elettriche ed altri componenti ad alto valore tecnologico.»

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Un ruolo controverso e quasi paradossale nel delicato equilibrio strategico della Groenlandia viene giocato dal cambiamento climatico. Nel periodo storico in cui le politiche economiche dei più grandi paesi al mondo sono orientate verso una green sustainability e al rispetto dell’ambiente, gli effetti del cambiamento climatico possono invece accelerare il processo di sfruttamento delle ricchezze minerarie presenti in Groenlandia, come spiega Del Monte: «Il cambiamento climatico, effetto dell’industria estrattiva mondiale, sarà paradossalmente anche la causa dell’espansione della stessa. Uno dei motivi per cui le risorse dell’isola artica non sono state ancora sfruttate è infatti la difficoltà dovuta dal fatto che il 90% del territorio è ricoperto dalla calotta gliaciale. Con l’inesorabile scioglimento e arretramento dei ghiacci, i terreni ricchi di risorse diventeranno più appetibili per investimenti minerari, anche perché si renderà possibile lo sviluppo delle infrastrutture necessarie a questo tipo di attività (porti, luoghi di stoccaggio).»

La Groenlandia, che è stata per tanti anni una colonia danese ed è arrivata da pochi anni ad avere una sua stabile e influente autonomia politica e decisionale, non vuole di certo tornare ad essere “governata” da una potenza superiore, Europa o Stati Uniti che siano. Resta difficile, perciò, prevedere il percorso politico e strategico che il governo dell’isola traccerà per il futuro, viste soprattutto le delicate questioni legate al sottosuolo del territorio: «Non è detto che la Groenlandia preferisca ad esempio rimanere nella sfera di influenza europea, invece che passare in quella nord americana. Anche perché le politiche coloniali danesi sono state particolarmente violente e repressive, basti pensare alle politiche di assimilazione forzata e a scandali, come quello dell’innesto di spirali nelle giovani bambine inuit per non farle riprodurre, venuti alla luce di recente. Con realismo, e un pizzico di cinismo, dubito comunque che un’isola remota, abitata da poco più di 50 mila abitanti, sia in grado di resistere da sola alle mire neo-colonialiste delle grandi potenze occidentali. Il vero dilemma non è se la Groenlandia riuscirà a tutelare la propria autonomia, il proprio ambiente naturale e la salute dei propri cittadini, ma se il suo nuovo asservimento porterà a tensioni militari tra le varie forze che vogliono appropiarsene.»