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	<title>magzine &#187; Marianna Mancini</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Sesso, questo sconosciuto</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2021 11:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mondo è cambiato con la pandemia, ma è cambiato anche il sesso? Le relazioni filtrate non sono infatti una novità. Oltre alle mascherine, sono sempre più utilizzate anche le ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1100" height="600" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/06/sesso-e-pandemia.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="sesso-e-pandemia" /></p><p>Il mondo è cambiato con la pandemia, ma è cambiato anche il sesso? Le relazioni filtrate non sono infatti una novità. Oltre alle mascherine, sono sempre più utilizzate anche le dating app, luoghi virtuali in cui conoscersi dipende solo dal movimento del proprio pollice. Fra nuovi strumenti e limitazioni inedite, c’è poi chi vive il sentimento in maniera diversa dal 99% della popolazione, andando oltre gli stereotipi di genere. Ma i tabù sulla sessualità sono ancora forti.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Parlarne in un talk, dal titolo <strong>#SexShow</strong> ci è sembrato un modo concreto per cercare di modificare una cultura che impedisce, spesso, di vivere il sesso in libertà. Lo abbiamo fatto anche con due ospiti di eccezione: la psicologa e sessuologa Chiara De Bella e la sociologa Sara Nanetti.</mark></p>
<h2 style="text-align: center;">Guarda <a href="https://youtu.be/FIrR0JkJPm8">qui </a>il talk show sul nostro canale Youtube</h2>
<p>&nbsp;</p>
<div></div>
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		<title>CINEWEEK XXI: GRANDI ATTRICI</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2021 21:32:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[a dangerous method]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;8 marzo tradizionalmente è la giornata internazionale delle donne. Nonostante in molti paesi siano ancora discriminate o limitate nelle possibilità, le donne da sempre hanno contribuito al progresso del mondo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="980" height="588" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/03/WhatsApp-Image-2021-03-06-at-14.39.49.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2021-03-06 at 14.39.49" /></p><p>L&#8217;8 marzo tradizionalmente è la giornata internazionale delle donne. Nonostante in molti paesi siano ancora discriminate o limitate nelle possibilità, le donne da sempre hanno contribuito al progresso del mondo in tutti i campi: letteratura, arte, scienza, politica. E il cinema non è da meno.<mark class='mark mark-yellow'>Il grande schermo ci ha fatto conoscere grandi attrici che con le loro interpretazioni hanno colpito e affascinato milioni di persone. Questa settimana vi proponiamo 5 donne che tra passato e presente sono diventate stelle della settima arte</mark>. Seguiamole sul Red Carpet di alcuni loro successi. Buona visione.</p>
<p><strong>GIACOMO COZZAGLIO CONSIGLIA: AUDREY HEPBURN IN &#8220;SABRINA&#8221;</strong></p>
<p>I suoi occhi scuri e profondi e il suo sguardo così dolce probabilmente avrebbero visto il mondo colorato di rosa. Proprio come la canzone “<em>La vie en rose</em>” che si sente provenire dalle piccole strade della città dell’amore, Parigi. La <em>ville lumière</em> insegna a Sabrina Fairchild a vivere e a capire cosa significa amare qualcuno. Così al suo rientro a Long Island, Sabrina comprende verso quale dei fratelli Larrabee prova un sentimento autentico e non un’infatuazione giovanile. Eppure l’interpretazione di Audrey Hepburn non nasconde quell’animo umile e sognatrice che l’ha resa indimenticabile. La grazia di Audrey Hepburn si riflette nella brillantezza dei suoi occhi e nel suo sorriso, un fascino in grado di incantare e riempire l’anima di colori. Così il bianco e nero della pellicola donano romanticismo ad un’atmosfera da sogno, ad una notte in cui la stella più bella fa il suo ingresso con un abito di Givenchy.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video, Google Play e Youtube</strong></p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: MERYL STREEP IN &#8220;I PONTI DI MADISON COUNTY&#8221;</strong></p>
<p>Francesca è una madre di famiglia di mezza età, vive nell’Iowa e i suoi giorni si confondono tra loro, finché non arriva Robert, un fotografo giramondo, giunto in città per intrappolare dentro uno scatto i famosi ponti della contea. Tra i due è amore impossibile a prima vista perché – come dice lei – noi siamo le scelte che abbiamo fatto e talvolta l’unico modo per non smettere di volersi è non aversi mai. Meryl Streep è la perfetta coprotagonista di un dramma romantico, intenso e struggente. L’uomo che non può seguire è interpretato da Clint Eastwood, che conserverà per tutta la vita i sentimenti provocati da un incontro fatale. Lo stesso farà lei, lasciando in eredità ai figli i suoi diari, come memorie di un amore sospeso. Meryl può diventare chiunque e quando lo fa è impareggiabile.</p>
<p><strong>Disponibile su Netflix</strong></p>
<p><strong>ANNAROSA LAURETI CONSIGLIA: JASMINE TRINCA IN &#8220;MIELE&#8221;</strong></p>
<p>Una bottiglia di Lamputal per interrompere la sofferenza della malattia e addormentarsi placidamente come un cane, come un Labrador. Irene ha trent’anni e una doppia identità. Dietro la dolcezza del suo nome in codice, Miele, si nasconde un’amara esistenza dedita ad assistere i malati terminali che scelgono di suicidarsi. Complici un passato doloroso e un lutto non elaborato, Miele crede fermamente nel suo lavoro fino a quando nella sua strada incrocia l’ingegner Grimaldi, affetto da un male invisibile ma altrettanto forte da indurre a desiderare la morte, la depressione. Valeria Golino dirige una Jasmine Trinca intensa e profonda, il cui sguardo ad ogni primissimo piano arriva dritto all’animo dello spettatore.</p>
<p><strong>Disponibile su Google Play e YouTube</strong></p>
<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: KEIRA KNIGHTLEY IN &#8220;A DANGEROUS METHOD&#8221;</strong></p>
<p>Che cosa muove il mondo? Molto semplice: il conflitto di classe e il conflitto di genere. I soldi e il sesso, in pratica. Karl Marx ha approfondito le dinamiche che spostano i caratteri in relazione ai primi; Carl Gustav Jung ha studiato l’infezione che comporta lo spostamento delle persone in relazione all’altro. Non è un caso che il regista di A Dangerous Method sia David Cronenberg, l’autore del virus per eccellenza, il cineasta del mostro dentro di me. Inconscio, rimosso, psicoanalisi: Jung è il chirurgo degli spettri dell’anima; Sabina Spielrein è la rivelazione, la scoperta del piacere grazie al dolore e all’umiliazione. Keira Knightley, magra e bellissima, la incarna con un’adesione disturbante, che degenera nella smorfia orrorifica. D’altronde, l’horror è l’unico genere possibile per raccontare la psicoterapia, il vissuto traumatico degli uomini. E delle donne. Per far emergere i demoni serve una rivoluzione interiore, un metodo pericoloso.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video e Mubi</strong></p>
