Meno di sei ore d’auto separano Poznan dalla guerra. “All’inizio sentivamo un po’ la pressione russa, soprattutto quando il Cremlino parla di armi nucleari”, ammette Jedrzej Skrzypczak, coordinatore della scuola di giornalismo della Adam Mickiewicz University. Pochi giorni dopo l’esplosione del conflitto è stato organizzato dagli studenti un dibattito sulla situazione in Ucraina. Tra i centocinquanta giornalisti praticanti della scuola, ci sono russi, bielorussi e ucraini e tutti concordano dal primo giorno su un punto: “questa non è la nostra guerra”, spiega Skrzypczak. Il professore rivela di avere diversi contatti nel mondo accademico di Mosca ed è sicuro che nemmeno i suoi amici russi condividano quella che il Cremlino chiama “operazione speciale”. Impossibile, però, esserne certi: dall’inizio del conflitto anche i rapporti accademici si sono interrotti.

Insegnare la verità
“L’Università deve sempre basare i suoi insegnamenti sulla verità. Nello specifico, gli studi giornalistici devono sottolineare cosa è propaganda e cosa è fake news”, tiene a specificare Skrzypczak. Per riuscire a farlo, a maggior ragione in un momento in cui i fili di verità e menzogna rischiano di intrecciarsi spesso, è necessario fare rete.

Intelligenza artificiale, fact checking e accoglienza per combattere disinformazione e indifferenza. Così la scuola di Poznan è impegnata nella guerra ucraina

“Abbiamo progetti molto validi. Uno è con l’European Journalism Training Association. Si basa sulla verifica delle informazioni e si chiama Eu Fact Check, è cominciato da più di due anni.” L’EJTA riunisce scuole di giornalismo da tutta Europa, dalla Francia alla Svezia, dall’Ucraina alla Svizzera. Il de-bunking della scuola di Poznan può contare anche sulla ricerca e sulla tecnologica. Il professore spiega che “un altro progetto coinvolge l’intelligenza artificiale, applicata alla lotta contro le fake news”. Giornalisti e accademici cooperano per insegnare ai computer a riconoscere ciò che potrebbe essere falso, all’interno di un articolato processo in cui intelligenza umana e artificiale lavorano insieme.

Aggiungi un posto nel dormitorio
L’impegno della scuola di Poznan non si ferma al fare informazione affidabile. Aiuti umanitari e accoglienza sono parole d’ordine che tutti conoscono e ripetono dai primi giorni della guerra. “Abbiamo iniziato a raccogliere beni di prima necessità e soldi e il nostro dormitorio ospita donne e bambini”, racconta il professore. Proprio sull’accoglienza di chi scappa dalle bombe la Polonia è estremamente attiva: i profughi che ospita sono più di tre milioni.

Jedrzej Skrzypczak è il coordinatore della Scuola di giornalismo di Poznan, che conta 150 studenti, compresi russi e ucraini

Jedrzej Skrzypczak è il coordinatore della Scuola di giornalismo di Poznan, che conta 150 studenti, compresi russi e ucraini

“Non ci sono campi profughi da noi. Tutto si basa sulla solidarietà”, sottolinea Skrzypczak che due settimane fa, durante una video conferenza con l’università di Leopoli in Ucraina, ha presentato orgoglioso il modello di accoglienza polacco. I rapporti accademici con l’Ucraina non si sono mai interrotti: per questo è probabile che il prossimo semestre ci sia un’ondata di nuovi studenti da Kiev. Sono ragazze e ragazzi che vogliono proteggere la propria istruzione dal fuoco incrociato della guerra. È anche la storia di uno studente bielorusso, da anni rifugiatosi a Poznan, che ha ricordato a tutti i suoi colleghi la loro fortuna. “Qui avete libertà d’espressione e di parola. In Bielorussia e in Russia mettere like a un post dell’opposizione può costare da tre a quindici anni di prigione”, spiega, durante un dibattito con i suoi colleghi.

L’aiuto della comunità
Uno di loro è Vladyslav Zinichenko, dottorando di Kiev che sta scrivendo una tesi sulle relazioni tra gli Stati dell’Est Europa. “Durante i primi giorni di guerra non ho svolto attività, ero troppo sconvolto sia sotto l’aspetto emotivo sia sotto quello psicologico. Non riuscivo a dormire. Tutti i miei social network erano pieni di notizie relative al conflitto, giorno e notte”. Il 24 febbraio la sua famiglia si trovava in Ucraina e al momento è ancora lì. La preoccupazione più grande è non poterla aiutare. Vladyslav ci tiene a sottolineare quanto tutta l’università lo abbia sostenuto: “Ho ricevuto aiuto e sostegno da chiunque, professori e studenti. In tutto il campus erano appese bandiere ucraine. L’università ha messo a disposizione aiuti di ogni genere per gli ucraini, dalle medicine a sostegni economici”. In quanto dottorando deve tenere lezioni e alcuni suoi studenti sono ucraini. Con loro ha instaurato un dialogo costante. Uno dei suoi alunni, per esempio, all’inizio non andava in aula perché era troppo in pensiero per la famiglia rimasta a Kiev. Vladyslav ha compreso la sua situazione e gli è stato vicino.

Un box al supermercato
Che tipo di informazioni arrivano dall’Ucraina? “Nella capitale la situazione non è rosea, ma è comunque buona per la situazione che c’è in questo momento. Kiev è più o meno al sicuro, ma i pericoli sono sempre dietro l’angolo. Come in un casinò, non sai mai come andrà, può andare bene o può andare male”.

Vladyslav Zinichenko è un dottorando della scuola di Poznan. Nato in Ucraina, tiene un contatto costante con la sua famiglia ancora a Kiev

Vladyslav Zinichenko è un dottorando della scuola di Poznan. Nato in Ucraina, tiene un contatto costante con la sua famiglia a Kiev

Molti suoi amici hanno deciso di lasciare l’Ucraina e andare in Polonia o in altri paesi europei, ma è davvero complicato scegliere di lasciare la propria casa e le proprie radici. 

Tocchiamo poi il tema dei migranti. “Varsavia e Cracovia sono piene di rifugiati. A Poznan due mesi fa ce n’erano 40mila. Io, in quanto ucraino, sento di non avere barriere e confini tra Polonia e Ucraina. I polacchi sono molto gentili con me ma mi rattrista vedere la mia gente costretta a scappare per colpa della guerra. Le persone sono spaventate, non sanno cosa aspettarsi dal futuro”. Poznan, però, è molto vicina al popolo ucraino. “Al supermercato c’è un box dove la gente può donare il cibo: dopo settanta giorni di guerra è ancora pieno”.