«Non temo la morte come non temo la vita/ Morire è un brutto scherzo che a me non fa ridere».

Protagonisti di questo botta e risposta sono la creazione romanzesca di Lev Tolstoj, Anna Karenina, e un altrettanto fittizio Takeshi Tetsuja, personificazioni rispettivamente del ricordo e dell’immortalità. I due personaggi conducono una meta-narrazione sulla Digital Death (la morte digitale, ndr), argomento scelto da Dalila Pasquali, Pietro Civalleri, Luca Pellegrino, Assunta Maisto ed Emmanuel Christophe, studenti della magistrale di Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino.

Guidati dalla professoressa Sara Monaci, gli specializzandi hanno partecipato a un progetto nell’ambito dell’esame universitario di Future Storytelling con l’obiettivo di creare una campagna social. Il team ha, così, scelto di collaborare con il Nexa Center, la struttura che all’interno del Politecnico si occupa di ricerca nei campi di internet e società.

Da qui il contributo fornito dagli studenti al sito nexacity.org, una piattaforma online facilmente consultabile che crea una città virtuale per parlare di temi attuali. Un supermercato, una banca, un cimitero, un cinema, un luogo di culto, un ospedale, un museo, un’università, una fabbrica, un palazzo di giustizia e un gruppo di abitazioni domestiche: sono questi gli edifici che compongono il centro abitato. Basta sceglierne uno e cliccarvi sopra per aprire una nuova finestra suddivisa a sua volta in radiodramma, video di seminari, documenti scritti, reportage e interviste. Una formula già presente nella sezione Cimitero e che si ripeterà anche all’interno delle altre componenti.

Proprio quest’ultima, l’unica al momento attiva, è stata scelta dal team torinese per affrontare l’ostico argomento della Digital Death in maniera innovativa e accattivante. «È un tema – spiega Dalila – che viene costantemente rigettato e rifiutato: far parlare della morte qualcuno che non esiste è un modo per esorcizzarla e accoglierla al meglio».

Il progetto dei ragazzi torinesi parla di Digital Death per esorcizzare l’argomento della morteIl dialogo tra Anna Karenina e Takeshi Tetsuja è stato, quindi, realizzato in un radiodramma, un podcast a due voci ambientato all’interno di un bar. Prendendo spunto dalle “Interviste impossibili”, programma radiofonico della Rai andato in onda negli anni 1974 e ’75 per ricreare interviste fittizie a 82 fantasmi redivivi tra personaggi storici e celebri scrittori, gli inventori del progetto sono ricorsi all’escamotage del dialogo per chiarire le due opposte posizioni sul tema e per permettere allo stesso utente di scegliere con quale schierarsi: «Parlando con Anna Karenina, che rappresenta il ricordo, e Takeshi, che rappresenta la digitalizzazione, l’utente può sentire le opinioni in contrasto e formulare la propria in modo più critico», spiega Dalila che, nel descrivere il progetto, sottolinea come dal semplice ascolto di un podcast possa scaturire una riflessione più profonda.

Lo stesso valeva già per i due milioni di utenti di Replika, il chatbot creato dalla start-upper russa Eugenia Kuyda. In seguito alla morte del suo migliore amico, Eugenia ha creato l’intelligenza artificiale @Roman – dal nome del defunto –, una valvola di sfogo con lo scopo di superare il dolore della perdita.

Successivamente, dopo aver ideato alcuni chatbot che, simulando il dialogo umano, si limitavano a fornire consigli sul ristorante migliore, l’anno successivo Eugenia ha cambiato obiettivo: ha concretamente ricreato la personalità di un utente analizzandone l’espressione digitale. Da @Roman è nato allora il progetto di Replika, un’applicazione Android e iOS capace di ascoltare l’utente e interpretarne i sentimenti. Il chatbot è, infatti, in grado di provare empatia grazie al deep learning sequence-to-sequence che sfrutta reti neurali e trascrizioni di discorsi tra persone per imparare a pensare come un essere umano.

Una realizzazione concreta, quella di Replika, che a distanza di due anni dalla previsione futuristica di Black Mirror ha confermato la lungimiranza del produttore televisivo Charlie Brooker. Nel primo episodio della seconda stagione “Be right back” uscito l’11 febbraio 2013 nel Regno Unito e il 19 marzo dello stesso anno in Italia col titolo “Torna da me” si parla, infatti, di immortalità digitale attraverso la storia della giovane coppia composta dai protagonisti Martha e Ash. Nel 2015 l’applicazione Replika ha confermato la lungimiranza di “Torna da me”, episodio della serie televisiva Black MirrorDopo la morte dell’uomo, la moglie scopre un servizio online in grado di far mantenere il contatto con i defunti. Così, se in un primo momento Ash resuscita grazie a un sistema di digitalizzazione di messaggi, audio, video e fotografie che la moglie conservava tra i ricordi, successivamente il marito diventa la reale riproduzione fisica di un robot che ne assume le sembianze. L’entusiasmo iniziale di Martha svanisce, però, nel momento in cui la donna si accorge che la riproduzione, inizialmente perfetta, è un clone senza sentimenti e senza personalità, incapace di sostituire il ricordo dell’amato. Da soluzione cui ricorrere per superare il dolore, l’invenzione antropomorfa diventa, quindi, strumento di riflessione: scongiurando il rischio di illusione e mancata elaborazione del lutto, il robot di Ash permette a Martha di capire che nessuna chat e nessun automa potranno mai sostituirsi al ricordo del marito.

