Nell’antica Grecia, quando un individuo violava le regole del gruppo, veniva escluso dalla comunità. Durante l’assemblea popolare il suo nome veniva scritto su un frammento di terracotta, chiamato “ostrakon” (da cui il termine “ostracismo” per indicare questo tipo di sanzione), e da lì scattava l’emarginazione.

Oggi, nel nostro evoluto e tecnologico XXI secolo, la pratica è rimasta, ma i tweet hanno sostituito i cocci. L’assemblea popolare non si limita più alla cerchia dei cittadini riuniti nell’agorà, ma si è ampliata alle dimensioni ben più globali della piazza virtuale, quella che riunisce tutti i “cittadini del web”. Così, non parliamo più di “ostracismo”, ma di “cancel culture”.

Si tratta di un’espressione ampia e, quindi, difficile da definire in modo univoco. La “cultura della cancellazione” è un concetto complesso, che indica il meccanismo di rimozione nei confronti di personaggi pubblici o di aziende che violano il codice del “politicamente corretto”. Con i social, però, l’atmosfera è diventata soffocante. «Ci sono persone che la studiano e sostengono che non esista, perché il concetto di “cultura” è già vago di per sé. C’è chi dice che il boicottaggio fa parte di una forma di protesta. Con i social l’atmosfera è diventata soffocante e alcune persone si sono trovate la vita rovinata»: a parlare è Francesco Oggiano, digital journalist e autore del libro Sociability, ieri ospite all’Università Cattolica di Milano.

Oggiano ricorda la vicenda di Justine Sacco, diventata prima virale e poi emblematica di questo fenomeno della “cancellazione”. Era il 23 dicembre 2015 e la ragazza, in procinto di imbarcarsi su un aereo per il Sudafrica, commise l’errore di scrivere un tweet troppo frettoloso e poco ponderato. Il tempo di una battuta – «Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’AIDS. Sto scherzando. Sono bianca!» – e addio lavoro, stima, reputazione. Rimozione e distruzione: sono questi i due meccanismi che mettono in moto l’ingranaggio della cancel culture.

Il digital journalist Francesco Oggiano e il professore di Sociologia Simone Tosoni durante l'incontro "Cancel culture: leggere la storia o cancellarla?", organizzato dal Club Diplomatici dell'Università Cattolica di Milano.

Il digital journalist Francesco Oggiano e il professore di Sociologia Simone Tosoni, insieme al moderatore, durante l’incontro “Cancel culture: leggere la storia o cancellarla?”, organizzato dal Club Diplomatici dell’Università Cattolica di Milano.

«Spesso questo concetto è associato a quello del “politically correct”: il meccanismo di stigma e gogna mediatica deriva proprio dalla trasgressione del codice del politicamente corretto, che intende ripulire il linguaggio – spiega Simone Tosoni, professore associato in Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano –. La cosa inquietante è che, nel sociale, è come se le persone mimassero l’interazione algoritmica dei social media. Come l’algoritmo, anche noi reagiamo alla presenza di alcune key words (parole chiave) quando ci interfacciamo al discorso pubblico. Si cerca di promuovere il cambiamento sociale attraverso il linguaggio: certe cose politicamente non possono più essere dette».

Ma qual è il ruolo dei social network in tutto questo? Pensiamo alla decisione di Elon Musk di escludere e poi riammettere Trump su Twitter, o al blocco di profili come Forza Nuova e CasaPound. Queste piattaforme devono fronteggiare il problema della responsabilità, che rappresenta un nodo difficilissimo da sciogliere: che tipo di potere deve avere un soggetto privato nel moderare un discorso pubblico? «È un potere che le piattaforme non avevano intenzione di esercitare. Dicono di non essere content provider e, quindi, non chiamate a rispondere dei contenuti, che rimangono appannaggio dell’utente», aggiunge Tosoni.

Il confine sottile tra tolleranza e intolleranza, il rispetto di una deontologia, la tutela del diritto alla libertà d’espressione, il rischio annesso della gogna mediatica sono fili tra loro intrecciati e che invitano alla riflessione. Il professor Tosoni indica una prima via per dipanarli: «Non sempre bisogna essere tolleranti con gli intolleranti. Ci sono discorsi sociali che vanno bloccati, soprattutto sui social. Forse dobbiamo rinunciare a cercare una regola astratta e cercare, invece, di stringere relazioni sociali».