Donald Trump sarà il 47esimo presidente degli Stati Uniti, un verdetto sancito dalle elezioni del 5 novembre 2024. Le sfide che lo attendono sono molteplici, con il Medio Oriente e, in particolare, il Golfo Persico, in cima alla lista delle priorità.

Durante il precedente mandato, il principale successo diplomatico di Trump erano stati gli Accordi di Abramo, firmati il ​​15 settembre 2020. Grazie alla mediazione degli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti (EAU), il Bahrain, il Marocco e il Sudan avevano normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele, un fatto storico per la regione. L’obiettivo iniziale di includere anche l’Arabia Saudita, che aveva favorevolmente accolto le trattative, sembrava essere a portata di mano. Il risultato di questi accordi era stato l’isolamento dell’Iran, relegato ai margini della regione araba.

Presidente Donald J. Trump, Ministro degli Esteri del Bahrain Dr. Abdullatif bin Rashid Al-Zayani, il Primo Ministro Israele Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed Al Nahyan segnano gli Accordi di Abramo Martedì Sett. 15, 2020, alla Casa Bianca (Official White House Photo by Shealah Craighead)

Presidente Donald J. Trump, Ministro degli Esteri del Bahrain Dr. Abdullatif bin Rashid Al-Zayani, il Primo Ministro Israele Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed Al Nahyan segnano gli Accordi di Abramo Martedì Sett. 15, 2020, alla Casa Bianca (Official White House Photo by Shealah Craighead)

Tuttavia, da allora, il contesto geopolitico è cambiato in modo significativo. Riavvolgere il nastro della storia e riportare gli Stati Uniti a una posizione strategica favorevole, come quella di un tempo, appare ormai difficile ma non impossibile.

Il conflitto israelo-palestinese, riacutizzatosi il 7 ottobre 2023, ha modificato gli equilibri del Medio Oriente, riducendo le distanze religiose tra i protagonisti e favorendo un sorprendente riavvicinamento tra Iran e Arabia Saudita. Questo nuovo scenario è stato facilitato dalla Cina, che ha svolto un ruolo centrale nella ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, interrotte da anni di conflitto, il 10 marzo 2023.

L'incontro tra il segretario del Consiglio supremo di sicurezza iraniano Ali Shamkhani, il consigliere per la sicurezza nazionale saudita Musaid Al Aiban e il capo della diplomazia cinese Wang Yi il 10/3/2023. Foto: CHINESE FOREIGN MINISTRY/Anadolu Agency via Getty Image

L’incontro tra il segretario del Consiglio supremo di sicurezza iraniano Ali Shamkhani, il consigliere per la sicurezza nazionale sauditaMusaid Al Aiban
e il capo della diplomazia cinese Wang Yi il 10/3/2023. Foto:CHINESE FOREIGN MINISTRY/Anadolu Agency via Getty Image

A dimostrazione di ciò, in occasione del vertice congiunto della Lega Araba e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, tenutosi a Riyad l’11 novembre 2024, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed Bin Salman, ha dichiarato: «Israele dovrebbe astenersi dall’attaccare l’Iran», definendo quest’ultima una «repubblica sorella». Questo segno di distensione evidenzia un inaspettato riavvicinamento tra due potenze storicamente rivali.

Alla luce di questi cambiamenti, è fondamentale interrogarsi sugli sviluppi futuri nel Medio Oriente e nel Golfo Persico. Con Trump alla guida degli Stati Uniti, il Paese riuscirà a imporre uno scenario favorevole ai propri interessi? Le nazioni arabe, nonostante le loro differenze religiose, sapranno unire le forze per promuovere un interesse comune volto a porre fine al conflitto Israelo-Palestinese?

Giuseppe Dentice, analista senior e responsabile del desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.SI – Centro Studi Internazionali, ritiene che il Medio Oriente sia profondamente cambiato rispetto a cinque anni fa. “L”eredità di Trump, inevitabilmente, è diluita nel corso degli anni e anche se alcune idee della prima amministrazione permangono, non è detto che possano essere attuate nello stesso modo”.

Alla luce degli eventi che si sono verificati a partire dal 7 ottobre 2023, il presidente Trump troverà di fronte a sé un mondo arabo diviso come lo aveva lasciato?