<p><strong>FRANCESCO CASTAGNA CONSIGLIA: HELENA BONHAM CARTER IN &#8220;ALICE IN WONDERLAND&#8221;</strong></p>
<p>Se fosse un personaggio della letteratura greca potremmo definirla come “la donna dal multiforme ingegno”. Superba, un’espressività rara, un’attrice che certamente non passa inosservata in grado di catturare l’attenzione del pubblico anche da attrice non protagonista. In Alice in Wonderland non è sicuramente la Regina che i nostri occhi da bambini visivamente si ricordano, ma forse è quello che idealizzavamo con i pensieri. La Regina Rossa, grande infantile, egocentrismo e un carico di risentimento, chi se non la Carter poteva interpretare un personaggio del genere. Nemmeno la veste da cartone e i costumi riescono a camuffare la sua recitazione cinematografica, quella di una donna che interpreta un’iconica sanguigna Regina Rossa. Nella sua carriera ha interpretato una lista di personaggi all’eccesso, perché come ama dire lei: “Siamo tutti pazzi. Specialmente noi donne: libere per natura”.</p>
<p><strong>Disponibile su Disney+</strong></p>
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		<title>CINEWEEK XX: DANZA</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2021 12:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[BILLY ELLIOT]]></category>
		<category><![CDATA[FLASHDANCE]]></category>
		<category><![CDATA[IL CIGNO NERO]]></category>
		<category><![CDATA[SHALL WE DANCE?]]></category>
		<category><![CDATA[TI VA DI BALLARE?]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;atmosfera si sta scaldando: manca ormai poco all&#8217;accensione delle luci dell&#8217;Ariston. Mala vera protagonista è la musica, la stessa che da sempre permette al nostro corpo di esprimersi. Non esiste ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="576" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/black-swan.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="black swan" /></p><p>L&#8217;atmosfera si sta scaldando: manca ormai poco all&#8217;accensione delle luci dell&#8217;Ariston. Ma<mark class='mark mark-yellow'>la vera protagonista è la musica, la stessa che da sempre permette al nostro corpo di esprimersi. Non esiste musica che non susciti una tensione così potente da esaltare le nostre emozioni più profonde attraverso passi di danza</mark>. Per riscoprire questa magia, il cineweek propone 5 film non da guardare seduti sul divano, ma da godersi in piedi per danzare assieme ai loro protagonisti.</p>
<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: IL CIGNO NERO</strong></p>
<p>Il cigno nero è conturbante, torbido e avvolgente. Non esistono intellettualismi nel cinema di Darren Aronofsky. Il suo stile è discutibile, eccessivo. Quello che conta non sono i dialoghi, non è la complessità dell&#8217;intreccio narrativo. Quello che conta è il corpo dei suoi protagonisti, sempre portati all&#8217;estremo, all&#8217;esasperazione. Mickey Rourke in The Wrestler lo sacrificava in maniera autodistruttiva, in una parabola sulla sconfitta, sul tempo che passa, sul decadimento. Il corpo di Natalie Portman è un sogno che diventa un incubo. Bellissimo e ossessionato. La sua bellezza non rimane più impressa delle sue punte sanguinanti, del suo sguardo posseduto e demoniaco. Osa Aronofsky, rischia tanto da disinteressarsi della concatenazione degli avvenimenti. La base dei suoi film è la disintegrazione dei sogni. L&#8217;evoluzione della protagonista Nina da ragazza della porta accanto a pura ossessione e abbandono e buionero è la scoperta di quella parte di noi stessi che abbiamo sempre finto di ignorare. «Show me your black swan, Nina».</p>
<p><strong>Disponibile su Now Tv e Sky Go</strong></p>
<p><strong>GIACOMO COZZAGLIO CONSIGLIA: SHALL WE DANCE?</strong></p>
<p>Il ballo è passione, sofferenza, amore… Esso è il riflesso della vita umana. E come la vita, è imprevedibile. Forse si tratta di un caso che John Clark, avvocato di Chicago, decida al rientro dal lavoro di iscriversi ad una scuola di ballo senza dire nulla alla moglie. Così una fuga dalla monotonia della propria vita quotidiana diventa la riscoperta dell’amore e di tutte le bellezze che rendono la vita meravigliosa. Il fascino di Richard Gere e la sensualità di Jennifer Lopez al ritmo di un tango fanno sgorgare dal ballo un incantesimo che trasforma in poesia perfino le luci della strada. Ma l’atmosfera magica non cessa quando la musica finisce, ma accompagna sempre chi sente per davvero questa passione nel profondo dell’anima. In fondo non serve un abito o un palcoscenico per esprimere se stessi ascoltando le note. L’importante è la persona al quale chiedere «Ti va di ballare?».</p>
<p><strong>Disponibile su Dvd e Sky On Demand</strong></p>
<p><strong>ANNAROSA LAURETI CONSIGLIA: BILLY ELLIOT</strong></p>
<p>Gran Bretagna, 1984. Sullo sfondo lo sciopero dei minatori contro i provvedimenti di Margaret Thatcher; in primo piano Billy, ragazzino di 11 anni con un fisico troppo gracile per la boxe ma sufficientemente aggraziato per la danza classica; tutt’intorno i problemi economici e i pregiudizi sociali del caso. Per chiunque abbia indossato le scarpette da ballo almeno una volta nella vita, la pellicola di Stephen Daldry racconta in maniera sublime il magico potere della danza. Non importa se ci vorrà del tempo e tanta fatica, abbandonarsi al ritmo della musica, seguire le note alla perenne ricerca della pirouette perfetta, rimarrà sempre il miglior antidoto alla sofferenza del mondo. I momenti di felicità durano pochi secondi, giusto il tempo di un grand battement sulle note di Cajkovskij.</p>
<p><strong>Disponibile su Netflix, YouTube e Google Play</strong></p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: FLASHDANCE</strong></p>
<p>Alex Owens ha 18 anni e un sogno che le smania dentro. Vuole diventare una ballerina e lo desidera più di ogni altra cosa al mondo. Flashdance racconta l’America degli anni ’80 e la sua fame di riscatto. Alex di giorno inforca la bicicletta per dirigersi in fabbrica e di notte si esibisce in un locale della città di Pittsburgh. Nel resto del tempo si prepara ad un provino che potrebbe svoltarle la vita, mentre frequenta Nick, il suo datore di lavoro, che scorge in lei una buona dose di talento e sfrontato timore. A partire dalla colonna sonora, questo film è diventato un cult per intere generazioni, tanto che la nuova piattaforma streaming Paramount Plus ha confermato che ne farà una serie tv. Tutti pronti dunque per rivedere gambe di fenicottero volteggiare nell’aria e grintosi sorrisi d’amore: si va in scena.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
