“Potrebbe essere necessario prolungare il lockdown per più di un mese”. Così ha dichiarato il premier israeliano Benyamin Netanyahu, confermando le parole pronunciate in precedenza dal ministro della sanità Yuri Edelstein. Ed è stato subito dissenso della piazza contro Netanyahu, in particolare da parte degli ebrei ultra-ortodossi.Come è possibile conciliare il rispetto delle norme di sicurezza per contenere un possibile contagio da Covid-19 e il rispetto delle complesse pratiche religiose, soprattutto nelle fasce della società israeliana meno laica? Lo abbiamo chiesto a Chiara Cruciati, giornalista de Il Manifesto.
A seguito della decisione del Governo di venerdì scorso di rafforzare il lockdown, come hanno reagito i cittadini israeliani? Cosa ne pensano della chiusura dei luoghi di culto?
La popolazione israeliana è divisa sulla decisione – assolutamente necessaria – del governo. Fin da marzo, tra i contrari alla chiusura ci sono gli ebrei ultra-ortodossi che la definiscono una limitazione della libertà religiosa, tanto più in tempo di festività ebraiche. Non è un caso che nei mesi passati i principali focolai si siano registrati proprio nei quartieri ultra-ortodossi delle grandi città e nelle cittadine a maggioranza ultra-ortodossa, dove quasi mai sono state rispettate le misure minime di contenimento del virus.Tra i contrari c’è anche una fetta importante di commercianti e ristoratori che denunciano il crollo dell’economia, opinione condivisa anche dal commissario nominato dal governo per gestire l’emergenza, Ronni Gamzu, che invoca una chiusura meno rigida del Paese per salvaguardare l’economia interna. Sono invece a favore del lockdown le città e i villaggi palestinesi in Israele su cui pesano condizioni di vita molto peggiori dovute a minori servizi sia medici che infrastrutturali: perché non sono in grado di far fronte alla crisi sanitaria a causa della marginalizzazione strutturale che subiscono dal governo centrale.
Ad una settimana da queste nuove misure, com’è la situazione? Si pensa di poter riaprire dopo l’11 ottobre o il governo è incerto a riguardo?
La situazione non sta migliorando. Al momento Israele ha sorpassato anche gli Stati Uniti quanto a numero di decessi al giorno in rapporto alla popolazione totale, dopo aver scalato la classifica dei contagi pro-capite. Se si tiene conto che la popolazione israeliana supera di poco i 9 milioni di persone, 6-7mila nuovi casi positivi al giorno sono un’enormità.Secondo l’Oms, in Israele risultano positive tra le 13 e le 15 persone ogni cento tamponi effettuati. Sulla base di questi dati molto allarmanti per il sistema sanitario (che è principalmente privato, come negli Stati Uniti, e costosissimo) il dibattito nel governo su una possibile riapertura dopo il 10 ottobre è molto acceso: la maggior parte dei ministri punta a proseguire con il lockdown (tra questi il ministro della Sanità, Yuli Edelstein, che in questi giorni ha rigettato totalmente l’idea di una fine a breve del lockdown). Lo stesso Netanyahu pochi giorni fa ha ammesso gli errori commessi all’inizio della epidemia, ma si vedrà quanto questa “presa di coscienza” servirà: su di lui sono forti le pressioni dei partiti ultra-ortodossi (fondamentali a tenere in piedi il governo), gli stessi che sono riusciti a rinviare la chiusura fino a portare il Paese a simili livelli di allarme.
Chiara Cruciati: “Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E’ un fatto storico: mai Benjamin Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere”
In generale, qual è la percezione della pericolosità del Coronavirus e delle misure di contenimento in Israele? Ci sono fenomeni di negazionismo?
Non ci sono fenomeni ampi,non ci sono state manifestazioni di negazionisti o movimenti visibili come in Germania, in Italia (dove comunque parliamo di una piccola minoranza di persone) o negli Usa.
A livello economico che impatto può avere una decisione del genere? Quali potrebbero i settori più colpiti essere per un Paese come Israele?
