«Era maggio. Un giorno, una banda di ragazzini ha preso una nostra panca e l’ha portata a duecento metri da dove siamo noi. Quando siamo andati a riprenderla, ci hanno aggredito. Ci hanno assalito e ci hanno pestato: siamo finiti al Policlinico». Giuseppe Zen è il proprietario e lo chef della Macelleria Popolare, istituzione nel panorama gastronomico milanese con il suo angolo di pochi metri all’interno del Mercato coperto della Darsena, in Piazza XXIV Maggio. La Darsena, uno dei luoghi più famosi di Milano, simbolo di tranquille passeggiate, di aperitivi in compagnia, di socialità. Di serenità. Almeno fino a qualche anno fa. «Da dopo la pandemia, la situazione è andata degenerando sempre di più, e non si vede il limite al peggio. Un peggio insostenibile», racconta Giuseppe. «Vediamo delle persone che davanti a noi rapinano i passanti e nessuno fa niente. Noi li guardiamo, e dato che li guardiamo, entrano e ci minacciano. E questo succede praticamente ogni giorno».

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Giuseppe Zen

Aumenta il degrado, diminuisce il numero delle persone che sono disposte a scendere a patti con i rischi che un semplice giro in Darsena comporterebbe. E, banale dirlo, di conseguenza calano anche gli affari: «C’è veramente una situazione di insicurezza: pochi controlli, poco supporto ai commercianti. E la gente si è allontanata. Noi qui abbiamo sempre avuto una posizione di grande privilegio  ricorda Giuseppe , ne abbiamo sempre beneficiato. Era diventata un posto di passeggio, e non solo di passaggio. Ma adesso è  tutto insostenibile. Noi qui ci viviamo e tutti i giorni subiamo queste malefatte. Nonostante tutto non vogliamo andarcene, perché amiamo il nostro lavoro e il nostro lavoro è esattamente il contrario di quello che ci accade intorno: è dare ospitalità. E poi, aspetto non secondario, io ci campo la mia famiglia. Ci piacerebbe soltanto lavorare senza rischiare».

La Macelleria Popolare

La Macelleria Popolare

Gli effetti di questa situazione sono evidenti. Basta farsi “una lunga”, come la chiama Giuseppe, su e giù per il pontile. A qualsiasi ora. Quella che prima era una zona turistica, ricca di movimento, sembra ormai caduta nell’ombra. È mercoledì, sono le 17, ma in giro non c’è un’anima. Uno strano silenzio interrotto soltanto dal passaggio sporadico di qualche bici o dal clacson di qualche auto che, da Viale D’Annunzio, si tuffa in Corso Genova. Un “deserto dei Tartari”, lo ha definito il proprietario della Macelleria Popolare. «E non perché fa freddo: non c’è nessuno perché è diventato un luogo veramente insicuro. Noi abbiamo ridotto gli orari. Prima si cucinava fino a mezzanotte, adesso chiudiamo alle 21.30, ma già dalle 19.30 in poi non facciamo niente. Questa cosa a noi sta creando, oltre che ansia, un danno economico importante, quantificabile. Grave».

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Uno scenario, quello descritto da Giuseppe Zen e dai suoi vicini del mercato, di decadenza generale. «E la verità è che non succede niente per far sì che le cose migliorino. Da qualche giorno, ma proprio da qualche giorno, ci sono delle camionette delle forze pubbliche che se ne stanno piazzate lì in un angolo: molto meglio che niente, certo, ma loro aspettano che succeda qualcosa. E così non si risolve niente». Quando gli chiediamo se hanno mai provato a parlare con le istituzioni per trovare una soluzione, lo chef accenna un sorriso che tradisce un po’ di amarezza: «Con il Comune c’è un dialogo costante…sono certo che ci stanno lavorando, diciamo così».