<p><strong>FRANCESCO CASTAGNA PRESENTA: “TI VA DI BALLARE?”</strong></p>
<p>Potrebbe sembrare una banale trama di ragazzi presi dalla strada e portati al successo, ma questa storia è molto di più. Sensuale, convincente, tenace, Antonio Banderas veste i panni di Pierre Dulaine, un empatico e formidabile maestro di ballo da sala. Dopo le lezioni in una scuola privata mr. Dulaine decide di occuparsi di un doposcuola, con ragazzi che hanno vissuto o vivono esperienze border, purtroppo, anche a causa della loro difficoltà di emergere in luoghi periferici della città. Un giorno Dulaine riesce a convincere i ragazzi a partecipare ad un concorso di ballo con una somma di 5mila dollari. La classe si impegna da subito ad imparare diverse discipline di ballo, ognuno dimostra a Dulaine le proprie abilità e una classe senza speranza si trasforma in un talento. Epica e magistrale è la scena finale della “cumparsita”: si può uscire dalla propria realtà, ma essa resterà sempre dentro di noi.</p>
<p><strong>Disponibile su Mediaset Play</strong></p>
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		<title>Da Dante a Lauro: la lingua italiana è una grande opera di poesia</title>
		<link>https://www.magzine.it/da-dante-a-lauro-la-lingua-italiana-e-una-grande-opera-di-poesia/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2021 17:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[#dante]]></category>
		<category><![CDATA[#linguamadre]]></category>
		<category><![CDATA[trap]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 21 febbraio si celebra la Giornata internazionale della Lingua Madre, proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel novembre del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/Sequenza-01119.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'> Il 21 febbraio si celebra la <strong>Giornata internazionale della Lingua Madre</strong>, proclamata dalla Conferenza Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (<a href="http://en.unesco.org/">UNESCO</a>) nel novembre del 1999 al fine di promuovere la diversità linguistica, culturale e il poliglottismo.</mark> La data intende commemorare quanto accaduto a Dacca, la capitale dell’attuale Bangladesh, nel febbraio del 1952, quando le forze militari occupanti dell’allora Pakistan uccisero centinaia di studenti universitari, mentre protestavano per il riconoscimento della lingua bengalese come lingua ufficiale.</p>
<p>Spostandoci idealmente dentro i confini nazionali, questa giornata bene si interseca con un altro anniversario. Il <strong>2021</strong> è infatti l’<strong>anno dantesco</strong>, settimo centenario della morte del sommo poeta, padre della lingua italiana. E in effetti, «non ci potrebbe essere un testimonial più adatto di Dante per una ricorrenza di questo tipo,  poiché egli pone le basi del nostro italiano a partire dalla propria lingua materna: il volgare fiorentino del tredicesimo secolo». Così commenta <strong>Giovanna Frosini</strong>, professoressa di<strong> Storia della Lingua Italiana</strong> all’università per Stranieri di Siena.</p>
<p><strong>Giovanna Frosini, quale lingua si parlava in Italia al tempo di Dante?<br />
</strong>Intanto, fissiamo un arco temporale. Dante nasce nel 1265 e muore nel 1321. Egli trova nel paese una grande frammentazione linguistica. Il latino parlato infatti dà origine, nel corso dell’Alto Medioevo, a tanti volgari diversi, a seconda delle varie aree regionali. Firenze, la sua città natale, è un’importante metropoli europea e possiede il proprio volgare fiorentino. <mark class='mark mark-yellow'> Dante vive in un’Italia multilinguistica e, comprendendo la sua condizione, ha un’intuizione geniale: compone il primo grande trattato che mette insieme la linguistica generale, la linguistica storica e la dialettologia.</mark></p>
<p><strong>Il <em>De vulgari eloquentia…<br />
</em></strong>Esatto. La sua elaborazione incrocia quella del<em> Convivio</em> – scritti entrambi nella prima parte dell’esilio e rimasti incompiuti – e precede la<em> Commedia</em>. Egli fa una ricostruzione della lingua, passando in rassegna i volgari italiani e individuandone ben 14. L’operazione gli fa ottenere lo status di primo dialettologo.  Non si muove come gli odierni linguisti, bensì utilizza come linea di discrimine nel categorizzare i diversi volgari gli Appennini, distinguendo le lingue parlate a destra e a sinistra della catena montuosa. <mark class='mark mark-yellow'> Di fronte alla dispersione di queste varietà linguistiche, Dante sottolinea l’urgenza di  trovare una lingua unitaria, realizzata da poeti e intellettuali.</mark> Le si richiede di essere illustre e adatta a poter essere usata nella curia imperiale, qualora l’Italia divenisse uno stato unitario, raccolto sotto un solo potere. Una lingua letteraria, dunque che non si identifica con i volgari esistenti, ma che ha già visto, agli occhi di Dante, una sua prima realizzazione nella lingua siciliana, quella dei cantori alla corte di Federico II di Svevia. Oltre a domandarsi in che modo l’Alighieri sia riuscito in un’impresa alquanto ardua per il tempo, occorre riflettere sulla discontinuità delle idee da lui teorizzate. Nella <em>Commedia </em>Dante dà prova di uno stile ben diverso da quello elaborato nel <strong><em>De vulgari eloquentia</em></strong><em>.</em></p>
<p><strong>Il critico Erich Auerbach evidenzia il realismo figurale proprio della <em>Commedia</em>, capace di creare un immaginario collettivo. L’italiano moderno quali basi poggia sull’opera?<br />
