“Una stampa libera può essere buona o cattiva ma senza libertà, la stampa non potrà mai essere altro che cattiva”. Così scriveva il saggista e filosofo francese Albert Camus agli inizi del secolo scorso. Si parla della libertà di esprimere opinioni e informazioni attraverso i media, di una libertà fondamentale affinché possa esistere un sistema democratico di notizie veritiere. Per Camus era imprescindibile la libertà di stampa come condizione necessaria. In altre parole, nonostante le pubblicazioni possano essere potenzialmente inefficaci o addirittura dannose, è proprio la libertà a rendere la stampa buona. Serve dunque responsabilità. La privazione di questa “emancipazione” porta inevitabilmente a un controllo, a un’omogeneizzazione dei contenuti e a un conseguente rischio di diffusione di informazioni false o manipolate.

Come ogni 3 maggio, anche quest’anno si celebra la giornata mondiale della libertà di stampa, proclamata per la prima volta nel 1993 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sotto la raccomandazione della Conferenza Generale dell’Unesco. Una data storica scelta proprio per ricordare il seminario dell’organizzazione Onu per promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana in Namibia nel 1991. In questa occasione si era redatta la Dichiarazione di Windhoek per mettere nero su bianco la promozione della libertà di stampa, del pluralismo e dell’indipendenza dei media nei Paesi africani. Questa carta si ispira fortemente all’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il quale stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.

Quest’anno la giornata internazionale della libertà di stampa si celebrerà a Bruxelles. Il grande tema di questa edizione è l’uso dell’intelligenza artificiale nel giornalismo per riflettere sulle immagini e i contenuti generati dall’AI e della loro diffusione. Si parla anche di sfide etiche, disinformazione e responsabilità dove i giornalisti sono i protagonisti di questa giornata così importante. Non a caso, si ricordano coloro che sono morti nell’esercizio della loro professione e si ragiona su tutti i casi di repressione e soppressione dei media.

Ogni anno, Reporters Sans Frontières stila una classifica globale dei Paesi in cui l’attività giornalistica è sottoposta a limitazioni o impedimenti. L’indice della libertà di stampa viene calcolato sulla base di fattori economici, attacchi fisici, censure, autonomia dei media e testimonianze. Nel 2025 l’Italia scivola in basso di ben tre posizioni rispetto all’anno scorso. Il piazzamento del nostro Paese al 49esimo posto è il risultato più grave in Europa occidentale. Le motivazioni sono le seguenti: l’Indice denuncia che in Italia la libertà dei media “continua a essere minacciata dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel Sud del Paese, nonché da diversi piccoli gruppi estremisti violenti”.

A libello globale, secondo l’organizzazione non governativa RSF “sebbene gli attacchi fisici contro i giornalisti siano le violazioni più visibili della libertà di stampa, anche la pressione economica rappresenta un problema grave e più insidioso” per l’indipendenza di media e giornalisti. Per la prima volta nella storia recente, la libertà di stampa nel mondo, infatti, viene complessivamente vista in una “situazione difficile”. Tra i fattori di maggiore difficoltà non c’è solo la situazione finanziaria in cui versano i media, ma anche la chiusura delle testate giornalistiche in quasi un terzo dei Paesi del mondo, dovuta anche alle guerre come quella in corso in Palestina (situata al 163esimo posto della classifica).

Gli Stati Uniti, piazzati al 57esimo posto, si fanno porta-bandiera della depressione economica e il giornalismo locale è quello che più ne paga le conseguenze a cominciare da Stati come l’Arizona, la Florida, il Nevada e la Pennsylvania. Il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca ha intensificato questa tendenza per cui “è difficile guadagnarsi da vivere come giornalista”.

Altri fattori che concorrono a limitare la libertà di stampa e di diffusione sono i giganti del tech e le piattaforme come Google, Apple e Microsoft che, crescendo, aumentano il loro predominio nella diffusione di informazioni. Queste aziende assorbono anche un grande numero di inserzioni pubblicitarie che normalmente andrebbero al giornalismo. Nell’Indice si spiega anche come la concentrazione della proprietà dei media controllata da uno Stato è una seria minaccia per la pluralità dei mezzi di comunicazione. Alcuni esempi sono la Russia (171esimo posto), l’Ungheria (68esimo), la Georgia (114esimo), la Tunisia (129esimo), il Perù (130esimo) e Hong Kong (140esimo). L’indagine Reporters Sans Frontières  mostra che l’interferenza editoriale sta aggravando la limitazione della libertà di stampa. Secondo il rapporto sono 160 su 180 i Paesi che “con fatica” o “per niente” raggiungono la stabilità finanziaria.

“Quando i media sono in difficoltà finanziarie, vengono trascinati in una corsa per attrarre pubblico a scapito di un’informazione di qualità, e possono cadere preda degli oligarchi e delle autorità pubbliche che cercano di sfruttarli. Quando i giornalisti sono impoveriti, non hanno più i mezzi per resistere ai nemici della stampa ovvero coloro che promuovono la disinformazione e la propaganda”, segnala Anne Bocandé, direttrice editoriale di Reporters Sans Frontierès.

Dall’altra parte esistono ancora Paesi liberi. La Norvegia è l’apripista della classifica di Rsf: è al primo posto come leader globale per un giornalismo libero e autonomo. Seguono a ruota l’Estonia e i Paesi Bassi che hanno buttato fuori dal podio, rispettivamente, la Danimarca e la Svezia.

All’estremo opposto, dunque in fondo alla classifica, si trovano la Cina, la Corea del Nord e l’Eritrea. Secondo Reporters Sans Frontières, la Cina è “la più grande prigione per giornalisti al mondo e il suo regime conduce una campagna di repressione contro il giornalismo e il diritto all’informazione globale”.  La Corea del Nord è “uno dei regimi più autoritari” dove l’informazione è severamente controllata. L’Eritrea è di nuovo il Paese più censurato a causa della “assoluta arbitrarietà del presidente Issayas Afeworki, colpevole di crimini contro l’umanità, secondo un rapporto delle Nazioni Unite del giugno 2016”.