Nessuna luminaria, poca allegria e un’atmosfera cupa, anzi indifferente. A Milano, quest’anno, sembra che lo spirito delle Feste non sia riuscito ad accendere cuori e vetrine. Saranno la consueta crisi o i venti di guerra. Lo si vede nelle strade, sui volti dei passanti impegnati nel dovere più che nel piacere di fare acquisti e nei centri nevralgici di quello che, in un tempo neppure troppo lontano, era il febbrile shopping prenatalizio: i mercati. In via Osoppo, il giovedì mattina, una babele di etnie si confonde nella rigida aria dicembrina. L’ambulante egiziano degli addobbi richiama a sé potenziali clienti. Nessuno sorride, al massimo forzano un buongiorno scavando tra cappelli da Santa Claus e rotoli di carta regalo. Anche Habil ne indossa uno ma i suoi modi bruschi tradiscono una certa insofferenza, altro che magia del Natale. In mezzo a quei piccoli automi c’è Caterina, pugliese di Gioia del Colle: «Ho comprato qualcosa per abbellire la tavolata, a cena la sera della Vigilia saremo in tredici. Però ho speso molto meno rispetto agli anni scorsi. Non ho neanche fatto l’albero» dichiara.

La mensa è a pochi passi dal mercato, in piazza Velazquez. Alle undici una fila ordinata sta già iniziando a formarsi: uomini e donne nascondono i volti nei cappucci per non farsi riconoscere. Alcuni escono con carrellini pieni e si dirigono alla fermata del tram 16 lì di fronte. Quella fermata è lo spartiacque che separa il mondo di chi il companatico può ancora permetterselo da quello di chi è costretto a chiederlo

Basta attraversare l’affollato corridoio che separa le bancarelle per arrivare da Olga, venditrice russa di piante e fiori. Di lei, colpisce subito l’ostinato buon umore mentre racconta: «Le vendite sono calate del quaranta percento dal 2022. Si fanno pochi affari, ma almeno il martedì e il sabato, in viale Papiniano, c’è sempre qualcuno che spende in tronchi di pino, stelle e vischio dalle bacche rosse». Dello stesso avviso è Davide, il commerciante di giocattoli che gli affari dei bei tempi fatica a ricordarli: «Per fare contenti i bambini si fanno sacrifici, eppure non è come gli altri anni. I soldi che girano sono pochi e con tutte le disgrazie che stanno accadendo nel mondo…». Al carretto delle leccornie compaiono inaspettatamente tre Terziarie di San Francesco, abito bianco e tanta speranza negli occhi. Suor Jannette, Suor Karina e Suor Corinne qui sono di casa tutti i giovedì, dove vengono per acquistare caramelle e dolcetti da regalare ai ragazzini della parrocchia: «A Natale, ci piace distribuire generi alimentari e frutta. Ciò che avanza va alla mensa qui vicino, dove i numeri sono aumentati parecchio negli ultimi mesi».

La mensa è quella a pochi passi dal mercato, in piazza Velazquez. Alle undici una fila ordinata sta già iniziando a formarsi: uomini e donne nascondono i volti nei cappucci per non farsi riconoscere. Alcuni escono con carrellini pieni e si dirigono alla fermata del tram 16 lì di fronte. Quella fermata, collocata proprio a metà tra via Osoppo e l’ingresso del refettorio, è lo spartiacque che separa il mondo di chi il companatico può ancora permetterselo da quello di chi è costretto a chiederlo. Qualche metro dopo, lungo la via, c’è il forno di Manuela. Un’istituzione del quartiere: «Il pane lo vendo ancora a 5 euro al chilo e decoro solo la vetrina per i bambini, che in questo periodo vengono a comprare i biscotti di Natale» confessa con tono rassegnato. Poi continua: «Nella zona l’atmosfera è cambiata. Una volta, la gente era felice, non vedeva l’ora di fare acquisti al mercato e passava anche di qua per fare uno spuntino. Ora, sembra che le Feste non interessino».

Dieci minuti di camminata portano in piazza Bande Nere. Si intravede il banco solitario di un ambulante bengalese. Sembra non capisca l’italiano, o forse non ha semplicemente nulla da dire. Su un lato della piazza, un corriere scarica all’ingresso della gioielleria di Paola, che ritira i suoi pacchetti e si ferma per un attimo sulla soglia: «Sta andando malissimo. Io vendo gioielli di seconda mano, soprattutto anelli, ma i guadagni sono diminuiti del 50% nell’ultimo anno. La gente non ha soldi, anche i clienti abituali ormai non vengono. Per me, le Feste natalizie non sono mai state così deprimenti. In una situazione del genere, se non hai le spalle larghe non ce la fai». Il Comune, che risparmia sulle luminarie, quest’anno ha puntato sugli eventi nella Zona 6. Come la pista di pattinaggio gratuita, allestita però al Lorenteggio. Niente salva il quartiere (e la città) da un annichilimento invernale quasi inevitabile. Persino la neve, l’ultimo dei simboli romantici, non cade più. Qualcuno salvi il Natale.