</strong>Rispondo citando <strong>Ignazio Baldelli</strong>, storico e studioso della lingua di Dante. Egli negli anni Novanta tiene una lezione all’Accademia della Crusca, intitolata <em>Dante e la lingua italiana</em>, dove afferma che la lezione avrebbe potuto chiamarsi anche <em>Dante è la lingua italiana</em>. <mark class='mark mark-yellow'> La lingua della <em>Commedia</em> è il fondamento dell’italiano, così come si è sviluppato nei secoli arrivando fino a noi.  Non parleremmo e non scriveremmo in questo modo, se non esistesse l’opera scritta dall’Alighieri.</mark> Dunque, Il fondamento della nostra lingua è una grande opera di poesia, elemento di cui  dovremmo essere particolarmente orgogliosi. Il realismo figurale da lei citato evidenzia la pervasività dell’opera: noi pensiamo certe cose attraverso l’impronta che abbiamo ricevuto da Dante. Egli ci ha consegnato le strutture linguistiche per pensare il mondo. Per valutare l’importanza di questa operazione, bisogna tenere presente che quando Dante scrive la <em>Commedia</em> siamo all’inizio del 1300 e il mondo della cultura si esprime con il latino. Tanto è vero che nel momento in cui vuole indirizzare l’opera ad un pubblico colto la scrive nella lingua dei dotti. Al contrario,  nell&#8217;intento di trasmettere l’opera ad un pubblico più vasto egli sceglie il volgare, in modo estremamente consapevole. Non si ha traccia di opere simili nel passato. La <em>Commedia</em> rappresenta una novità assoluta perché Dante crea una lingua capace di esprimere concetti filosofici, morali, narrativi e  sentimentali.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Dante amplia le potenzialità del suo volgare materno fino a farne una lingua capace di dire tutto </span></p>
<p><strong>Quali neologismi ed espressioni utilizzate nel linguaggio quotidiano ha inventato Dante?<br />
</strong>Molte, in effetti. Il poeta si colloca in una fase aurorale della nostra lingua, tanto che le strutture di base dell’italiano coincidono con quelle usate da Dante nella <em>Commedia</em>, motivo per il quale non la si traduce, ma la si parafrasa. Ricordiamo un dato caratterizzante. <mark class='mark mark-yellow'> Il linguista <strong>Tullio De</strong> <strong>Mauro </strong>osservava che il 15% delle parole base dell’italiano contemporaneo derivano dalla <em>Commedia</em>, ovvero otto parole su dieci della <em>Commedia </em>sono ancora vive in Italiano.</mark> Ne sono un esempio espressioni come <em>selva oscura</em>, <em>senza infamia e senza lode</em>, <em>non ti curar di loro ma guarda e passa</em>, <em>l’amico mio e non della ventura</em>. Abbiamo ereditato da Dante alcune parole colte, da lui adoperate nel <em>Paradiso</em>: <em>tetragono</em>, <em>plenilunio</em>, <em>trasumanare </em>(andare oltre l’umano). Infine, si possono citare i composti parasintattici: <em>arroncigliare</em> da ronciglio, che significa uncino. Il verbo è usato da Dante nel canto dei barattieri (<em>Inferno</em> XXI) ed indica il gesto dei diavoli che con i loro forconi uncinano le anime dei dannati. Ancora, dalla cornice degli invidiosi (<em>Purgatorio</em> XIV) deriva <em>accarnare </em>(«Se ben lo &#8216;ntendimento tuo accarno con lo &#8216;ntelletto») che letteralmente si traduce con “entro dentro la tua carne”. Ci sono infine tante parole normali, che non penseremmo mai provengano da Dante, come <em>ascoltare</em>, <em>facile</em>, <em>disegnare</em>. Molte di queste le troviamo nel <em>Convivio</em> oppure nella <em>Vita Nova</em> dove per la prima volta compare appunto il verbo <em>disegnare</em>, poiché Dante disegna angeli in ricordo di Beatrice. Da qui si riconosce la capacità del poeta di creare e poi sintetizzare con una sola parola il pensiero. La lingua di Dante è così potente, proprio perché capace di sintesi.</p>
<p><strong>Nel 1525 le <em>Prose della volgar Lingua</em> pubblicate dall’umanista Pietro Bembo fissano i canoni della lingua scritta. I modelli sono Petrarca per la poesia e Boccaccio per la poesia.  Fra le tre corone fiorentine, Dante è il grande escluso. Perché?<br />
</strong>L’operazione di Bembo è intellettuale, culturale e ideologica. Ciò che a lui interessa è l’identità di una lingua scritta che abbia come scopo l’individuazione di un modello per gli scrittori. Afferma il critico <strong>Carlo Dionisotti</strong>: «Bembo toglie ai vivi e restituisce ai morti il privilegio della lingua». Da classicista egli individua negli antichi la base su cui poggiare la nascita del canone. Ad essere precisi,  neppure Petrarca e Boccaccio sono sullo  stesso piano agli occhi di Bembo, perché il vero modello caratterizzante è il primo dei due. Petrarca peraltro ristringe il campo stilistico e lessicale,  muovendosi in una direzione totalmente diversa da quella di Dante, che invece ammette una pluralità di registri. L’Alighieri viene criticato per il suo mistilinguismo, quello che noi tanto ammiriamo. In ultima analisi, Bembo rifiuta la sua arditezza.  Le<strong> <em>Prose della volgar Lingua</em> </strong>sono molto importanti per i letterati del Cinquecento, in cerca di esempi da seguire; contribuiscono alla diffusione dell’opera anche l’invenzione della stampa, diffusasi in Italia negli ultimi decenni del Quattrocento.</p>
<p>Sono trascorsi settecento anni dalla morte dell’Alighieri, e appare certo una forzatura impropria paragonare il poeta ai cantanti odierni. Si può tuttavia affermare che <mark class='mark mark-yellow'> la capacità di sintesi della lingua di Dante è una qualità che non ha mai smesso di essere considerata tale, tanto da essere ancora ricercata dai giovani del 2021, sempre più dipendenti dall’istantaneità.</mark> Secondo <strong>Beatrice Cristalli</strong>, consulente in editoria scolastica e giornalista per <em>Focus Scuola</em>, che per <em>Treccani</em> ha condotto un’<a href="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/autori/Cristalli_Beatrice.html">indagine </a>sul linguaggio della Generazione Z, «i giovani non parlano come i <em>trapper</em>, ma ricercano l’immediatezza del loro linguaggio».</p>
<p><strong>Quali sono le caratteristiche del linguaggio della Generazione Z  e in cosa si differenzia da quello dei Millennials?<br />
</strong>Il linguaggio generazionale è un processo linguistico che si basa sulle stesse dinamiche, a prescindere dal tempo storico. <mark class='mark mark-yellow'> La Generazione Z è influenzata dai canali social e da una comunicazione audiovisiva. Non a caso si parla di <em>linguaggio</em> degli Z e non di lingua, per sottolineare come il codice generazionale si muova su più livelli.</mark> Sono le importanti indagini di antropologia digitale a darci contezza di questi processi. A tal proposito, consiglio il sito <a href="http://www.beunsocial.it/">Be Unsocial</a> curato dalla docente Alice Avallone, la quale si occupa di analizzare i mutamenti sociali e linguistici nelle generazioni. Ad esempio, anche il <em>meme </em>è a tutti gli effetti un modo di comunicare, poiché ha la capacità di racchiudere brevità e immediatezza, facendo emergere nuovi neologismi. Cito sempre il cantate della <strong>Dark Polo Gang</strong>, <strong> </strong> <strong>Tony Effe</strong>,  che ha dichiarato pubblicamente: «noi abbiamo bisogno di parlare meno». La GenZ è molto affascinata dalla <em>trap</em>. Questo non significa che i giovani parlino come i <em>trapper</em>,  ma sono influenzati dalla sua potenza comunicativa. Nel corso dell’<a href="https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_243.html">indagine realizzata per <em>Treccani</em></a>, ho riflettuto sugli aspetti retorici dei testi <em>trap</em>.  Una figura ricorrente è la giustapposizione, oppure l’ellissi usata da <strong>Achille Lauro</strong> nel testo di <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=upN5T6ZYFyI">Mamacita</a></em>, quando dice «È in un bicchiere di Champagne, Dita von Teese», omettendo il “sembra”. Parliamo di un linguaggio veloce, che non per forza evolverà in termini da introdurre nel nostro dizionario. Pensiamo alla parola <em>eskere </em>(dalla locuzione americana <em>let’s get it</em>), già passata di moda.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Achille Lauro sintetizza i suoi testi e esemplifica i codici linguistici della Generazione Z </span></p>
