Una locomotiva traina tre vagoni di colori diversi. Quasi a voler ricordare che le terre che attraversa sono le stesse in cui si sono consumati i sanguinosissimi conflitti tra tre popoli e tre etnie diverse. Il primo vagone appartiene all’entità serba della Bosnia, l’altro alla Federazione croato-musulmana di Bosnia, il terzo alla Serbia. Nel dicembre 2009 è stata riaperta la linea ferroviaria Sarajevo-Belgrado che era stata interrotta nel 1992, con lo scoppio delle guerre jugoslave. Dopo 17 anni Serbia e Bosnia tornano a comunicare e tentano un riavvicinamento. É un fatto storico, un segno che da parte dei due Paesi c’è la volontà di dialogare. «Si sta riaprendo un varco interrotto durante la guerra» sostiene Stevan Ubovic il quale racconta che la maggior parte dei passeggeri sono nostalgici dell’ex Jugoslavia, di quelle terre in cui abitano ex amori, amici o vecchie zie, quelle terre in cui si viaggiava liberamente per raggiungere Padova o Trieste per comprare vestiti di qualità a poco prezzo. Ma la riappacificazione tra i due popoli è un processo lungo e doloroso che non può compiersi in un attimo. Se è vero che la tensione è molto scemata rispetto a dieci anni fa, è vero anche che bisogna avere alcune accortezze, come sottolinea Stevan Ubovic: «Magari, una volta scesi a Sarajevo, è preferibile evitare il tipico gesto serbo con le tre dita alzate, utilizzato spesso durante le proteste». Questo per evitare tensioni.

Il riavvicinamento, comunque, sembra ormai avviato, anche perché, accanto alla riapertura della linea ferroviaria, bisogna considerare la risoluzione su Srebrenica emessa dal parlamento serbo, con la quale per la prima volta nella storia, la Serbia si è assunta la responsabilità per il massacro di Srebrenica del 1995, in cui i militari serbo-bosniaci, comandati dal generale Mladic, trucidarono circa 8mila musulmani bosniaci dai 15 anni in su. Secondo Stevan Ubovic ammettere i propri sbagli serve per poter ricominciare da capo: «Il fatto che la risoluzione confermi gli errori che l’esercito ha compiuto è stato molto importante; la Serbia avrebbe dovuto farlo molto prima». Un altro atto che si inserisce nel progetto della Serbia di riavvicinarsi alla Bosnia, ma che probabilmente fa parte di un disegno più ampio, che prevede di entrare al più presto nell’Unione Europea.

Ma c’è chi non la fa così semplice. Secondo Kanita Focak, che vive a Sarajevo, «questo riavvicinamento è un falso, la risoluzione non è una dichiarazione sincera: l’hanno approvata perché costretti». Le parole di Kanita sono cariche di tensione: «Anche il treno è una barzelletta. Le cose funzionano male; in un’epoca in cui si vuole viaggiare velocemente non si può cambiare quattro volte la locomotiva». In un Paese che porta su di sé i segni della guerra e piange ancora le sue vittime, la rabbia è ancora accesa e non è facile che la fiducia attecchisca. Per Kanita la strada è ancora lunga, ma una speranza c’è: «Mio marito era musulmano di Sarajevo, io sono cattolica di Spalato. Mio figlio si è innamorato di una ragazza di Belgrado; è lui il futuro, per questo io credo nei giovani, ma non nei politici».

di Chiara Avesani, Andrea Legni, Simona Peverelli