“Che mondo sarebbe senza olio?”, dice scherzando Lorenzo Tiberio, titolare di un frantoio a conduzione familiare a Tollo, un piccolo paesino di campagna in Abruzzo. Lo dice col sorriso in faccia, smorzando un po’ di tensione e fatica dopo una giornata di lavoro. E dice il vero. Chi mai si immaginerebbe una vita senza l’olio? Eppure la pandemia ha rischiato di portarlo via dalle nostre tavole: “La situazione è stata eccezionale. Avevamo il grande timore di avere l’ondata pandemica proprio durante la raccolta delle olive, quindi avrebbe potuto causare la difficoltà o l’impossibilità di lavorare – racconta Lorenzo –. Abbiamo inserito una serie di percorsi da seguire qui in frantoio, per non far incontrare le persone che vengono a prendere l’olio, oltre alla necessita di controllare la temperatura”. Insomma, l’imperativo era mettersi in regola con le regolamentazioni e le indicazioni varate dal governo, ma resta comunque agli annali l’esperienza di una delle stagioni più strane e sconcertanti in cento anni ad oggi:“È inusuale in un frantoio non vedere le persone. Solitamente sono lì a controllare tutto il processo di produzione del loro olio: è una cosa mai successa prima”.

Continuando a parlare, l’argomento cade sempre lì. Tra i settori più colpiti dal Coronavirus c’è sicuramente quello della ristorazione. E troppo spesso, quando si tocca questo tema, ci si ferma soltanto in superficie, dimenticando tutto il mondo che ruota attorno a questo business: “Nei ristoranti con cui collaboriamo, ogni quindici giorni c’è bisogno di un rifornimento d’olio.Da marzo, ci sono stati mesi in cui non c’è stata questa richiesta, ed anche in estate la ripresa è stata molto lenta.– dice Lorenzo, che continua –. Quando chiude un ristorante, va in crisi anche tutto l’indotto ”. In effetti, la chiusura di una qualsiasi attività porta sempre ad un effetto domino, partendo dai titolari, ai dipendenti, fino ad arrivare ai collaboratori, che ne risentono anche in via indiretta: “Per noi il ristorante è soprattutto una vetrina, un biglietto da visita. È capitato spesso che chi è andato al ristorante è poi venuto da noi, perché a questi clienti piaceva il nostro olio. – ci dice, mostrando un po’ di rammarico, subito mascherato da una risata –. Pensa che il giorno prima che andassimo in zona rossa, un signore di Sulmona è venuto qui la sera per prendere l’olio prima che chiudesse tutto”.

Una giornata nel frantoio Tiberio, in Abruzzo, tra distanziamento, crisi dell’indotto alimentare e la nascita di una nuova qualità di olio “terapeutica”

Resta però la realtà.La pandemia ha di fatto stravolto tutto, anche semplici azioni diventati routine, come vendere l’olio. Se prima bastava prendere appuntamento con ogni singolo acquirente ed aspettarlo in frantoio, ora la riclassificazione delle regioni in zone diverse ha vietato quasi ogni tipo di spostamento, obbligando tutti ad organizzarsi privatamente per effettuare le consegne: “Siamo stati costretti ad utilizzare i corrieri per far arrivare l’olio. Quindi la solita storia: problemi su problemi, difficoltà nella preparazione dei vari imballaggi e spese extra. Però alla fine siamo fortunatamente riusciti a raggiungere ed accontentare tutti”.

Seppur tra complicazioni e rallentamenti, alla fine anche la stagione autunnale si è chiusa nel verso giusto. Eppure, non ci troviamo di fronte soltanto ad un bene da consumare a tavola. Aggettivo nato dalla crasi tra le parole “nutrizione” e “farmaceutica”, un alimento viene definito “nutraceutico” quando contiene sostanze benefiche per il corpo umano.L’olio è una di queste e per olio nutraceutico si intendono due sue proprietà specifiche: i polifenoli, ossia le molecole di origine vegetale che regolano l’assorbimento e l’immagazzinamento del colesterolo nel sangue, e la vitamina E, che dà proprietà antiossidanti e favorisce il rinnovo cellulare. L’olio è buono, ma anche salutare: “C’è un regolamento europeo che supervisiona tutto. Non è un olio curativo ma parliamo di prevenzione – ci spiega con attenzione Lorenzo –. Noi lo vendiamo in farmacia, e nonostante il periodo difficile siamo riusciti a venderlo anche alle singole persone che venivano a prendere l’olio al frantoio. Abbiamo sparso la voce: è una cosa che incuriosisce e siamo molto contenti di questo risultato incoraggiante”.