<p><strong>Che cosa deve accadere perché un neologismo venga assorbito dalla lingua madre?<br />
</strong>Solo il tempo può accertare la funzionalità di una parola. La lingua cambia in funzione dei parlanti. Come insegna la sociolinguista <strong>Vera Gheno</strong> è importante avere un approccio flessibile alla lingua e ai mutamenti sociali, perché la lingua non è mai neutra ma va sempre contestualizzata.</p>
<p><strong>Come procede l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole?<br />
</strong>Nei testi scolastici italiani sono aumentati in modo considerevole i box informativi legati al lessico. <mark class='mark mark-yellow'>Gli studenti faticano molto a comprendere il testo in senso profondo, a causa di uno scarso esercizio nella scrittura, che richiede invece concentrazione e consapevolezza delle parole scelte.</mark> Alcuni di questi schemi,  mostrano il cambiamento semantico e sociale dei termini, per portare gli allievi a  soffermarsi e a riflettere sulla storia etimologica di una parola. Questo lavoro è fondamentale  per  arginare quegli episodi di violenza verbale scatenati dalla mancata consapevolezza del linguaggio utilizzato.</p>
<p><strong>Cosa racconta la lingua di noi?<br />
</strong>Tutto passa attraverso la lingua. Sono dell’opinione che la parola sia corpo. Nella poesia, ad esempio, la parola anche come suono ha una forma densa ed essa può parlare di noi, solo se  interpretata come qualcosa di vivente. È molto interessante accrescere il nostro vocabolario per spiegare al meglio le emozioni provate. Si osservino i bambini: nel loro pianto risiede una impossibilità di riuscire ad esprimersi. Ampliare il proprio lessico consente di comunicare meglio in primis con se stessi e, in secondo luogo, di farsi comprendere dagli altri.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>A Beatrice Cristalli abbiamo infine chiesto di spiegarci come racconta l’amore la Generazione Z.</mark> «A partire da una restrizione dei sentimenti, come spiega il saggio <em><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/iperconnessi-jean-m-twenge-9788806238568/">Iperconnessi</a> </em> di <strong>Jean M. Twenge</strong>. Per la GenZ pare che l’amore sia qualcosa da cui si debba fuggire, non a caso aumentano video sul web dove ragazzini spiegano come evitare di prendere una cotta». E’ anche stato creato un neologismo per spiegare le infatuazioni dei nati dopo il 1996,  <strong><em>crush</em> </strong>che letteralmente in inglese significa “schiacciare”. Commenta Cristalli, «è una parola di genere neutro, simbolo dell’amore fluido, senza etichetta e di quella sensazione provata da molti Z che spesso affermano di non poter relazionarsi  con un’altra persona per timore di farsi carico dei suoi problemi. Questo è sintomo di una generazione che vive in gruppo, ma resta individualista».<mark class='mark mark-yellow'>Lo stesso Dante elabora un linguaggio ad hoc per parlare della propria amata, Beatrice.</mark> «Ne abbiamo traccia nella <strong><em>Vita Nuova</em></strong>, dove viene descritta come <em>onesta</em>, <em>virtuosa</em> e <em>gentile </em>e nella <strong><em>Commedia</em></strong>, in particolare nel <em>Purgatorio </em>dove egli riconosce <em>i segni dell’antica fiamma</em>», conclude Giovanna Frosini.</p>
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		<title>CINEWEEK XVIII: PER UN SAN VALENTINO &#8220;ALTERNATIVO&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 08:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cineweek]]></category>
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		<description><![CDATA[Da un anno a questa parte ci siamo ormai abituati a vivere tutte le ricorrenze in maniera diversa rispetto al solito. Mancava il San Valentino, effettivamente, e noi di Magzine ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/character-of-popular-drama-flim-500-days-of-summer-enjoying-movie.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="character-of-popular-drama-flim-500-days-of-summer-enjoying-movie" /></p><p>Da un anno a questa parte ci siamo ormai abituati a vivere tutte le ricorrenze in maniera diversa rispetto al solito. <mark class='mark mark-yellow'>Mancava il San Valentino, effettivamente, e noi di Magzine abbiamo deciso di adattarci, proponendovi cinque film romantici dove le cose non vanno però a finire per il verso giusto.</mark>Non sappiamo però dirvi se è meglio vederli da soli, col rischio di autocommiserarsi, o con l&#8217;eventuale partner, finendo magari per litigarci: fate voi. In ogni caso, viva l&#8217;amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: VENUTO AL MONDO</strong></p>
<p>Sarajevo, 1984. L’italiana Gemma arriva nella capitale bosniaca per scrivere la tesi di laurea. Incontra Diego, un vagabondo fotografo americano, che trattiene il mondo dentro il suo obiettivo. Travolti dalla passione, decidono di avere un figlio, scoprendo così che Gemma è sterile. Tutti i giorni sembrano uguali quando si è costretti a reprimere un desiderio per sempre. D’un tratto, i Balcani si incendiano: Sarajevo è sotto assedio, e la coppia vola in aiuto dagli amici. Fra loro c’è Aska, una musicista che si propone di diventare la loro cicogna. Ciò che accade dopo, non può essere qui scritto, ma merita di essere visto, fino alla fine. Perché più delle parole, sono i silenzi, i gesti e i sospiri a rendere questo film indimenticabile. Questa non è solo una storia d’amore soffocata, tradita e interrotta, ma sono tante storie d’amore, consumate dagli orrori di una guerra, che se decide di risparmiarti, può strapparti di dosso la dignità, ma non la speranza di una nuova vita.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NATALE CIAPPINA CONSIGLIA: LOLA DARLING</strong></p>
