Questo è il dossier che scotta. Una copia è poggiata su una scrivania a Washington, Stati Uniti; l’altra è adagiata su una a Teheran, Iran. Distano continenti e le separano oceani, ma sono vicine. Il faldone condensa l’accordo sul nucleare iraniano (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), contiene la strategia, conserva le mosse possibili, elenca gli scenari propri e altrui. Donald Trump, una volta insediatosi da 47esimo Presidente degli Stati Uniti (20 gennaio 2025), lo troverà alla Casa Bianca, lasciato dal suo predecessore, Joe Biden. Masoud Pezeshkian, invece, l’ha già sfogliato e discusso, da quando è alla presidenza della Repubblica Islamica dell’Iran (28 luglio 2024). Dovranno allacciare il dialogo sulla questione due governi che – da poco tempo – saranno al timone dei rispettivi Stati, da decenni in rotta di collisione, e che sono su fronti opposti negli stessi teatri di guerra, in Ucraina e in Medio Oriente (Palestina, Yemen, Siria).
Il punto di partenza
Negli ultimi quattro anni, il patto sul programma missilistico iraniano, firmato nel 2015 all’epoca delle presidenze capeggiate da Barack Obama e Hassan Rouhani, è diventato cartastraccia. L’hanno disatteso due (Stati Uniti, Iran) degli otto contraenti (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Germania, Unione Europea). La situazione è inalterata da quando nel 2018, tre anni dopo la firma, Donald Trump ha ritirato Washington, applicato delle sanzioni (1500) e ordinato l’uccisione del numero uno del corpo speciale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e Teheran ha ricominciato ad accumulare l’uranio arricchito, che potrebbe raggiungere la purezza sufficiente per la realizzazione delle armi nucleari, e ha impedito agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) di sorvegliare le operazioni.
«La decisione di Trump di abbandonare l’accordo è stata un errore enorme che non solo ha compromesso gli obiettivi di non proliferazione, ma ha umiliato coloro che, nel sistema politico iraniano, avevano sostenuto il JCPOA. Le sanzioni hanno inflitto gravi danni agli iraniani comuni senza migliorare le politiche del governo, che ha reagito sia nella sfera nucleare sia contro i rivali regionali», commenta, a Magzine, Barbara Slavin, fondatrice e direttrice del Future of Iran Initiative all’Atlantic Council e distinguished fellow del Stimson Center di Washington.

Donald Trump mostra un memorandum che ripristina le sanzioni contro l’Iran dopo aver annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, martedì 8 maggio 2018. Chip Somodevilla/Getty Images
I tentativi diplomatici per raggiungere «un accordo più lungo e forte», culminati nei negoziati di Vienna (2021) una volta giunto Biden nello Studio Ovale e nei colloqui informali in Oman (2023), hanno riavvicinato le due parti. Gli Stati Uniti hanno allentato le ritorsioni sul petrolio e sul sistema bancario persiani e scongelato sei miliardi di dollari di ricavi petroliferi iraniani depositati in banche sudcoreane; l’Iran ha concordato di ridurre il ritmo dell’arricchimento di uranio al 60% e rilasciato cinque cittadini statunitensi con doppia cittadinanza. Ma lo stallo non s’è sbloccato. «C’è stata continuità tra le due amministrazioni statunitensi. La principale questione spinosa posta da Trump, il rifiuto degli iraniani di negoziare un accordo sul loro programma missilistico e affrontare le loro attività e quelle dei loro proxy nella regione, è rimasta irrisolta durante il mandato di Biden, che ha deciso di non rientrare nell’accordo. Mentre Teheran ha successivamente riconosciuto che i benefici economici attesi dal JCPOA non si sono concretizzati, per cui aveva pochi incentivi a rimanere impegnato nell’accordo», analizza, a Magzine, Manuel Herrera, ricercatore del programma Multilateralismo e Global governance di Istituto Affari Internazionali.
Le prospettive
A Teheran ci sarebbe la volontà di rimuovere gli ostacoli: l’avrebbe espressa Pezeshkian, con l’intento di guadagnare un ulteriore alleggerimento delle sanzioni, mentre s’innalzano le esportazioni di greggio alla Cina per ammortizzare le ripercussioni negative. Il proposito è stato rinvigorito dal viceministro degli Affari esteri, Majid Takht-Ravanchi, che non ha chiuso a priori la porta delle negoziazioni e attende di decifrare l’approccio dell’amministrazione Trump all’accordo sul nucleare iraniano e alle relazioni regionali che manterrà in Medio Oriente. Ma la parola che conterà di più sarà dell’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, che dal 2018, a fasi alterne, ha sollecitato o bocciato la ripresa delle trattative. Ad agosto, tramite un comunicato stampa, ha annunciato: «Possiamo interagire con lo stesso nemico in determinate situazioni. Non c’è nulla di male in questo, ma non riponete le vostre speranze in loro».
L’incognita più pesante sulla possibilità di ridare forma e valore sul JCPOA è, però, il passaggio di testimone da un Presidente statunitense a un altro. Durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali, che è stata inquinata dall’hackeraggio iraniano che ha violato il comitato elettorale trumpiano e il progetto della stessa matrice per assassinare l’ex tycoon, la questione è stata esclusa dalle priorità. E anche una volta ottenuto il rientro alla Casa Bianca, The Donald e i membri nominati nel suo gabinetto hanno tenuto la bocca cucita sul dossier. Non c’è una posizione ufficiale del governo a stelle e strisce, ma è trapelato il suo possibile obiettivo: imprimere la «massima pressione» per strangolare l’economia persiana e «mandare in bancarotta» Teheran. E gli esponenti trumpiani che s’occuperanno dell’argomento sembrano i più adatti a rispettare questa linea: al Dipartimento di Stato, come al Consiglio per la sicurezza nazionale, siederanno Marco Rubio e Mike Waltz, favorevoli a riprendere il lavoro cominciato sei anni fa.
Ma, secondo Slavin, sul destino dell’accordo sul nucleare iraniano incideranno anche le posizioni e gli umori degli altri contraenti: «Se le tensioni saliranno e l’Iran continuerà ad arricchire l’uranio a livelli pericolosi, la Gran Bretagna e/o la Francia potrebbero ripristinare le sanzioni ONU precedenti al JCPOA che, però, potrebbero portare al veto della Cina o della Russia». Pure gli attori mediorientali, però, potrebbero far sentire la propria voce: su tutti, l’Arabia Saudita e Israele. «Ora che ha ristabilito relazioni con l’Iran, Riad è nella posizione per mediare tra Washington e Teheran, esortando Trump a non esagerare con le sanzioni. Quanto a Israele, è probabile che si opponga a qualsiasi nuovo accordo che permetta all’Iran di continuare ad arricchire l’uranio. Resta da vedere chi avrà più influenza su Trump: Moḥammad bin Salmān o Benjamin Netanyahu».
Ciò che accadrà lontano da Washington e Teheran potrebbero far pendere da un lato o dall’altro le sorti dell’accordo sul nucleare iraniano. La previsione di Herrera è che «non ci saranno colloqui diretti tra il governo iraniano e quello statunitense. Penso che Trump tornerà a una strategia di massima pressione nei confronti di Teheran e gli iraniani cercheranno sostegno economico e politico soprattutto da Russia, Cina e UE». Il dossier potrebbe non smettere di scottare.
