È l’unico paese dell’Unione, con l’Italia, a spalmare il voto su due giorni: le date prescelte sono state il 7 e l’8 giugno. E a urne appena chiuse, anche il comportamento del suo elettorato sembra richiamare non poco quello dei votanti nostrani. D’altronde, lo stesso scenario politico ceco risulta molto simile: è una repubblica parlamentare solcata da sette principali partiti degli schieramenti più vari, con un governo di vocazione opposta al precedente nominato solo tre anni fa e un capo dello stato superpartes.
Al posto di Giorgia Meloni c’è il leader liberal- conservatore del Partito Civico Democratico (ODS) Petr Fiala e nel castello di Praga equivalente del Quirinale risiede invece l’indipendente Petr Pavel, ma non cambiano i problemi di una nazione per la quale l’Europa e le sue istituzioni rappresentano un intricatissimo rebus oltre che un mondo lontano. E che proprio per questo se ne disinteressa, con buona pace dei candidati impegnati in queste ore a cercare di invertire una tendenza di poco invariata dal 2004.
Lo conferma il giovane giornalista politico Tomáš Kabat, voce della stazione tematica Radio Impuls e volto del popolare canale televisivo Tv Nova, che segue come di consueto l’appuntamento elettorale: «Anche quest’anno, dalle rilevazioni l’affluenza ai seggi è risultata di poco superiore al 30%. È una percentuale ancora troppo bassa seppur elevata rispetto a quella delle ultime Europee 2019. Il dato fa ben sperare perché ogni cinque anni sempre più cittadini sembrano avvicinarsi alla politica di Bruxelles, ma c’è ancora molto da fare e per rendersene conto basti pensare a come la quota dei votanti salga al 60% circa per le amministrative. L’aumento potrebbe essere merito dei temi sul tavolo, come le migrazioni, l’aggressione russa all’Ucraina e le regole del cosiddetto Green Deal, generalmente più sentiti dalla popolazione in tutto il continente; resta però il fatto che, a vent’anni dal suo ingresso nell’Ue, i cechi non si sentono abbastanza europei, non hanno idea di come un parlamento comune funzioni o lo considerano inconcludente» rivela.
Tant’è vero che i primi exit poll avvantaggiano per la seconda volta consecutiva la destra populista del settantenne Andrej Babiš, fondatore nel 2011 dell’Azione dei Cittadini Insoddisfatti (o Akce Nespokojenych Občanû, abbreviata in lingua locale con l’ assai cacofonica sigla ANO) ed ex primo ministro in carica fino al 2021. Aveva già trionfato cinque anni fa con il 21% delle preferenze e più di mezzo milione di schede a suo favore, seguito a ruota da un ODS in affanno. Demagogo, maestro di equilibrismo fra la stretta amicizia con il presidente francese Emmanuel Macron e una certa avversione alle iniziative di politica comune, Babiš incarna la sintesi perfetta del dualismo nel quale è immerso il suo paese: da già premier, conosce Bruxelles e i suoi organi molto bene ma, invece che avvicinarci i suoi connazionali, li confonde ora criticando l’Europa ora esaltandone il ruolo. E non fa mistero di velate simpatie per la Russia di Putin, che pesano come non mai sulla coscienza di un vecchio paese satellite dell’Unione Sovietica.
«Dieci anni fa era un europeista convinto, poi ha cambiato decisamente rotta, rinnovando il partito dopo l’addio di tanti membri parlamentari europei che proprio per questo lo hanno abbandonato. Quest’anno ha presentato nuovi nomi, nuovi candidati più inclini alla sua visione attuale delle cose e infatti molti elettori contrari a questa mossa hanno dato il proprio voto solo ai membri rimasti in carica da allora», racconta Tomás. «ANO – continua- raccoglie molti consensi nei piccoli centri delle campagne, dove la fetta di popolazione meno istruita e più avanti con gli anni guarda ancora alla Russia come a un ombrello sotto il quale cercare protezione dalle derive dell’Occidente. E il suo leader ci sguazza, cercando un compromesso costante tra le parti per attrarre i filorussi senza perdere i consensi di chi lo votò un decennio fa. Come? Evitando di criticare eccessivamente Putin pur dichiarando di disapprovare la sua politica». Per arginarlo, agli avversari sul campo resta soltanto l’arma della provocazione, ben sfruttata dalla coalizione di centro-destra al governo tramite un gesto simbolico: nei mesi scorsi, un manifesto elettorale di ANO che ritraeva Babiš insieme alla sua principale candidata per il parlamento europeo Klara Dostálová, con tanto di slogan patriottico, è stato photoshoppato trasformando le bandiere ceche dipinte sul volto dei due in bandiere russe.
Se al leader populista è bastato un pizzico di trasformismo funambolico per accaparrarsi più seggi possibili, c’è anche chi ha tentato la strada dell’escamotage politico «provando a cavalcare temi come la possibilità di adottare la valuta comune europea anche qui. Qualcosa su cui il parlamento europeo non avrebbe voce in capitolo come non ce l’ha sulla digitalizzazione del sistema amministrativo e sui salari troppo bassi, buttato lì al solo scopo di convincere gli elettori a votare». Nonostante tutto, in Repubblica Ceca l’astensionismo è ancora un fenomeno radicato e trasversale, con tuttavia uno zoccolo duro ben identificabile: «Dal punto di vista socioeconomico, la percentuale più alta si registra fuori dalle grandi città come Praga, Brno e Ostrava, nei sobborghi rurali dove in media la popolazione è meno istruita e competente in materia o più scettica. Sul versante generazionale invece, ovviamente sono i giovani a tenersi più lontani dalle urne, soprattutto coloro che magari hanno lasciato la scuola molto presto per inserirsi nel mondo del lavoro e non hanno ricevuto una formazione basilare in materia di politica europea e relazioni internazionali, come accade invece in tutte le università. A Praga, i ragazzi parlano di Europa, di futuro, alcuni sono persino attivisti negli atenei, ma a chi è fuori da quel circuito di votare spesso non importa nulla e, se si informa, lo fa guardando video sui social» conclude il giornalista.
Per avere i primi dati ufficiali bisognerà attendere la mezzanotte, così da evitare che i risultati possano influenzare il voto nei Paesi in cui l’election day è oggi. Nel frattempo, le previsioni convergono su un probabile bis dei populisti, in un’Europa ormai sempre più spostata a destra.