<p>Lola Darling è tantissime cose, ma due più di tutte: è un film sull’hip hop prima che l’hip hop si definisse come tale, ed è un film sulla mediocrità di molti, tanti uomini. E c’è una battuta che incarna entrambi questi aspetti: “he ain’t no rap” (un concetto intraducibile). La pronuncia Spike Lee, attore e regista di questo suo primo lungometraggio, quando deve convincere Nola, la protagonista, a non-scegliere un altro, e quindi lui, proprio perché “he ain’t no rap”. Lola Darling è un film su una ragazza afroamericana che non si rassegna all’idea di appartenere a un solo uomo, e sui tre ragazzi che provano a contendersela. Ne nasce una sorta di storia poliamorosa che trabocca di stile e di ‘rap’ a ogni inquadratura; la colonna sonora, poi, è fatta di quella bellissima black music appena prima che si connotasse anche come hip hop, e ha sullo sfondo una Brooklyn bella come poche volte nella storia del cinema.</p>
<p><strong>Disponibile su Netflix</strong></p>
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<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: TAKE THIS WALTZ</strong></p>
<p>Coppia di giovani sposi innamorati con bellissima casetta nella provincia canadese: lei è una scrittrice, lui si occupa di libri di cucina. Lei è Michelle Williams, ed è un sogno. Lui è Seth Rogen, uno degli uomini più simpatici del mondo, ed è un buono. Troppo buono. La loro vita sembra da favola. Finché non entra nella vita di lei il nuovo vicino di casa, Luke Kirby, artista e guidatore di risciò, tutto l&#8217;opposto di Seth. E quel matrimonio che sembrava ideale viene sostituito da un amore imprevedibile e più grande. La vita non è programmabile, le emozioni non sono controllabili. Ciascuno può riconoscersi in uno dei tre personaggi: ne uscirà, comunque, con le lacrime e un groppo in gola. &#8220;L&#8217;amore è bello solo se lo fai con me&#8221;, cantava Gianna Nannini: la gioia di chi lo fa nasconde sempre la sofferenza di chi è rimasto fuori.</p>
<p><strong>Disponibile in Dvd (edizione UK)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>ANNAROSA LAURETI CONSIGLIA: (500) GIORNI INSIEME</strong></p>
<p>Occhioni blu da cerbiatto, sorriso radioso, una passione per gli Smith. Non c’è alcun dubbio: Sole è la ragazza che Tom ha sempre sognato; peccato però, che la loro «non una storia d’amore». Per capirlo ci sono voluti 500 giorni, trascorsi tra la felicità delle “prime volte” insieme, l’inquietudine nel definire la propria relazione e la sofferenza dell’abbandono. Il regista Marc Webb ribalta il tradizionale cliché dell’uomo cinico, presentandoci un lui sensibile e fin troppo romantico ed una lei libera e indipendente, per nulla intenzionata a diventare la donna di qualcuno. Prendendo in giro la poetica di alcuni film francesi, colpevoli di averci narrato una concezione distorta dell’amore, il film descrive cos’è l’infatuazione, e la conseguente perdita di senno tra mille illusioni e aspettative destinate a scontrarsi brutalmente con la realtà.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video, Google Play e YouTube</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>GIOVANNI DOMASCHIO CONSIGLIA: INDIAVOLATO</strong></p>
<p>Avete mai sentito dire che il diavolo sta nei dettagli? Bene, allora siete pronti per questo film. Commedia demenziale e senza pretese, Indiavolato vede Brendan Fraser nei panni di Elliott, un comune impiegato socialmente impacciato e perdutamente innamorato di una collega, alla quale riesce a stento a rivolgere la parola. Quale idea migliore, dunque, se non fare un patto col Diavolo pur di averla? Un Lucifero, però, che si presenta in versione sexy e ammiccante, remando contro alla trita e ritrita immagine del solito demone rosso e cornuto. Ogni desidero dello sventurato protagonista plasmerà una nuova realtà a suo piacimento, nascondendo però al proprio interno una pecca che ne pregiudicherà la validità. Ecco dunque che per Elliott, a causa di un dettaglio qua e là sempre di troppo, risulterà ogni volta impossibile restare con la propria amata.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
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		<title>Cineweek XVII: Biopic Music</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2021 11:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La musica ha una magia unica: trasmette ogni genere di emozioni. Ma è anche sperimentazione, nuove frontiere melodiche che nascono da un accordo, un testo, un&#8217;immagine.In realtà a rendere delle ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="618" height="412" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/02/WhatsApp-Image-2021-02-05-at-16.02.45.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="WhatsApp Image 2021-02-05 at 16.02.45" /></p><p>La musica ha una magia unica: trasmette ogni genere di emozioni. Ma è anche sperimentazione, nuove frontiere melodiche che nascono da un accordo, un testo, un&#8217;immagine.<mark class='mark mark-yellow'>In realtà a rendere delle canzoni davvero memorabili sono le storie dietro agli artisti perché viaggiando nelle loro vite si scopre l&#8217;origine spesso travagliata dei successi della grande musica</mark>. Per il Cineweek di questa settimana vi proponiamo alcuni biopic per scoprire le storie nascoste del mondo della musica.</p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: LA VIE EN ROSE</strong></p>
<p>Dai sobborghi parigini al teatro dell’Olympia, la vita di Édith Piaf si è vestita di rosa solo nei capolavori da lei interpretati. Voce graffiante, corpo sfibrato, occhi sognanti, l’usignolo che conquista l’America con il suo talento e distrugge se stessa per soffocare un’esistenza spietata lascerà tutti senza fiato. La vie en rose racconta la storia di un’artista straziata dal dolore e innamorata dell’amore. Cantare significa vivere per Édith, che ammalia il pubblico e zittisce i suoi tormenti con dosi di morfina che la spegneranno a soli 48 anni. Dalla penombra al successo mondiale, le tende dell’appartamento della cantante parigina resteranno sempre tirate dopo la morte di Marcel Cerdan, il suo amore impossibile, salito a bordo di un aereo precipitato mentre volava da lei. All’improvviso, quando tutto sembra non avere più senso, arriva un compositore che ha inciso la sua vita. Édith ricomincia per l’ultima volta da zero, confessando che <em>Je Ne Regrette Rien</em>.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
<p><strong>ALESSANDRO DE CAPUA CONSIGLIA: LORDS OF CHAOS</strong></p>
<p>Lasciate ogni speranza voi ch’entrate nell’Inner Circle. Lords of Chaos racconta la controversa storia del black metal e dei suoi pionieri, in particolar modo Euronymous. È la storia di un gruppo di teenagers travolti dalla loro passione per la musica estrema e la trasgressione, incapaci, complici il successo e l’attenzione morbosa dei media, di tracciare un confine tra il loro gioco di ruolo e la realtà. Quella che è la storia maledetta per eccellenza dell’universo Metal viene raccontata da Åkerlund con ironia e un pizzico di cattiveria, mostrando le contraddizioni e le psicosi dei protagonisti, senza però negare loro il merito di aver creato qualcosa che ha cambiato la storia della musica underground.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video, Dvd e Blu-Ray</strong></p>
