Lo scorso 4 giugno centinaia di trattori si sono radunati a Bruxelles, in un nuovo tentativo da parte degli imprenditori del settore agricolo di far sentire la propria voce alla classe politica e a tutta la comunità europea. La manifestazione questa volta non ha visto lo stesso caos che si era scatenato a febbraio: data infatti l’imminenza delle elezioni europee, le autorità hanno deciso di bloccare diverse vie, impedendo ai manifestanti di avvicinarsi al Parlamento Europeo. Nonostante queste restrizioni, il corteo si è svolto comunque: i trattori provenienti da vari Paesi europei ‒ circa cinquecento, secondo i manifestanti ‒ sono stati però bloccati. Solo a una delegazione è stato permesso di accedere a Place de Luxembourg, dove si trova la sede del parlamento.
Questioni ancora irrisolte
La scelta della data, oltre alla concomitanza con l’appuntamento elettorale, non è casuale: in quei giorni si è concluso il Consiglio Agricoltura e Pesca, per discutere, tra i vari temi, anche della Politica agricola comune. Si tratta di uno dei temi ancora scottanti per questo gruppo di agricoltori, che, nonostante gli accordi raggiunti a febbraio con l’Ue, non ritengono le conquiste ottenute sufficienti rispetto alle loro richieste.
Già dopo le manifestazioni di febbraio Bruxelles aveva fatto alcuni importanti passi indietro sul Green Deal, rivedendo le norme di riposo dei terreni ‒ che imponeva ai piccoli agricoltori di lasciare una porzione del terreno incolta ‒ e semplificando la burocrazia. Questi passi avanti, per coloro che sono andati a manifestare lo scorso martedì, non sono abbastanza.
Secondo Rossano Catinari, parte della delegazione delle Marche dell’associazione “Agricoltori Italiani” presente a Bruxelles, il Green Deal è ancora problematico: «Facciamo tutto questo per manifestare il nostro nei confronti di regolamenti europei come il Green Deal, o contro l’importazione di prodotti agricoli da altri Paesi, anche extraeuropei […] Le manifestazioni sono anche partite mesi fa come proteste contro prodotti come la carne sintetica e la farina d’insetti».
La problematicità del patto verde è data da alcune restrizioni hanno come obbiettivo la sostenibilità ecologica, ma che secondo gli agricoltori li danneggiano direttamente: «Con il Green Deal hanno anche ridotto drasticamente l’uso di pesticidi. Io preferisco chiamarli “fitofarmaci”: noi agricoltori utilizziamo queste sostanze per far sì che i nostri prodotti non si deteriorino […]. Un’altra particolarità è che, per ricevere i sussidi europei che comunque sono stati diminuiti, bisogna tenere il 4% del proprio terreno incolto: questo va contro le nostre esigenze, perché noi i nostri terreni li vogliamo coltivare come meglio crediamo. Il Green Deal limita anche molto la distribuzione di letame, e in generale di questo tipo di sostanze organiche. Non fanno male a nessuno, e queste limitazioni creano disagi a che si occupa di venderle in un mercato che fino a qualche anno fa ne faceva ampio uso».
Il rapporto con le forze politiche
Tema spinoso è anche la risposta da parte delle istituzioni: «Dall’Unione Europea non abbiamo ricevuto nessun segno di risposta. L’unico contesto in cui siamo riusciti a ottenere qualche segno è nazionale. Grazie alle proteste, infatti, in Italia si è aperto un dialogo con le istituzioni, che tutt’ora stiamo conducendo. Per esempio abbiamo parlato con il ministro Lollobrigida, mentre noi nelle Marche abbiamo avuto l’altro giorno un colloquio con l’assessore regionale all’agricoltura».
Se di solito le lotte dei lavoratori sono sostenute e coordinate dall’intervento di sindacati o organizzazioni di categoria, gli agricoltori non hanno la stessa rappresentanza: «Noi non abbiamo mai avuto finora le associazioni di categoria che ci sostenessero: sono sempre scesi a patti con la politica senza ascoltare l’agricoltore. Ecco perché ci siamo organizzati in autonomia e abbiamo costituito comitati, perché non ci sentiamo rappresentati. Associazioni come Confagricoltura e Coldiretti, infatti, non hanno voluto aderire a queste proteste». Il dialogo con le istituzioni, a detta degli agricoltori, non implica una vicinanza politica con la destra: «Noi non ci definiamo di destra o di sinistra. Quello che succede è che, se da un lato abbiamo trovato un dialogo con le forze politiche che ora ricoprono i ruoli istituzionali, dall’altro non abbiamo mai visto nessuna apertura dall’opposizione».
A onor del vero, c’è da dire che a organizzare queste ultime proteste sono state sigle come gli olandesi di Farmers Defence Force, considerate tra le più radicali e pericolose. È stato confermato anche il sostegno da parte di esponenti politici ultranazionalisti che sono intervenuti in piazza insieme ad agricoltori e allevatori.