La guerra in Iran sta creando vasti problemi di fornitura di energia nel mondo, a partire dai Paesi asiatici, fortemente dipendenti dal gas dei Paesi del Golfo Persico, il cui traffico, con il blocco dello stretto di Hormuz fino a nuovi accordi tra Iran e Stati Uniti, è di fatto interrotto. Ma le conseguenze di questa crisi stanno colpendo anche gli Stati occidentali: nei giorni scorsi, infatti, la Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni è andata in Algeria, Arabia Saudita, Emirati e Qatar per negoziare nuovi accordi energetici per l’Italia.
A metà marzo, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, aveva difeso la scelta del suo governo di investire nelle fonti di energia rinnovabili – come il sole, il vento, il movimento dell’acqua (idroelettrico) e il calore terrestre (geotermico) – ed ha evidenziato il basso costo dell’energia per i cittadini spagnoli: circa 14 Euro per MWh (Megawattora). Il costo è sicuramente basso, soprattutto se paragonato alla spesa di altri Stati europei. In Italia, l’energia è valutata attualmente in 127 Euro per MWh.
Ci troviamo ad affrontare una grave crisi energetica, la peggiore della storia secondo Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA)
Questo è il risultato di scelte politiche fatte a partire dagli anni Duemila – dunque non è solo merito di Sánchez – che hanno aumentato gli investimenti in fonti di energia alternative ai danni dei combustibili fossili, responsabili delle emissioni di CO2 e del cambiamento climatico, nonché soggetti, come stiamo vedendo in queste settimane, all’autonomia energetica e alla politica dei Paesi del Golfo.
Ci troviamo ad affrontare una grave crisi energetica, la peggiore della storia secondo Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Anche per questo, nel cercare soluzioni agli alti costi dell’energia, alcuni si sono chiesti se l’Italia non possa semplicemente “fare come la Spagna” e sfruttare l’energia da fonti rinnovabili, la cui produzione, peraltro, è più che raddoppiata dal Duemila a oggi.
Non è così semplice. Innanzitutto bisogna considerare come viene stabilito in Europa il prezzo dell’energia, cioè secondo il “modello marginale”. Semplificando molto, per decidere quanto verrà pagata l’energia in un Paese, la domanda dei consumatori viene confrontata costantemente con l’offerta dei produttori. Si parte dalle fonti più economiche, le rinnovabili, il cui costo delle materie prime è zero. Se bastassero queste a coprire la domanda non ci sarebbero problemi, ma è molto difficile che accada: quasi sempre, infatti, serve attingere ad altre centrali per coprire la richiesta di energia; in Italia questo significa appoggiarsi al gas, che rappresenta il 40% delle fonti energetiche totali del Paese. Per come l’Europa ha scelto di calcolare il costo, il prezzo viene fissato in base all’ultima fonte in grado di soddisfare il fabbisogno di energia: e, poiché il gas, a causa della guerra in Iran, sta subendo rincari, in Italia le bollette sono comunque onerose, anche se una parte dell’energia viene prodotta da fonti rinnovabili.
Investire in impianti di fonti rinnovabili è senza dubbio una soluzione, ma secondo gli esperti nel nostro Paese ci sono difficoltà burocratiche e culturali che ostacolano il processo. Francesca Andreolli, ricercatrice di ECCO, think tank italiano sul clima, crede che realtà interessate a investire in Italia esistano e siano già pronte a farlo, ma preferiscono altri Paesi all’Italia per l’incertezza delle leggi che regolano le operazioni di attivazione e mantenimento: «In Italia possono servire dai due ai tre anni per ottenere l’autorizzazione per un impianto, mentre in Spagna, per esempio, possono bastare solo otto mesi». Andreolli critica anche il ritardo nel chiudere decreti attuativi dedicati alla costruzione di impianti di rinnovabili, come il FER X e il FER 2.
Per Jacopo Giliberto, giornalista esperto di energia ed ex-portavoce di due Ministri dell’Ambiente, il problema è anche culturale. Gli italiani, secondo Giliberto, sono molto attaccati al paesaggio – così importante da essere citato esplicitamente nella Costituzione –, sono piuttosto conservatori e sono anche «misoneisti». Giliberto dice che «oltre alla diffusa sindrome NIMBY (non nel mio cortile), c’è nei politici locali la NIMTO (not in my term of office, non nel mio mandato)». Essa spingerebbe i dirigenti ad evitare di approvare impopolari nuovi impianti, per paura di perdere consenso.
Ci sono poi questioni più tecniche, fondamentali per un Paese che voglia servirsi delle rinnovabili. «Le rinnovabili non sono “programmabili” perché variano col meteo: non possiamo decidere quando spegnerle e accenderle, sono indipendenti dalla nostra volontà. Per questo bisognerebbe investire anche nelle “tecnologie abilitanti” come le batterie, sistemi di accumulo dove conservare l’energia prodotta in eccesso per usarla nei momenti di necessità: sono gli aggregatori e le reti flessibili, chiavi per l’efficienza energetica».
Gli aggregatori sono piattaforme digitali che connettono e coordinano più dispositivi di una zona, per esempio le pompe di calore (macchine che convertono una sorgente fredda in una calda e viceversa, come i condizionatori) di uno stesso quartiere. Quando c’è un’alta domanda che le rinnovabili non riescono a soddisfare, l’aggregatore può spegnere temporaneamente questi dispositivi: così facendo, la domanda torna a livelli gestibili e il consumatore riceve un premio economico per aver aiutato la rete. L’efficienza energetica è invece l’insieme delle scelte che contribuiscono a ottimizzare la gestione dell’energia di una casa, riducendo gli sprechi, i consumi e quindi anche i costi: include, tra le altre, le pompe di calore al posto delle caldaie, e l’elettrificazione, cioè il passaggio dal gas all’elettricità per i servizi domestici.
C’è poi una fonte di energia terza rispetto ai combustibili fossili e alle rinnovabili: il nucleare. Ampiamente discusso in Italia, nel 2011, durante il quarto governo Berlusconi, fu al centro di un referendum in cui le persone si opposero convintamente alla costruzione di centrali atomiche. «Contrariamente a quanto alcuni pensano, i concorrenti del nucleare non sono le rinnovabili ma i combustibili fossili» dice Giliberto: «Il nucleare comporta costi elevati e indispensabili, perché legati alla sicurezza, ma diminuiscono se ci sono molte centrali che lavorano costantemente: in tal caso diventa un ottimo modo per ottenere grandi quantità di energia elettrica senza emettere fumo». Tuttavia, secondo Giliberto il nucleare non arriverà in Italia perché la società è «riottosa, impaurita e diffida di ciò che non vuole studiare».
Per Andreolli «considerato anche il recente referendum, difficilmente si avrebbe il nucleare in Italia prima del 2050. Ma è troppo tardi, ci sono obiettivi climatici urgenti e oggi abbiamo soluzioni – le rinnovabili – che hanno costi più bassi».
Per funzionare, poi, ci sarebbe bisogno di importare l’uranio, fondamentale per produrre energia atomica. Secondo la ricercatrice «c’è un problema di trasparenza. Si parla spesso di nucleare in termini vaghi, senza specificare la quantità di materie prime necessarie e dove depositare i rifiuti». Probabilmente, sostiene Andreolli, «ci si concentra così tanto sul nucleare per continuare a usare i combustibili fossili ed evitare le soluzioni già disponibili adesso».