Furti, aggressioni, molestie, minacce: la Darsena adesso fa paura

Rissa e bottigliate lungo il canale sotto gli occhi di turisti e passanti

Rissa a colpi di bottigliate lungo il canale sotto gli occhi di turisti e passanti

«Qua abbiamo visto di tutto, gente che si picchia, bottiglie che volano…anche per questo le persone in Darsena non ci vengono più». Andrea è il responsabile di un bar della Darsena. Ha chiesto di non rivelare né il suo vero nome, né quello del suo locale. Ha timore anche a parlare, ne teme le potenziali ripercussioni. Sta preparando due caffè, lo si intravede dietro alle bottiglie disposte sul bancone, ma ci tiene a farci capire che la zona è mutata. Da qualche anno ormai assiste impotente alla trasformazione di ciò che lo circonda: le persone che frequentano il bar sono cambiate, ma anche quelle che non si siedono a prendere qualcosa da bere, e che semplicemente bazzicano lì intorno, non sono più quelle di prima. «Abbiamo dovuto prendere la decisione di riportare tavoli e sedie ogni sera all’interno dello stabile, perché, altrimenti, c’era il rischio di ritrovarli accatastati nel Naviglio. Lavoriamo in una zona che dovrebbe essere valorizzata, ma, ogni volta che mi sveglio la mattina per venire ad aprire, ho paura di trovare qualche danno».

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Fuochi d’artificio sparati sulle auto in zona Darsena

La totale insicurezza è ciò che spinge i vecchi avventori che riempivano i bar intorno al Mercato coperto della Darsena a cambiare destinazione e a non rivolgersi più a quegli esercizi commerciali che, per anni, sono stati luogo di ritrovo e di condivisione. Il timore di finire in mezzo a qualche rissa, il rischio di subire uno scippo o, più semplicemente, il dover abbassare la testa per non cadere nelle provocazioni dei gruppetti di giovani che si accomodano lungo i canali, hanno fatto sì che i clienti volgessero il loro sguardo altrove, alla ricerca di una zona più tranquilla. La situazione appena descritta non facilita l’assunzione di nuovi dipendenti: «Più di un mio collaboratore è stato aggredito o ha subito dei furti. Abbiamo scelto di cambiare gli orari di lavoro e di chiudere anticipatamente, ma non abbiamo notato miglioramenti significativi. Perché dovrebbero venire a lavorare qui, coscienti del fatto che c’è la concreta possibilità di tornare a casa a mani vuote, magari rischiando di avere una colluttazione?».

Domanda a cui è difficile trovare una risposta, ma che sembra legittimare, almeno in parte, la chiusura definitiva del “Vista Darsena”, locale distante poche decine di metri. Domenica 3 novembre, infatti, uno dei punti di riferimento della zona ha chiuso i battenti. Se si ha l’occasione di passarci davanti, sembra che tutto sia rimasto fermo a quell’ultimo giorno di apertura: la cassa ancora illuminata e funzionante, gli alcolici riposti ordinatamente su varie mensole, una cassa di tè ancora da scartare. Le luci però rimangono spente e i tavoli non si animano del vociare dei clienti. Troppo pericoloso rimanere aperti, troppo bassi i ricavi in rapporto ai costi di gestione; così, dopo otto anni, l’attività è cessata. Qualcuno però potrebbe obiettare: è davvero sempre colpa della microcriminalità e della “malamovida”? Non c’è la possibilità che le responsabilità maggiori siano da affibbiare agli ormai ex gestori dell’attività, incapaci di valorizzare questo angolo di Milano? La risposta arriva direttamente dall’asta organizzata dal Comune per la concessione dell’unità immobiliare, comprensiva di negozio e plateatico: la gara è andata deserta e nessuno si è dimostrato interessato ad acquistare gli spazi proposti, nonostante il prezzo competitivo.

Un fallimento totale, che testimonia ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, la veridicità delle testimonianze raccolte e la scarsa considerazione di cui gode quest’area. La gente ha paura e la Darsena, uno dei luoghi più fotografati del capoluogo lombardo, rischia di finire nell’album dei ricordi.

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