Sulle cinque corsie di Kneza Milosa, la “strada del potere” che conduce al centro di Belgrado, le automobili eleganti dei parlamentari si mescolano alle vecchie Yugo. A metà della grande arteria stradale, tra il ministero delle Finanze e le ambasciate di Germania e Usa, due edifici diroccati – speculari l’uno all’altro – si ergono a porta di accesso al cuore della città. Sono i palazzi che componevano il Generalstab di Milošević, sede del Ministero della Difesa e dell’esercito federale, costruiti nel 1963 su progetto di Nikola Dobrovič, da molti considerato il più importante architetto moderno serbo.
Il 7 maggio 1999 gli aerei della Nato li hanno colpiti riducendoli a poco più che macerie: da allora sono trascorsi undici anni, ma i palazzi di Kneza Milosa, così come gli altri edifici distrutti dalle forze alleate, sono rimasti in stato di abbandono. Dalle finestre si intravvedono ancora alcuni scaffali pieni di documenti. L’area dei palazzi è recintata, l’accesso controllato giorno e notte dalla polizia. E’ proibito persino fotografare i danni prodotti dai bombardamenti, pena salatissime multe e la cancellazione degli scatti.
Ma cosa ha impedito, finora, la ristrutturazione di questi edifici? Al di là dei problemi tecnici e della mancanza di denaro, sembra quantomeno strano il fatto che degli spazi così ben posizionati nel centro della città non riescano a essere venduti, né riconvertiti. «Sono state indette delle aste per costruirci degli alberghi, data la loro collocazione interessante anche dal punto di vista turistico», racconta Francesco Mazzucchelli, studioso di architettura in zone di conflitto e autore di un libro, di prossima uscita per Bup editore, intitolato Urbicidio. Il senso dei luoghi tra distruzioni e ricostruzioni in ex Jugoslavia. «In realtà, non è mai stato realizzato nulla di concreto. Nel 2008 la facoltà di Architettura di Belgrado, in collaborazione con l’università “La Sapienza” di Roma, aveva indetto un concorso destinato alle idee di giovani architetti su come recuperare queste strutture: il bando è stato vinto da una coppia di architetti, un serbo e un italiano. Il loro progetto, però, è finito nel dimenticatoio».
Gli obiettivi colpiti nel 1999 sono diventati, oggi, parte integrante del paesaggio urbano della capitale serba. Chi vi si reca per la prima volta, però, non può rimanere indifferente al contrasto quasi surreale tra le cicatrici lasciate da queste strutture e l’architettura neoclassica – in perfetto stile sovietico – che disegna il resto del centro storico. «Belgrado è la città delle contraddizioni: aspira a diventare una grande capitale europea e mantiene intatte le rovine», prosegue Mazzucchelli. «Gli edifici bombardati dalla Nato rappresentano il ricordo vivo di un evento non metabolizzato, rispetto al quale la società serba fatica ancora oggi a rapportarsi.
Belgrado sembra possedere una speciale predisposizione a registrare alcuni tipi di segni prodotti dalla storia, come una pellicola troppo sensibile; al tempo stesso, questi segni sembrano, più che altrove, particolarmente resistenti alla cancellazione, alla rimozione». Durante gli ultimi anni, i palazzi colpiti dall’operazione Allied Force hanno subito una forte strumentalizzazione di carattere politico, da parte soprattutto dei partiti nazionalisti. «Alcune forze estremiste hanno usato l’immagine ancora vivida che questi edifici portano dei bombardamenti per tracciare una narrazione, fortemente ideologizzata, dell’aggressione subita da parte della Nato. I Serbi diventano, nella propaganda di queste formazioni politiche, il popolo che per eccellenza è vittima della storia».
Una caratterizzazione politica che viene sottolineata spesso anche dalle manifestazioni di protesta in città. Gli edifici progettati da Dobrovic svolgono infatti un ruolo fondamentale per la loro visibilità, per la loro centralità, per il contrasto con l’ambiente circostante. «Esiste una continua produzione mediatica di immagini di proteste che hanno, per scenografia, l’aggressione Nato. Quando giornali e televisioni mostrano le immagini delle manifestazioni, le rovine stanno sempre lì, sullo sfondo». Per questo motivo gli edifici bombardati nel 1999 si sono trasformati, nell’immaginario popolare, in simboli dal valore forte e controverso. Edifici che verranno ricordati forse più per la loro distruzione che per la loro costruzione. «Credo che la memoria viva di una città non vada cercata tanto nei monumenti, o nei posti progettati con l’intento esplicito di conservare un ricordo» conclude Mazzucchelli, «ma nelle zone del paesaggio urbano dove essa si produce spontaneamente, in maniera autonoma. E’ quella che io chiamo la memoria involontaria di una società».
di Valerio Bassan