Stava già pensando a una nuova trasposizione cinematografica a cui avrebbe iniziato a lavorare questa settimana ma Bernardo Bertolucci è morto, stroncato da una lunga malattia, all’età di 77 anni. Ora restano del suo ultimo film pensato e mai realizzato, solamente alcuni appunti che potrebbero essere rielaborati da chi ne coglierà l’eredità, come ultimo atto della sua esistenza d’artista, per far rivivere il talento di uno dei cineasti più acclamati a livello nazionale e internazionale.

Regista di capolavori come Novecento, Ultimo tango a Parigi – che l’ha consacrato alla fama mondiale – e il pluripremiato L’ultimo imperatore – film del 1987 vincitore di nove statuette d’oro, tra cui miglior regia e miglior sceneggiatura non originale entrambe attribuite al suo nome –, Bertolucci è sempre stato apprezzato per la letterarietà delle sue pellicole: laureato in Lettere mancato, a fine anni Cinquanta inizia ad avvicinarsi al cinema come assistente di Pier Paolo Pasolini con cui lavora al primo film Accattone del 1961. Questo è solo l’inizio di un legame tra linguaggio narrativo e cinematografico che, però, nei film del regista viene superato e oltrepassato. «Bertolucci ha dimostrato di poter lavorare nel mondo del cinema facendo a meno della letteratura», spiega il docente di Storia del cinema e Filmologia e rettore dell’università Iulm di Milano Gianni Canova. Se, infatti, per Luchino Visconti il cinema manteneva una posizione di inferiorità rispetto alla letteratura, Bertolucci aveva fatto proprio il racconto per immagini, scavalcando le humanae litterae e dando loro una nuova forma, “un’indelebile memoria” che per Canova ha consentito al regista di sdoganare il cinema sancendone la riconoscibilità del suo aspetto artistico: Gian Battista Canova: «Bertolucci ha consacrato un’idea di cinema come mondo»«Un’idea di cinema come mondo – precisa – data dall’urgenza di rendere quest’ultimo più leggibile di quanto la letteratura non sia mai stata in grado di fare». Limite dei romanzi, infatti, è una consultazione individuale e ancora troppo poco diffusa, al contrario della visione di un film che crea comunità e cultura di massa. Per farlo Bertolucci ha, sì, preso spunto dalle opere letterarie a cui si è ispirato, ma ha contemporaneamente “superato il suo esame di laurea, entrando a pieno titolo nell’universo dell’arte cinematografica”.

E l’effetto della sua produzione capace di aggregare e accomunare pregi e difetti del popolo del Belpaese si rispecchia nell’abile racconto di un’italianità fatta di tradimento, irrisolutezza del rapporto padri e figli, tensione alla guerra e al combattimento e conformismo, che per metonimia fa capolino nel film del 1970 Il conformista tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia. Melodramma e italianità sono sempre state le caratteristiche delle sue opereDa qui, secondo Canova, nasce il vero Bertolucci, maestro di quel melodramma degno del corregionale Giuseppe Verdi. Era originario di Parma, nella cui provincia era nato anche il compositore del Nabucco e «non a caso – analizza Canova – in quasi tutti i suoi film troviamo musiche di ispirazione verdiana», perfette per accompagnare il racconto melodrammatico da storie d’amore impossibili di cui è diventato, poi, emblema proprio Ultimo tango a Parigi che nel ’72 ha fatto così tanto scalpore da portare le pellicole del maestro alla censura e al rogo: «Ricordo che in quegli anni – aggiunge il critico -, quando ero ancora uno studente universitario, mi trovavo a guardare clandestinamente i film di Bertolucci insieme ad altri ragazzi che, come me, se fossero stati scoperti si sarebbero visti sporcare la propria fedina penale». L’indignazione e il clamore, poi, continuano a essere attuali. Quarantacinque anni dopo l’uscita del film, il movimento #MeToo ha riesumato il vecchio sentimento dell’attrice protagonista Maria Schneider, allora diciannovenne, che in seguito accusò il regista e l’attore Marlon Brando di aver abusato di lei: la scena di sesso anale, sdoganata proprio da Bertolucci, era stata improvvisata dall’attore, con l’assenso del cineasta che dalla Schneider voleva una reazione più da donna che da attrice, con un’umiliazione vera e non recitata.

Nonostante le polemiche, anche questo faceva parte del complesso mondo creativo di Bertolucci, fatto di una rivoluzione sessuale tangibile tipica degli anni ’70, il vero lascito di un regista che ebbe il merito di intuirla prima del tempo, anticipando già prima del Sessantotto quello che successivamente sarebbe esploso ovunque: «A lui interessava quell’aspetto – continua Canova – e le pellicole che, al contrario, si limitavano alla cronaca del movimento sessantottino culminata, tra le tante in Partner, risultano invecchiate. La vera rivoluzione arriva, invece, con Il conformista». Con Bertolucci il cinema ha capito di doversi nutrire del mondo e il mondo del cinemaParadosso vuole, però, che proprio l’atteggiamento opposto al titolo del capolavoro della Rivoluzione, fatto di eccentricità e anticonvenzionalismo, sia, oggi, il motivo della grande eredità di uno dei più grandi cineasti italiani, famoso anche oltreoceano: un anti-conformismo che ha portato lo scandalo all’interno di un mondo reso da Bertolucci più caldo e appassionato. Così, il cinema ha capito di doversi nutrire del mondo e il mondo di doversi nutrire del cinema, cogliendo l’influenza della grande produzione del passato per cui lo stesso regista nutriva un profondo e autentico sentimento di amore.