La natura e gli oceani sono la nostra casa e le giornate mondiali di oggi e dello scorso 5 giugno ci ricordano l’importanza di questi grandi polmoni, verdi e blu, che continuano a rappresentare la fonte principale di vita. Il grido di allarme e la necessità di preservare ogni forma di vita sono state spesso portate sul grande schermo, con l’obiettivo di trasformare film di vario genere in cassa di risonanza di questioni che riguardano tutti. Una rappresentazione necessaria per continuare a tenere accesi i riflettori sull’impatto dell’uomo con l’ambiente e su un rapporto che deve tornare ad essere di rispetto e convivenza, con l’auspicio, già cantato magistralmente da Leopardi e Pascoli, che l’essere umano possa ridimensionare la sua presunzione e tornare ad essere un inquilino, tra gli altri, del condominio universale della natura.

Into the Wild, Sean Penn (2007)

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“La fragilità del cristallo non è una debolezza”.

Sulle note di Michael Brook e le musiche originali del leader dei Pearl Jam, Eddie Vedder, Sean Penn tratteggia la vera storia di Christopher McCandless (Emile Hirsch), un giovane curioso e insofferente che dopo la laurea decide di abbandonare un destino già scritto per immergersi da solo in un viaggio on the road che in due anni lo porta dalla Virginia Occidentale all’Alaska.

Nel corso del suo lungo cammino Christopher entra in contatto con diversi personaggi e ogni incontro diviene un frammento del percorso esistenziale che lo porta a scontrarsi con i propri limiti per superare le regole sociali che fino ad allora gli erano state imposte e ricostruire un legame primordiale con il mondo.

Sean Penn sceglie la struttura narrativa del romanzo per raccontare l’incessante vagabondare del protagonista e adotta come fil rouge la voce della sorella di Christopher che insieme alle confessioni annotate nel diario del ragazzo permette allo spettatore di approfondire la sua mentalità, di comprenderne le fragilità e le convinzioni.

Con la sua fotografia di paesaggio, intensa e suggestiva, Éric Gautier dipinge squarci indimenticabili di una natura incontaminata e libera che diviene parte integrante di questo road movie.

Prima dell’errore fatale che lo condannerà ad una solitaria agonia Christopher vive le settimane che precedono l’estremo approdo nelle immense e silenziose lande dell’Alaska. È qui che la radicalizzazione di un pensiero divenuto atto si trasforma in consapevolezza: “la felicità è reale solo quando è condivisa”.

Selena Frasson

Qualcosa di straordinario, Ken Kwapis (2012)

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Alaska 1988. Quello che accade a Point Barrow è un vero e proprio big miracle, come recita il titolo originale del film diretto da Ken Kwapis.

Il regista porta sul grande schermo la storia realmente accaduta del salvataggio di tre balene grigie che, durante la migrazione dalla California, sono rimaste bloccate da una straordinaria barriera di ghiaccio di fronte al piccolo centro dell’Alaska.

Siamo a fine anni Ottanta, le tematiche ambientali e la sensibilizzazione verso gli animali vengono irrigidite dalla Guerra Fredda, ormai arrivata alle sue battute finali, e da un ambientalismo spesso usato per acquistare credibilità economica ed elettorale agli occhi dei cittadini: il grigio inizia ad inquinare il verde e l’ambientalismo rischia di trasformarsi nella sua pallida imitazione, il greenwashing.

Eppure nel piccolo villaggio immerso tra i ghiacci la vicenda della famigliola delle tre balene, ribattezzate Fred, Wilma e Bamm-Bamm, riesce a catalizzare l’attenzione di tutti e a creare una sincronia di azione che porta al salvataggio della coppia di cetacei: il piccolo muore a seguito delle ferite riportate.

La storia degli animali diventa il collante della comunità, l’antidoto in grado di sanare spaccature personali e politiche, un punto di contatto tra americani e sovietici. La vicenda è poliedrica, è una parte strutturante della cultura per il popolo locale Inuit, è un’occasione per fare carriera per la giornalista di Los Angeles Jill Jerard, è un timbro verde da imprimere alla fine del proprio mandato per il presidente americano Reagan, un’occasione per arricchirsi per il petroliere McGraw, una storia per riappacificarsi con se stesso e con la propria carriera per il cronista locale Adam, interpretato da John Krasinski, la fiamma ardente che accende l’attivista di Greenpeace Rachel, che ha il volto di Drew Barrymore.

