La Cina è in testa alla classifica dei Paesi più inquinanti al mondo. Nel 2022, il gigante asiatico ha emesso 10 miliardi di tonnellate di CO2, il 28 per cento del totale globale. Numeri che non sorprendono, considerando i rapidi processi di crescita della popolazione e industrializzazione che, nella seconda metà del secolo scorso, hanno portato la Cina ad essere la seconda potenza mondiale. Una trasformazione, questa, che ha avuto due ramificazioni: la dipendenza dalle centrali a carbone e il raggiungimento, per il Paese, dello status di “fabbrica del mondo”, con tutte le conseguenze legate ad una massiccia rete industriale che subordina le tematiche green alla produttività. Dall’inizio degli anni 2000, però, il governo ha deciso di intervenire.

 LA GUERRA DEL GOVERNO ALL’INQUINAMENTO

«Quando arrivai lì la prima volta, giurai a me stesso che, nonostante avessi iniziato a studiare il cinese non sarei mai andato a vivere lì», racconta Gabriele Battaglia, giornalista italiano che ha vissuto per molto tempo in Cina. «Quando sono sbarcato a Pechino mi ha accolto una nebbia costante e questo cielo grigio e incombente che ricordava Milano negli anni ’70, una perenne cappa di smog che sembrava qualcosa di veramente impossibile da poter sopportare. Poi invece, vivendo lì, mi sono reso conto di come le cose siano cambiate». Nel 2008, la Cina si è presentata al mondo con le Olimpiadi invernali e si è fatto un primo passo avanti per abbellire la città e renderla più accogliente. «Chiusero tutte le centrali a carbone che fornivano riscaldamento alla città, le spostarono fuori», continua il giornalista. «Questo ripulì l’aria parecchio, ma ha continuato ad esserci un livello di inquinamento superiore a qualsiasi altro luogo frequentato da occidentali».

La Cina ha fatto passi avanti notevoli nella lotta all’inquinamento, ma la ragione economica e la crescita rimangono sempre al primo posto nell’agenda di Pechino.

Il vero cambio di rotta, però, è avvenuto nel 2013, con l’avvio di un progetto che Gabriele Battaglia definisce «Pechino verde». Il governo ha sostituito i sistemi di riscaldamento a carbone della città con quelli a metano, portando ad un netto miglioramento della qualità dell’aria. Ad oggi, nella capitale cinese, vi sono 31,74 microgrammi di particelle Pm 2.5, le cosiddette polveri sottili, per metro cubo d’aria. Una differenza sostanziale rispetto all’inizio dello scorso decennio (101.56 microgrammi per metro cubo d’aria), ma ancora decisamente superiore alla quantità prevista dalle linee guida dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), pari a 5 microgrammi per metro cubo, e sotto alla media del Paese (35 microgrammi). In molte zone, soprattutto quelle produttive, i livelli di inquinamento rimangono ancora elevati, seppur inferiori del 40 per cento rispetto al 2013. Ancora oggi, siti di monitoraggio in tempo reale, come IQAir e aqicn.org, rilevano seri rischi per la salute in alcune regioni della Cina.

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La strada green, comunque, sembra ormai imboccata, e questo grazie al funzionamento del Paese. Come spiega Gabriele Battaglia, in Cina «i temi vengono sollevati dall’alto, non dal basso come in Occidente. Ad un certo punto hanno deciso di intervenire, perché era diventata una questione di salute pubblica. La gente moriva di cancro e in certe zone erano aumentate esponenzialmente le malattie dovute all’inquinamento. Si creavano incidenti di massa, la gente si ribellava per l’inquinamento dell’aria e del suolo, contaminato dai liquami industriali». Ed è proprio la salute pubblica il “motore” che spinge Pechino verso l’adozione di politiche più attente all’ambiente. Il governo trasmette alla popolazione un’idea di inquinamento strettamente connessa al vivere quotidiano. «Il riscaldamento globale è un problema astratto per la gente comune», continua Gabriele Battaglia. «E la questione ambientale rimane comunque subordinata alla ragione economica.

Il governo cinese tratta l’inquinamento come una questione di salute pubblica. Per la popolazione, surriscaldamento globale e conseguenze delle emissioni nel mondo sono concetti astratti.