<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: WALK THE LINE</strong></p>
<p>Walk the Line è un film sui demoni. Di cui non riusciamo mai a liberarci. Ma è soprattutto un film sull&#8217;amore, che forse può salvarci la vita. Johnny Cash ama June Carter e la insegue per una vita intera. La musica è il corollario dell&#8217;esistenza di Cash, il suo solo e unico modo autentico e sincero per esprimersi. Ma non può impedirgli di autodistruggersi. Se Johnny sopravvive a un decennio di depressione, alcol e anfetamine lo deve a June. La musica, da sola, non basta. Walk the Line significa &#8220;riga dritto&#8221;, quello che il più grande cantante country di sempre non è mai riuscito a fare, nonostante le buone intenzioni, nonostante la ricerca di redenzione. Ma, sulla strada per l&#8217;inferno, è accaduto un miracolo: June Carter. Dove vogliamo andare, senz&#8217;amore? &lt;&lt;And you could have it all my empire of dirt, I will let you down, I will make you hurt&gt;&gt;.</p>
<p><strong>Disponibile su Apple Tv e Google Play</strong></p>
<p><strong>CLAUDIO ROSA CONSIGLIA: JUDY</strong></p>
<p>“Cosa vedi oltre quella porta?” Forse una stanza, un posto lontano, la strada o anche soltanto un palco su cui cantare. Se lo chiede Judy. Ha gli occhi di Renée Zellweger, che la interpreta in maniera eccezionale e che proprio per questo si è meritata il Golden Globe e una candidatura agli Oscar come miglior attrice protagonista. Ed in fondo il film gira tutto attorno a questa domanda, come se non ci fosse una risposta. La sua è una vita di magia, costantemente sulle montagne russe. Prima o poi bisogna però sempre svegliarsi, anche quando è impossibile farlo. Mente, fa finta di non guardare, consapevolmente ignara che quella porta la mette in realtà in trappola, costringendola a non poter guardare oltre. È la storia di una diva d’altri tempi, la cui fiamma è destinata a spegnersi in un inesorabile viale del tramonto.</p>
<p><strong>Disponibile su Youtube e Google Play</strong></p>
<p><strong>LUCA BARENGHI CONSIGLIA: THE DOORS</strong></p>
<p>Un film tanto geniale quanto sregolato in grado di raccontare, pur con qualche licenza poetica, l’epopea di quella Ship of Fools che erano Jim Morrison e i suoi Doors, una delle band più influenti nella storia del Rock. Oliver Stone, cineasta tra i più esperti del genere biopic, con la sua regia a metà strada tra lo schizofrenico e l’onirico, dipinge il lato nascosto della controcultura giovanile di fine anni ’60. Una generazione di ragazzi e ragazze libera, spregiudicata e ossessionata dall’apertura di quelle Doors of Perception tanto decantate da Aldous Huxley, in grado di purificare il mondo da tutti i suoi mali, anche con l’aiutino di LSD e allucinogeni. Vero e proprio catalizzatore e agnello sacrificale di questi ideali nichilisti, Jim Morrison – nel film interpretato da un Val Kilmer in massima forma (impressionante la somiglianza) –, “poeta maledetto del Rock” morto a soli 27 anni dopo una vita passata letteralmente al limite. Il film in poche parole? Sesso, Droga e Rock &amp; Roll.</p>
<p><strong>Disponibile su YouTube, Google Play, Chili e in DVD/Blu-Ray</strong></p>
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		<title>CineWeek XVI: Musical</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 06:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[State cercando una via di fuga dalla realtà oppressa da crisi di governo, ritardi nella campagna vaccinale e ancora stress da zona gialla, arancione e rossa? Allora il CineWeek che ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="719" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/The-Greatest-Showman-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="The Greatest Showman 2" /></p><p>State cercando una via di fuga dalla realtà oppressa da crisi di governo, ritardi nella campagna vaccinale e ancora stress da zona gialla, arancione e rossa? Allora il CineWeek che abbiamo preparato è quello che ci vuole! <mark class='mark mark-yellow'>Questa settimana vogliamo catapultarvi nel magico mondo dei musical, dove colori, musica, canto e ballo la fanno da padroni.</mark> Tra film più recenti e pietre miliari del genere, <strong>concedetevi una pausa di un paio di ore e lasciatevi inebriare dalle storie che vi proponiamo</strong>. Non ve ne pentirete, promesso!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>GIACOMO COZZAGLIO CONSIGLIA: LA LA LAND</strong></p>
<p>«<em>Someone in the crowd could be the one you need to know</em>». E infatti è proprio un incontro casuale a segnare i destini di Mia e Sebastian. Los Angeles diventa il palcoscenico dei sogni e dell’amore, il legame tra la nostalgia per il grande jazz di lui e il desiderio di vivere la settima arte di lei. La musica e le canzoni accompagnano lo spettatore lungo una narrazione empatica che trasporta all’interno del film. La magia dei sogni non dura però per sempre e spesso come Sebastian giungiamo a dire «<em>What a waste of a lovely night</em>». Ma i sogni come il futuro sono imprevedibili e non ci è dato sapere quale strada sia quella giusta, quella che ci porta alla felicità. Eppure le emozioni provate vivranno nei cuori, nel ricordo e nei sorrisi di Mia e Sebastian, per sempre.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video e in DVD</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>VIVIANA ASTAZI CONSIGLIA: THE GREATEST SHOWMAN</strong></p>
<p>Non si può entrare di soppiatto in questo film. Vieni trascinato nello schermo fin dai titoli di testa, con la musica che si alterna al rimbombo di centinaia di piedi che scandiscono il tempo. Impossibile non innamorarsi di questo coloratissimo musical del 2017, con protagonista Hugh Jackman in forma strepitosa. Dimenticate Wolverine e concentratevi sulla sua interpretazione di Phineas T. Barnum, creatore dell’omonimo circo. P.T. è un uomo che rincorre a tutti i costi il successo puntando a scrollarsi di dosso il suo passato di giovane indigente e lo fa anche dimenticando ciò che alla fine scopre essere la cosa davvero più importante: l’amore della sua famiglia. Travolgente, entusiasmante, con musiche indimenticabili fin dal primo ascolto, <em>The Greatest Showman</em> è il musical perfetto per i sognatori, per i romantici e per chi ha bisogno di ritrovare un po’ di fiducia in se stesso.</p>