Nella liberazione finale delle balene ci sono tutta la necessità di una lotta che deve essere costante per riconoscere i diritti degli esseri viventi, il rispetto che bisogna portare per la natura, il miracolo di sentirsi parte di una vicenda che deve riguardare tutti.

Eleonora Bufoli

Cattive acque, Todd Haynes (2019)

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Take me home, Country Roads di John Denver risuona nell’abitacolo dell’auto di Rob Billot mentre sta tornando da sua moglie dopo aver incontrato Wilbur Tennant. Le centinaia di mucche morte in circostanze sospette fanno pensare ad una contaminazione del torrente adiacente alla fattoria di Parkersburg. Da tempo l’industria DuPont riversa i propri scarichi nelle acque della cittadina dello stato West Virginia. La storia dell’avvocato che fa causa ad una grande multinazionale non è nuova, ma fa sempre un certo effetto, soprattutto quando è vera.

Rob Billot, qui interpretato da un Mark Ruffalo cupo, riflessivo e a tratti persino tenebroso, ha fatto causa alla DuPont nel 2001 per aver utilizzato il PFOA nella produzione del Teflon, un materiale antiaderente usato in molti ambiti, tra cui la cucina, per esempio nella realizzazione delle padelle. Tale composto chimico, quando assorbito da un organismo animale o umano, non viene smaltito e rimane nel flusso sanguigno. Dopo anni di ricerche, Billot è riuscito a dimostrare come la DuPont sapesse fin dall’inizio gli effetti collaterali del Teflon, ma non li abbia mai comunicati o resi noti continuando a trarne incredibile profitto. La vicenda reale è durata fino al 2017 e uno degli aspetti più interessanti del film di Todd Haynes è l’utilizzo del tempo in maniera drammatica. Gli anni scorrono velocemente e ogni volta una schermata nera e una sottile scritta bianca lo ricordano allo spettatore. L’effetto prodotto è l’opposto: più passa il tempo, maggiore è la lentezza del processo e della giustizia.

Il sentimento che si prova durante la visione del film è un misto tra rabbia ed impotenza, tanto che alla fine si prova persino un leggero stupore nel prendere atto della prima parziale vittoria di Rob Billot. Fino a quel momento tutto lascia presagire che un finale risolutivo non sia possibile: l’acqua è contaminata, i cittadini americani con percentuali di PFOA nel sangue sono innumerevoli, ma la multinazionale la fa sempre franca attraverso sotterfugi e meccanismi burocratici studiati nel minimo dettaglio. Tutti gli ambienti naturali sembrano a loro volta “malati” come il sistema, la fotografia li mostra intrisi di un bluastro quasi terrificante. Nei titoli di coda la voce di Johnny Cash canta con orgoglio I Won’t Back Down: l’ultima sentenza di una storia che attende ancora un vero lieto fine, più dal sapore di giustizia che di felicità. Rob Billot continua tuttora a lottare, non ha ancora fatto un passo indietro e forse non lo farà mai.

Samuele Valori

Seaspiracy, Ali Tabrizi (2021)

allevamento tonni

Ogni volta che compriamo del pesce abbiamo idea di cosa ci sia dietro quello che mettiamo sul piatto? Il documentario inchiesta Seaspiracy prende il via proprio da questa domanda proponendo una panoramica a trecentosessanta gradi di cosa voglia dire oggi fare “industria del pesce”. È prodotta da Kip Andersen, lo stesso di Cowspiracy, mentre il documentarista è Ali Tabrizi, il Virgilio che seguendo il flusso dei soldi guida lo spettatore dalle coste della Cina fino alle isole FarOer.
Balene morte con più di cento chili di corde nello stomaco, allevamenti intensivi e inquinanti, schiavitù sui pescherecci thailandesi: il documetario analizza vari punti critici della pesca odierna. Uno dei temi più combattuti è quello della sostenibilità: numerose aziende certificatrici come Marine Stewardship Council garantiscono la sostenibilità e i metodi utilizzati dalle aziende di pesca ma non è tutto oro quel che luccica. La MSC e molte altre non possono certificare al 100% la legalità dei pescherecci dato che hanno pochi osservatori rispetto alla quantità di aziende coperte.
Il documentario è tecnicamente coinvolgente: lo spettatore è avvolto in una narrazione veloce e ritmata in cui la suspense accompagna l’occhio nei vari paesi in cui Tabrizi si sposta. Lui stesso è il protagonista della narrazione: si espone, intervista, unisce i punti e sintetizza in un’ora e trenta un argomento vasto come l’oceano che racconta.

Lorenzo Buonarosa