Attualmente, osserviamo uno scenario mediorientale caratterizzato da profonde contraddizioni: Israele è in conflitto con i palestinesi, con l’Iran e con vari “attori” non statali vicini a Teheran ma, rispetto al 2020, non gode più di buone relazioni con altri attori arabi. Sebbene i rapporti commerciali siano ottimi, quelli politici vivono più bassi che alti a causa del conflitto. Per gli Stati Uniti è evidente che creare un fronte compatto anti-Iran, unendo Paesi arabi e Israele, rischia di essere quasi impossibile. Gli attori arabi del Golfo oggi sono molto più cauti e attenti a evitare sviluppi che possano mettere a rischio la loro sicurezza nazionale. Inoltre, sono diventati decisamente più influenti rispetto a quattro anni fa. L’Arabia Saudita, ad esempio, è oggi un attore globale riconosciuto, membro del G20. Inoltre, l’accordo di mutuo riconoscimento mediato dalla Cina, siglato a marzo 2023 tra Iran e Arabia Saudita, ha portato a una sorta di patto di non belligeranza tra i due Paesi, cambiando la stabilità geopolitica della regione, un qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa. Ryiad sembra intenzionata in futuro a normalizzare le relazioni con Tel Aviv, ma solo a determinate condizioni, evitando di mettere a rischio la sua legittimità morale e politica rispetto alla questione palestinese. Se mettiamo insieme tutti questi elementi, è evidente che gli accordi esistenti non sono sufficienti a giustificare un’alleanza contro l’Iran. Probabilmente anche Trump è consapevole di questo.

Dunque, l’obiettivo degli Stati Uniti nel Golfo Persico dovrebbe concentrarsi esclusivamente sul tentativo di distanziare l’Arabia Saudita dall’Iran, o è necessario adottare un approccio più ampio e articolato?

Dal mio punto di vista, prima di tutto, l’obiettivo di Washington nei prossimi anni, deve essere incentrato sul ristabilire la centralità degli Stati Uniti nella governance globale. Questo implica, in sostanza, contenere le spinte di Russia e Cina tanto a livello mondiale quanto in Medio Oriente. Per gli Usa, un elemento fondamentale di questa strategia sarà rassicurare l’Arabia Saudita e ristabilire relazioni più funzionali a entrambe le parti. Tuttavia, oggi Riyad non è più quella di quattro anni fa e non necessariamente accetterà le richieste e i desiderata di Washington senza valutare la propria convenienza. Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha diversificato la sua agenda internazionale, collaborando sempre più con attori globali come Cina e Russia. È essenziale ricordare che già quattro anni fa la Cina era un attore centrale per Riyad, essendo il principale acquirente del suo petrolio, ruolo che continua a ricoprire anche oggi. Questo rende evidente la presenza di interessi contrapposti che vanno valutati non solo dal punto di vista americano.

Infine, con il futuro re saudita, l’attuale principe ereditario Mohammed bin Salman, il dialogo non sarà necessariamente semplice. Le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita potrebbero non seguire un percorso lineare e potrebbero essere caratterizzate da incomprensioni e negoziazioni complesse.

 Foto d’archivio del 20 marzo 2018, il presidente Donald Trump mostra un grafico che evidenzia le vendite di armi all’Arabia Saudita durante un incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington - Foto AP/Evan Vucci, Archivio

Foto d’archivio del 20 marzo 2018, il presidente Donald Trump mostra un grafico che evidenzia le vendite di armi all’Arabia Saudita durante un incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington – Foto AP/Evan Vucci, Archivio

Alla luce delle tensioni geopolitiche emerse durante la presidenza di Donald Trump tra gli Stati Uniti e l’Iran, sarebbe opportuno adottare nuovamente la politica della “massima pressione”?

Il rischio è elevato per tutte le parti coinvolte, e pertanto non sono convinto che perseguire una retorica estremamente aggressiva nei confronti dell’Iran, simile a quella del 2017, sia vantaggioso. In questo contesto, ritengo che sia necessaria una ricalibrazione della strategia, anche se probabilmente assisteremo a un recupero di una certa narrazione, tra cui la massima pressione, ma dovrà essere adattata ai tempi attuali. Questo è evidente anche dalle dichiarazioni di Trump, soprattutto oggi, più che durante la campagna elettorale, dove i temi del Golfo Persico e dell’Iran sono trattati con maggiore circospezione. Pertanto, è necessario essere cauti. Non credo che la risposta sarà semplice e che vedremo un atteggiamento puramente assertivo da parte degli Stati Uniti. A mio avviso, si assisterà a una combinazione di approcci che si concentreranno principalmente sulla de-escalation nei rapporti con l’Iran. Credo che il filo conduttore sia questo. Tuttavia, si tratta di una linea politica rischiosa, che non è priva di pericoli.

Protesta degli attivisti contro la guerra davanti alla Casa Bianca a Washington, DC, il 4 gennaio 2020. Andrew Caballero-Reynolds | AFP | Getty Images

Protesta degli attivisti contro la guerra davanti alla Casa Bianca a Washington, DC, il 4 gennaio 2020.
Andrew Caballero-Reynolds | AFP | Getty Images

Nel 2017, l’amministrazione Trump ha riconosciuto formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e, successivamente, nel 2019, ha proclamato la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, occupate dal 1967. Alla luce di questi precedenti, la rielezione del tycoon potrebbe rappresentare un punto di non ritorno, legittimando azioni ancora più violente nei confronti dei palestinesi? Si potrebbe arrivare a una crisi definitiva nella Striscia di Gaza?”