Un paradosso, questo, studiato da Davide Sisto, tanatologo, filosofo e docente all’Università degli Studi di Torino che nel 2018 ha descritto il problema della immortalità digitale nel libro “La morte si fa social”. «Un progetto come quello di Nexa creato dagli studenti torinesi può portare a due conseguenze, una positiva e una negativa», precisa lo scrittore che sottolinea come tali strumenti possano causare un cortocircuito inevitabilmente dannoso per l’elaborazione del lutto. «Il rituale funebre – continua Sisto – serve per prendere coscienza. Affidandosi, però, a una risposta digitale per superare il dolore, il parente del defunto si trova di fronte a un distacco spazio-temporale che, come in Black Mirror, non permette di realizzare l’evento della morte». Per il tanatologo Davide Sisto la tecnologia allevia il distacco solo se c’è consapevolezza dell’evento della morte»Per contro, secondo il tanatologo l’utilizzo delle nuove tecnologie per alleviare il distacco «può essere visto come una modernizzazione interattiva che, grazie alla tecnologia applicata ai concetti di memoria e ricordo, rinnova ciò che già esisteva in altre forme».

Non bisogna, infatti, dimenticare che già l’invenzione del grammofono di fine Ottocento serviva a mantenere viva la voce dopo la morte e nel 1977 la fotografia veniva descritta da Susan Sontag come un memento mori. Nel saggio “Sulla fotografia”, infatti, del procedimento della camera oscura la scrittrice scriveva: «Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona […] Una fotografia è insieme una pseudo-presenza e l’indicazione di un’assenza».

Nel Novecento, poi, la paura e l’istinto di sopravvivenza hanno portato alla crescente e comune necessità umana di rimuovere la morte e trovarvi un conforto: «Questo nonostante e a causa dell’aumento della secolarizzazione – sottolinea il docente torinese – che ha prodotto una nuova spiritualità, un bisogno di creare un contatto col defunto che prova soprattutto chi non crede». La speranza di una vita eterna, infatti, rende la morte una liberazione dal peccato, la conquista di una pace che chi non ha fede non trova: per questo motivo, «meno si investe sul post-mortem più si cerca un conforto nel presente», aggiunge Sisto.

Riproduzioni alla Black Mirror sono oggi già presenti in America: esistono, infatti, ologrammi capaci di ricreare un’immagine tridimensionale del morto. Così, Ronnie James Dio ha di nuovo cantato nell’ultima tournée dei Black Sabbath e un ebreo ha raccontato i campi di concentramento di fronte a una classe di studenti.

Il progresso, però, non produce soltanto un dialogo parente-defunto, ma consente anche di creare un testamento digitale per volontà diretta di chi morirà. «Sono esempi meno ricorrenti – commenta Sisto –, ma comunque noti. Esiste, ad esempio, un sito portoghese, Eter9 che, anche se non ancora automatizzato, si sviluppa come un “Facebook dei morti”: l’utente ancora in vita inserisce le proprie informazioni per creare un alter ego social che, dopo la morte, potrà essere consultato da parenti e amici». Un uso, quest’ultimo, ricorrente anche in America, dove sono ormai diffusi servizi privati volti alla produzione di contenuti video da consegnare ai familiari dei defunti nei momenti più importanti delle loro vite.

Se, però, tutto ciò avrà un futuro roseo è ancora da capire. «Le nuove generazioni sono sicuramente propositive al riguardo – aggiunge il filosofo –, perché cresciute in un mondo digitale e social. Al contrario, chi ha subìto le innovazioni del XXI secolo giudica in maniera negativa tali applicazioni».

Al momento il progetto del team universitario rimane sottoforma di pagina Facebook. «Abbiamo avuto modo di conoscere e utilizzare il chatbot – commenta Dalila Pasquali – e possiamo affermare con certezza che si tratti di uno strumento potentissimo che potrebbe caratterizzare il futuro della Digital Death».

Dalila Pasquali: «Il chatbot potrebbe essere uno strumento potentissimo per il futuro della Digital Death»In attesa, quindi, della realizzazione di un’intelligenza artificiale che superi il limite di un’interazione esclusivamente passiva e possa dare una nuova vita ai defunti, gli studenti del Politecnico sperano che il Nexa Center scelga di far proprio il loro progetto e ne continui la narrazione.

Così, parafrasando il dialogo Karenina-Takeshi, il linguaggio binario permetterà di creare copie digitali e immortali di ognuno di noi. E se per la protagonista di Tolstoj «la tragedia è ciò che continua a finire», allora la nostra esistenza non terminerà mai.