La vita accade. Tante volte assomiglia a un veliero che naviga in un mare di nebbia. Sei lì, al timone, cercando di evitare gli ostacoli che ti compaiono davanti. Poi, all’improvviso, il veliero incaglia e sei costretto ad abbandonarlo, prendere una scialuppa di salvataggio e remare in quel mare nebbioso e senza confini. Attorno c’è oscurità e acqua che ristagna nel buio. E rimani in balia delle onde che guidano la tua rotta. Ti rendi conto che la vita inizia in quel momento e il veliero su cui stavi era l’illusione di vita che ti eri costruito. Ma non puoi più tornare indietro.

Tamura Kafka, nella vita c’è un punto in cui non si può tornare indietro. E poi c’è un punto, ma i casi sono molto più rari, in cui non è possibile andare avanti. Quando questo accade, che sia un bene o un male, l’unica cosa che possiamo fare è accettarlo in silenzio. È così che viviamo.

 

In Kafka sulla spiaggia, la metamorfosi di Kafka avviene a tredici anni, quando il protagonista decide di lasciare tutto, scappare di casa e mettersi in viaggio. Haruki Murakami, nel suo romanzo Kafka sulla

Haruki Murakami

Haruki Murakami

spiaggia, racconta il percorso del bambino che diventa adulto. In una scrittura che oscilla tra la verità e il sogno, mostra la realtà nella sua versione più cruda e più romantica. Lo scrittore giapponese è famoso per i suoi numerosi libri tradotti in tutto il mondo – ricordiamo solo Novergian Wood1Q84L’assassinio del Commendatore – e ha vinto il World Fantasy Award, il Franz Kafka Prize e il Jerusalem Prize. In Kafka sulla spiaggia, al protagonista compare in sogno una profezia – uccidere il padre e giacere con la madre - che lo mette in guardia rispetto al suo futuro. Nel simbolismo freudiano, il complesso edipico rappresenta la crescita, soprattutto quella sessuale, che ogni persona vive. Kafka affronta un viaggio tanto simbolico quanto magico, tanto solitario quanto sofferente: la vita. Incerto sul dove andare, passa le sue giornate nella biblioteca della signora Saeki a parlare con il bibliotecario Oshima. Lui diventa un punto di riferimento per Kafka.

E come maestro e allievo, Oshima e Kafka si interrogano continuamente sul significato dell’esistenza, in tutta la sua impermanenza, scomodando anche autori come Platone, Sofocle, Hegel, e così via.

Non credo di avere mai pensato seriamente alle stelle. Ma oltre alle stelle, quante ancora saranno le cose di cui non mi accorgo o che non conosco? Se ci rifletto, vengo invaso da un senso di impotenza senza rimedio. Un senso di impotenza da cui non potrò mai fuggire, ovunque vada.

E se questo senso di impotenza lo provassimo anche quando volgiamo lo sguardo dentro noi stessi? E scoprissimo che ci sono dei motori inconsci ingovernabili dalla nostra razionalità? E se sono quegli stessi motori inconsci, del tutto sconosciuti, a guidarci nella realtà?

Intorno a me succedono molte cose. Alcune sono io che le ho scelte, altre assolutamente no. Ma io non capisco più dove sia il confine tra le une e le altre. Ho la sensazione di seguire un percorso che qualcun altro ha tracciato per me.

Se l’esistenza assomigliasse, invece, a una tempesta? Nella tempesta trovi ciò che hai dentro. Se sei caos trovi caos. Il vento segue la tua andatura e quando ne uscirai, se ci riuscirai, ti ritroverai cambiato e pieno di cicatrici. Kafka, durante il suo viaggio, muove i primi passi verso l’abisso del suo io-interiore, in direzione di quel nulla borgesiano che svela la propria identità . Il bambino si sveglia una mattina pieno di sangue: ha ucciso suo padre. E, in una notte, tra un’autentica esperienza e un mistico sogno, giace con la madre. Il bambino cresce e crescere vuol dire entrare nel mondo degli adulti. Una realtà che si rivela più crudele e dura di quanto si pensi. Ti senti smarrito, pedina di un gioco più grande di te. Sei come un esploratore solitario che ha perso la bussola e la mappa. L’abisso rende incerto il futuro. Il veliero incaglia e rimani su una scialuppa in balia delle onde. Kafka capisce che nel lungo viaggio della vita non si hanno certezze o riferimenti. Nella tempesta socchiude gli occhi e si lascia trasportare dal proprio istinto .

Quello che voglio dire è che, quando viviamo, fra le cose che ci capitano a tiro, non importa quali siano, si formano dei collegamenti, e quindi nascono dei significati, nel modo più naturale. L’importante è proprio questo, che si formino naturalmente. Non c’entra l’essere intelligenti o stupidi. Conta solo se uno vede o non vede le cose con i propri occhi.

L’impermanenza della vita ci ricorda continuamente il fatto di essere limitati ed imperfetti. Ciò che rende umano l’uomo è il fallimento. E’ il perdersi oscillando sulle onde di quella corrente che è l’esistenza. E riusciamo comunque a creare (che condivide la stessa radice sanscrita di crescere, KAR) un senso al proprio passato, intriso di dubbi ed errori. T.S. Eliot parlava dell’inconsistenza degli “uomini vuoti”, senza immaginazione, insensibili all’incertezza e che vivono solo di dogmi. Il perché non si sa. Forse, riducendo le incertezze, si illudevano che potessero mantenere una sorta di controllo su loro stessi e sul futuro. A prescindere dai sistemi rigidi e perentori, nessuno è realmente artefice del proprio destino. Alcune cose si possono scegliere, certo, altre però accadono. E quando accadono, il tempo si ferma. Le lancette dell’orologio sepolte dentro ognuno di noi si bloccano. Ti accorgi di essere solo. Solo contro tutti. Contro quell’oscurità che avvolge la scialuppa. Contro quella tempesta che ti insegue. “Insomma, in questo vasto mondo non hai nulla su cui appoggiarti, se non te stesso”.  Ed è la convivenza con se stesso la cosa più ardua da accettare per un uomo. Per quanto le persone attorno a noi ci vogliano bene, certi aspetti della nostra vita siamo soli a scoprirli.

- Tu non sei abituato alla solitudine, mi pare – dice.
Annuisco
- Però ci sono vari tipi di solitudine. Quella che troverai lì è di una specie che forse non immagini.
- In che senso?
Oshima spinge il ponte degli occhiali con il dito.
- Non posso spiegartelo io. Sta a te scoprirlo