L’impatto sull’economia è significativo come altrove, ma è aggravato dall’assenza in Israele di un sistema di welfare solido. A partire dagli anni Ottanta la rapida ascesa della destra ha cancellato molte delle riforme laburiste che avevano caratterizzato i primi 30-35 anni di storia di Israele (esattamente come, in Inghilterra e negli Stati Uniti, fecero la Thatcher e Reagan). Privatizzazioni feroci, politiche neo-liberiste, riduzione del tasso di sindacalizzazione dei lavoratori e lento smantellamento degli ammortizzatori sociali hanno portato alla attuale situazione: crescita costante del precariato, gravi diseguaglianze socio-economiche e scarsissime tutele per i lavoratori. Al momento si parla di circa mezzo milione di nuovi licenziati e altri 850-900mila in cerca di un impiego (numeri altissimi su una manodopera totale che si aggira intorno ai 5 milioni di persone, ovvero donne e uomini in età lavorativa).A essere più colpiti sono il settore turistico – praticamente annullato al momento con la chiusura dei voli con l’estero – e quello commerciale, vista la chiusura di tutti i negozi tranne supermercati e farmacie: Israele ha un’economia che si fonda sui servizi, il settore manifatturiero è meno centrale. Questo fa pensare che il settore più innovativo, quello dell’high tech e delle start up, sarà meno colpito di altri. Ma va comunque sottolineato come questo rappresenti solo il 9-10% del Pil totale. Per cui c’è da aspettarsi che il Covid-19 allargherà ancora il gap tra ricchi e poveri, tra lavoratori specializzati e manodopera non specializzata, che in Israele spesso coincide anche con le minoranze etniche e religiose (palestinesi per primi, ma anche ebrei etiopi ed ebrei arabi).
Rispetto agli altri paesi Israele è attualmente nella fase più complessa dell’emergenza sanitaria. Ciò accade perché le autorità non hanno saputo gestire adeguatamente il problema o dipende da una forma di negligenza della popolazione?
Il governo ha commesso errori gravissimi. Pur nascendo – ufficialmente – per affrontare l’epidemia, l’esecutivo Netanyahu-Gantz l’ha ignorata, concentrandosi invece sul piano di annessione della Cisgiordania occupata e sui rapporti con i Paesi arabi, reale ma ufficioso motivo dietro la nascita di un governo stabile. Fin dall’inizio le misure di contenimento non sono state imposte sul Paese, né spiegate. L’iniziale chiusura è durata pochissimo: se Israele è stato il primo Paese a chiudere ai voli con l’Italia a marzo, non ha poi mai optato per un reale lockdown. I motivi sono quelli elencati prima: le pressioni dei commercianti e i negozianti, quelle delle comunità e i partiti ultra-ortodossi, il timore che i danni all’economia fossero troppo alti e non valessero la perdita di vite umane. A ciò si aggiunge uno scarso rispetto delle misure di contenimento da parte di una buona fetta di cittadini.
Se sono vietate le manifestazioni oltre un chilometro dalla propria abitazione, come sono gestite le proteste in piazza dalle forze dell’ordine, a seguito di una probabile cancellazione del Natale? Cosa ne pensa l’opposizione di Netanyahu di queste misure?
Le proteste che da settimane interessano Israele non sono legate alle festività religiose, ma alla rabbia verso un primo ministro, Netanyahu, accusato di corruzione e incapacità di gestire l’epidemia.Da mesi, ogni sabato, migliaia di israeliani manifestano sotto la residenza del premier a Gerusalemme chiedendone le dimissioni. E’ un fatto storico: mai Netanyahu è stato oggetto di una simile contestazione in quasi venti anni al potere. Ora il parlamento sta valutando la possibilità di impedire per legge le manifestazioni a causa del Covid-19, possibilità che proprio in questi giorni ha portato centinaia di persone a manifestare anticipatamente davanti alla Knesset contro le eventuali limitazioni alla protesta. Secondo il movimento di protesta, che ha scelto la bandiera nera come simbolo, il parlamento e il governo intendono utilizzare l’emergenza sanitaria per zittire le voci che si alzano contro il più longevo dei premier israeliani.