Sì, e sottolineo che i rischi per i palestinesi derivano dalla possibilità che l’ipotesi di una soluzione a due Stati non venga realizzata. In effetti, Trump ha già fatto intendere questo, poiché ha più volte parlato di soluzioni alternative alla proposta di due Stati, descrivendo quest’ultima come un piano che implica risultati poco significativi. È importante ricordare che l’ultimo accordo concreto per una soluzione al conflitto palestinese, ancora in vigore, non è quello degli Accordi di Abramo, ma piuttosto il cosiddetto “Accordo del Secolo”, promosso dall’amministrazione Trump nel gennaio 2020. Questo accordo ha previsto la concessione di ampi territori contesi, inclusi alcuni della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, a Israele, senza riconoscere la statualità palestinese. Se il prezzo da pagare per i palestinesi nei prossimi anni dovesse essere simile, credo che dovremmo prepararci a un nuovo mandato ancora più complicato, forse anche più difficile dell’attuale.

Fonte: Ansa

Fonte: Ansa

Nel contesto del Golfo Persico, una situazione particolarmente delicata si registra in Yemen, un Paese profondamente diviso tra un governo a maggioranza sunnita, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il movimento ribelle sciita degli Houthi, che ne contende la leadership. Prima di lasciare la Casa Bianca, il presidente Trump aveva inserito gli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche, la sua rielezione può incrementare le tensioni nel Paese?

La questione Houthi è oggi più articolata rispetto al 2020, perché non riguarda soltanto lo Yemen, ma coinvolge anche il Mar Rosso. Da questo punto di vista, è probabile che l’approccio di Trump, sarà più cauto e moderato rispetto al passato, considerando gli interessi degli attori del Golfo. È altamente probabile che gli Houthi vengano reinseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali da parte degli Stati Uniti. Tuttavia, ciò non implica necessariamente un inasprimento del confronto, poiché questo potrebbe mettere a rischio anche la sicurezza dell’Arabia Saudita.

I rischi sono notevoli, sia in termini di una ripresa della guerra civile – mai effettivamente conclusa – sia per la sicurezza regionale, esposta a minacce come gli attacchi con droni. In passato, abbiamo già visto le conseguenze di tali attacchi tanto in Arabia Saudita quanto negli Emirati Arabi Uniti, così come le minacce al traffico commerciale internazionale.

Per questa ragione, non è detto che la futura amministrazione Trump possa trarre vantaggio da un approccio ancora più muscolare rispetto al passato. Sebbene si possano attendere dichiarazioni forti e provocatorie, è essenziale non sottovalutare i rischi per gli stessi Stati Uniti. Gli Houthi non sono più una semplice minaccia locale relegata allo Yemen, ma si stanno configurando sempre più come un attore non statuale di rilevanza regionale, simile a Hezbollah.

Questo è dimostrato dalle loro relazioni costruite negli ultimi mesi con gruppi come al-Shabaab in Somalia, al-Qaeda in Siria e persino con attori statuali come Cina e Russia. Gestire la questione yemenita e il ruolo degli Houthi richiederà dunque un calcolo strategico estremamente attento, poiché la posta in gioco è alta per tutti gli attori coinvolti.

Ansa

Fonte: Ansa

Dal punto di vista geopolitico, gli Stati Uniti dovrebbero temere maggiormente l’espansione dell’influenza iraniana nella regione o l’aumento dell’interesse della Cina per il Golfo Persico?

Personalmente, se lo guardo da una prospettiva strategica globale, è evidente che per gli Stati Uniti i principali avversari siano i cinesi e non gli iraniani, e questo non è in discussione. Verosimilmente l’influenza cinese continuerà a crescere in Medio Oriente, non solo nel Golfo, ma in tutta la regione. Questa crescita potrebbe rappresentare un problema nel caso in cui gli Stati Uniti continuino a ridurre il loro impegno.

Dall’altra parte, gli Usa hanno più di 70 anni di esperienza nella regione, con una conoscenza e contatti approfonditi a ogni livello. Pertanto, non si tratta solo di economia ma è un discorso di sicurezza e di strategia, e in questi settori sono più avanti. La Cina, da questo punto di vista, si è sempre presentato come attore economico e, solo di recente, si sta configurando anche come attore politico, tuttavia, prima che raggiunga questo stadio, è probabile che ci vorranno ancora anni. È chiaro, però, che se la Cina riuscisse a portare avanti iniziative come quella già promossa dall’accordo tra Arabia Saudita e Iran e, in un certo senso, a ribadire la sua centralità nel processo di pace israelo-palestinese, questo rappresenterebbe un enorme passo in avanti che metterebbe in difficoltà gli Stati Uniti.

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La foto a sinistra: 23 ottobre 2024, il presidente cinese, Xi Jinping, ha avuto un incontro con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, a margine dell’incontro dei leader dei BRICS, fonte: Alamy, la foto a destra propone Donald Trump (foto di repertorio)