Non è un segreto che l’informazione, dall’inizio del 2020, sia dominata dal trend topic Coronavirus, che è ormai diventato quotidianità, entrando nelle vite di tutti. Ai media era inevitabile si unisse il cinema. E, vista la chiusura delle sale in molti Paesi del mondo, anche il “piccolo schermo” è arrivato a conquistare questo mercato della paura. Non devono dunque stupire i successi di serie come la documentaristica Pandemia Globale o la distopica The Barrier, di produzione spagnola.

Il cinema italiano ha provato a sdrammatizzare con la commedia “Lockdown all’italiana”, e a fine ottobre è anche sbarcato su internet il trailer di Songbird, film prodotto da Michael Bay in arrivo nel 2021, che sarà ambientato in un’America distopica, vessata dal Covid-23 in un futuro prossimo all’insegna del lockdown totale e della perenne legge marziale.

Quest’ultima produzione, già dalle prime ore d’uscita del trailer, ha subìto critiche pesanti. È opinione di una larga fetta del pubblico, infatti, che produzioni a tema Coronavirus, a pandemia ancora in corso e con una situazione di generale rabbia e paura, non siano opportune. Eppure, considerato quanto l’argomento abbia permeato ogni settore dell’informazione, si può capire quanto fosse inevitabile. “Penso che il cinema sia innanzitutto un’attività imprenditoriale che va dove c’è il pubblico – commenta Stefano Paolillo, psicologo dell’audiovisivo – e se c’è un argomento che attira il pubblico, questo è proprio la paura”.

Al di là dell’inevitabilità della questione, è importante chiedersi se le critiche siano fondate. Possono produzioni di questo tipo alimentare un ulteriore stato di angoscia e di rabbia nei confronti delle istituzioni? “Normalmente quando vediamo film del genere, e questo accade ad esempio anche con gli horror, li guardiamo perché così ne prendiamo le distanze – spiega Paolillo – è una cosa che accade lì nello schermo e non a noi. Ci sono state delle ricerche longitudinali sulla violenza, nel corso del tempo, dato che alcuni criticavano l’eccesso di violenza nei film, o anche nei telefilm. Si è visto che in realtà un film o un telefilm non porta più violenza, se non a chi è già in un contesto violento. Perciò, l’influenza di un film in uno stato emozionale complessivo di massa è minima, soprattutto ora che le emozioni sono molto forti ed estremizzate”.

Ciò che può invece spostare gli equilibri in quanto a paura e rabbia, incalza Paolillo, sono proprio i social, stesso luogo in cui la maggior parte delle polemiche sui film prendono vita: “Negli ultimi anni i social network hanno tolto tutte le certezze, ed è proprio questo clima di incertezza ad alimentare lo stato di paura. Prima ogni persona aveva le proprie fonti autorevoli, come i messi di informazione, adesso su internet è davvero possibile trovare tutto e il contrario di tutto. Per questo sono sicuro che i social facciano danni maggiori rispetto ad un film, che nella nostra vita abbiamo imparato a distinguere come finzione rispetto alla realtà”.

Certo è che le operazioni commerciali su piccolo e grande schermo a tema Covid sono state, fin’ora, un successo a metà. Da un lato Netflix ed altre piattaforme di streaming hanno registrato ottimi ascolti per quanto riguarda le produzioni di questo tipo, dall’altro produzioni locali come Lockdown all’italiana non hanno ottenuto il successo sperato. Quale sarà quindi la portata economica dell’hollywoodiano Songbird? È ancora difficile da dire. Occorrerà vedere se prevarrà il rifiuto verso un film che tratta un tema troppo delicato e attuale o la curiosità. Ma occorrerà anche vedere se, all’alba del 2021, le sale riapriranno o se, a causa dei lockdown diffusi, resteranno ben serrate.