Wishma Sandamali stava per compiere trent’anni quando, nel giugno del 2017, ha deciso di lasciare la sua patria, lo Sri Lanka, per trasferirsi in Giappone e costruirsi una nuova vita come insegnante di inglese. Meno di quattro anni dopo, il 6 marzo 2021, Wishma è morta, dopo sei mesi e mezzo di detenzione in un centro per migranti, dove era stata rinchiusa per la scadenza del suo visto. Aveva perso venti chili per delle problematiche allo stomaco indotte dallo stress ma, nonostante i suoi lamenti di dolore, le erano state negate le cure mediche. La calligrafia delle sue ultime lettere era praticamente illeggibile. I suoi familiari hanno presentato una denuncia chiedendo un risarcimento di 156 milioni di yen, circa un milione di dollari, ma ad oggi non c’è ancora stata alcuna sentenza, nessuna verità giudiziaria. Del caso di Wishma se n’è parlato grazie alla dedizione dei suoi familiari nel chiedere giustizia, ma non si tratta di una vicenda isolata: secondo le organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi quindici anni sono stati almeno diciotto i detenuti morti in questi centri a causa di trattamenti crudeli, cure mediche completamente inadeguate e condizioni igienico-sanitarie spaventose. Ma sul tema c’è grande silenzio e opacità. Infatti, quando si nomina il Giappone, si pensa subito a un Paese modello, caratterizzato da puntualità, efficienza ed educazione e nessuno mette in luce un grosso scheletro nell’armadio: il trattamento riservato ai migranti, ai richiedenti asilo o ai rifugiati, quelli che per la società sono gli “invisibili”.
«Se consideriamo i Paesi più sviluppati, ad esempio quelli del G20, il Giappone è uno dei più crudeli: finora c’era un meccanismo di detenzione pressoché automatica delle persone che arrivano irregolarmente, in palese violazione degli standard internazionali, secondo cui questa dovrebbe essere soltantol’ultima delle soluzioni» osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. E oltre all’automatismo, a preoccupare sono anche le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere gli stranieri che si trovano rinchiusi in questi centri, come quelle che ha dovuto affrontare Wishma. Situazioni che a lungo andare spingono alcuni detenuti a cercare il suicidio come possono: impiccagione, asfissia, overdose di farmaci, ingerire detersivo, tagliarsi la gola sono alcune delle modalità con cui cercano di procurarsi la morte. La riforma della legge sull’immigrazione in parte interviene su questo aspetto, ma le preoccupazioni dal punto di vista dei diritti umani restano consistenti.
«Non sono così ottimista rispetto alla nuova norma: è un primo passo, ma non un vero e proprio cambio di strategia. È vero che è stato eliminato l’automatismo, ma le condizioni per poter uscire dalla detenzione restano molto stringenti: ci devono essere motivate ragioni di salute oppure si deve avere un supervisore -commenta Noury -. E, allo stesso tempo, è prevista un’ampia possibilità di espulsione: il governo può deportare i richiedenti asilo che abbiano visto la loro domanda rifiutata per tre volte, il che è gravissimo se si considera che i tre dinieghi possono essere tutti superficiali e arbitrari».

Il vero fondamento della riforma, nonché suo elemento propulsore, pare quindi essere soltanto la consapevolezza del Paese di aver bisogno di lavoratori, e non soltanto di quelli qualificati. Al contrario, è rimasta intonsa la concezione elitaria della cittadinanza giapponese come qualcosa da proteggere e da non concedere agli stranieri per non correre il rischio di compromettere la propria identità nazionale. Una realtà che Noury ha ben colto in una riflessione, tagliente quanto esatta: «Il Giappone si è reso conto di aver bisogno delle braccia degli stranieri ma il problema, come sempre, è che assieme alle braccia arrivano anche le persone a cui queste appartengono».