Certo, la Cina sta puntando alle tecnologie pulite nella produzione ed è il Paese che investe di più nelle energie alternative. Nelle grandi città ormai tutto il trasporto pubblico è elettrico, ma se viene messa a rischio la crescita economica, il governo fa un passo indietro». Un esempio di questa strategia risale al 2021, quando tutto il Paese fu investito da una serie di blackout dovuti ai limiti di emissioni imposti alle province e già superati alla fine dell’estate. I governi locali si sono trovati costretti a spegnere le centrali a carbone, con gravi conseguenze politiche ed economiche che hanno costretto Pechino a ritornare sui suoi passi e stabilire una moratoria per le emissioni.

LOTTARE PER L’AMBIENTE IN CINA

Se, da un lato, il governo tratta l’inquinamento principalmente come una questione di salute pubblica, dall’altro la popolazione cinese non sembra manifestare interesse nell’argomento, nonostante questo abbia conseguenze dirette sulle loro vite e il loro futuro. «La gente è molto impegnata. Se vedono qualcuno con in mano un cartello o dei manifesti, lo ignorano perché credono che sia un promoter e non vogliono averci a che fare», racconta Lance Lau, attivista dodicenne di Hong Kong che ogni venerdì, dal 2019, scende per le strade della sua città e lotta per promuovere una maggior consapevolezza sul problema del cambiamento climatico. «Se si verifica un disastro naturale, come un’inondazione o un tifone, parlo di quello. O racconto alle persone ciò che possono fare per migliorare la situazione, ma a molti di loro non interessa. Il livello di climate awareness è molto basso e non hanno idea di quanto sia grave la situazione».

A soli dodici anni, Lance Lau combatte per l’ambiente e per diffondere tra i suoi connazionali la consapevolezza di ciò che sta succedendo nel mondo.

Lance conduce la sua lotta in solitaria, con cartelli fatti in casa. «Di solito parlo con le persone, faccio un po’ di campaigning, sempre da solo. È il mio stile», continua l’attivista. «Organizzare manifestazioni è più difficile, a causa delle proteste del Partito democratico ad Hong Kong, nel 2019 e 2020. Da allora, il governo è diventato sempre più intransigente, per cui le contestazioni sono di fatto vietate e anche fare attivismo climatico è diventato difficile». La situazione, nella Cina continentale, è addirittura peggiore: «La polizia è molto più oppressiva, sarei arrestato semplicemente scendendo in strada da solo con i miei manifesti e c’è meno supporto per qualsiasi forma di resistenza. Ad Hong Kong, invece, le autorità mi lasciano in pace. Per loro, sono solo un ragazzino qualunque con un cartello in mano. Certo, a volte ci sono degli agenti intorno a me, soprattutto se vado in certe zone, ma cerco di non fare troppo rumore e di non attirare l’attenzione».

Pechino tratta ogni tipo di manifestazione come una protesta democratica da sopprimere. Anche l’attivismo climatico è vittima dell’intransigenza del governo e far sentire la propria voce per l’ambiente può portare all’arresto.

Anche nel lontano Oriente e nonostante tutte le limitazioni, i giovani sembrano essere i più interessati alla causa ambientalista. «Non sono ancora pieni di impegni, non hanno nulla da fare e magari, mentre stanno tornando a casa, e spesso si fermano a parlare», spiega Lance. «Sono anche i più interessati alle questioni globali, hanno più opinioni. Sono attivi sui social e sono aperti al farsi coinvolgere. Ma comunque, il movimento green ha il suo centro in Europa, non è altrettanto diffuso in Cina e nel resto dell’Asia». Manca la spinta popolare che costringa il governo e le industrie ad orientarsi su politiche verdi. E Pechino stessa, per quanto stia facendo passi avanti da questo punto di visa, mantiene una certa ambiguità. «La Cina sta cercando di diventare uno dei maggiori produttori di energia rinnovabile e sta investendo molto in nuove tecnologie eco-sostenibili. Se, per esempio, passo il confine e vado a Shenzhen, ci sono in mostra molti apparati futuristici», conclude il giovane ambientalista. «Ma contemporaneamente il governo investe sul carbone, anche se ha promesso che l’avremmo abbandonato nel 2035. L’obiettivo di Pechino è essere net-zero nel 2060, ma non si sta facendo abbastanza».