<p><strong>Disponibile su Disney+ e Amazon Prime Video</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NATALE CIAPPINA CONSIGLIA: HAMILTON</strong></p>
<p><em>Hamilton</em> potrebbe sembrare ostico per chi non ama l’hip hop, la storia americana o Broadway. È un musical di due ore e 40 minuti che ruota attorno ad Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti; per capirci, una di quelle persone talmente importanti da avere stampata la propria faccia sulla banconota da dieci dollari. Insomma, potrebbe sembrare la cosa peggiore da guardare per rilassarsi alla fine di una giornata pesante, invece vi sbagliate. Se apprezzate anche solo una delle tre componenti sopra indicate (hip hop, Stati Uniti o Broadway), resterete incantati da <em>Hamilton</em>: i brani, rappati per la maggior parte, sono tutte delle hit pazzesche, musicate benissimo e con tecniche sempre diverse. La ricostruzione storica è talmente leggera e alla portata di chiunque che anche le questioni del dipartimento del Tesoro risultano interessanti, pure per quelli che di Stati Uniti non sanno un granché. È uno degli spettacoli di Broadway più innovativi degli ultimi vent’anni. E poi, diciamolo, non potete mica perdervi la <em>rap battle</em> fra Alexander Hamilton e Thomas Jefferson.</p>
<p><strong>Disponibile su Disney+</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>MARIANNA MANCINI CONSIGLIA: GREASE</strong></p>
<p>Musical fa rima con <em>Grease</em>. Considerato uno dei più celebri di tutti i tempi, la storia di Danny e Sandy ha fatto sognare intere generazioni, imponendosi nell’immaginario collettivo come narrazione riuscita di un amore giovanile e affresco della società americana degli anni Cinquanta. Dai costumi ai dialoghi, passando per le musiche fino alle coreografie, ogni aspetto di <em>Grease</em> è rientrato a pieno titolo nella storia del cinema e nelle vite dei suoi estimatori. A chi non è mai capitato di ballare a una festa sulle note di <em>You’re the One That I Want</em> o di <em>Summer Nights</em>? Difficile rispondere. Se la forza del musical è assicurata dall’energia travolgente dei giovanissimi John Travolta e Olivia Newton-John, tutti i personaggi sembrano in realtà sprigionare una spensierata e leggera allegria. Non solo sorrisi, ma anche stupore per il pubblico di <em>Grease</em>, che tratteggia personaggi stereotipati, disposti a mettersi in discussione di fronte a sentimenti innati.</p>
<p><strong>Disponibile su Amazon Prime Video</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>EMILIANO DAL TOSO CONSIGLIA: MOULIN ROUGE!</strong></p>
<p>«<em>How wonderful life is while you’re in the world</em>». Eccessivo, sfarzoso, a tratti pacchiano, ma irresistibile. <em>Moulin Rouge!</em> è uno di quei film che sono riusciti a rimodellare un genere, il musical, frullando melodramma e riferimenti pop, tradizione e innovazione, omaggiando lo spirito bohemien con un’energia rock che fa i conti con tutte le rivoluzioni che sono state accompagnate da alcune delle più belle canzoni della seconda metà del Novecento: mentre si cantano, ballano e remixano in scioltezza <em>Pride (In the Name of Love)</em> degli U2 e <em>Like a Virgin</em> di Madonna, si rimane sedotti e trascinati da una ricostruzione scenografica sontuosa, dalla carica <em>freak</em> dei personaggi, dal romanticismo oscenamente manifesto che travolge la storia d’amore tra il Christian di Ewan McGregor e Satine, una Nicole Kidman mai così bella, praticamente un sogno. Lo puoi amare, lo puoi odiare, ma non restare indifferente. La geniale versione di <em>El Tango de Roxanne</em> realizza la sintesi perfetta tra la melodia della musica leggera e la spudoratezza dell’operazione.</p>
<p><strong>Disponibile su Apple TV, Rakuten, Infinity, Google Play, Tim Vision</strong></p>
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		<title>Quando l’inchiostro sfidò il regime: tracce di rivoluzione tra arte e letteratura araba</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 06:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Se un giorno il popolo vorrà vivere /il destino dovrà rispondere / la notte dovrà dissiparsi / e le catene dovranno spezzarsi Abu al-Qasim al-Shabbi (1909-1934)  Il 17 dicembre 2010 ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="599" height="395" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Screen_Shot_2013-07-29_at_9.23.22_AM_grande.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Screen_Shot_2013-07-29_at_9.23.22_AM_grande" /></p><p style="text-align: center;">Se un giorno il popolo vorrà vivere /il destino dovrà rispondere /<br />
la notte dovrà dissiparsi / e le catene dovranno spezzarsi<br />
Abu al-Qasim al-Shabbi (1909-1934)</p>
<p> Il 17 dicembre 2010 il tunisino <strong>Mohamed Bouazizi</strong> si dà fuoco di fronte al municipio della città di Sidi Bouzid. Ha solo 27 anni e di mestiere fa l’ambulante. Decide di togliersi la vita dopo essersi visto sequestrare dalla polizia il carretto con la propria merce, unica fonte di guadagno e di sopravvivenza. Prima di compiere questo gesto, scrive: <mark class='mark mark-yellow'>«Perdonami, madre […] incolpa quest’epoca crudele, non me.</mark> Me ne vado, e il viaggio è senza ritorno. Sono stanco di piangere senza che le lacrime escano dai miei occhi […] Sono stanco, ho cercato di dimenticare tutto quel che è stato. Me ne vado, chiedendomi se questo viaggio mi aiuterà a dimenticare». Il gesto segna l’inizio delle cosiddette rivoluzioni arabe. A partire dalla Tunisia il vento della contestazione soffia fino in Egitto, Siria, Libia, Yemen e Bahrein creando un effetto domino che interessa in parte anche Iraq, Giordania, Marocco e Algeria.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Se da un lato le parole di Bouazizi sono elevate a “pura poesia” dalla scrittrice tunisina <strong>Andrea Assaf</strong>, dall’altro egli per il suo sacrificio  viene considerato, dal manifesto programmatico del collettivo tunisino <strong>Ahl al-Kahf,</strong> il “primo artista visivo della Tunisia”</mark>.  Per comprendere i risvolti culturali delle rivoluzioni del 2011 <em>Magzine </em>ha intervistato  il professor <strong><a href="https://docenti.unicatt.it/ppd2/it/docenti/02962/paolo-luigi-branca/didattica">Paolo Branca</a></strong>, docente di Islamistica e Lingua e letteratura araba all’università Cattolica di Milano, il quale ha appena dato alle stampe <strong><em>Adab &#8216;arabi. Pagine di letteratura araba dagli inizi ai nostri giorni</em></strong>, pubblicato da Ares edizioni. Il libro è un’antologia di letteratura araba, che si propone di offrire una visione d’insieme, non limitandosi a trattare un solo genere né una determinata epoca. Dando spazio a narratori e poeti antichi e moderni, l’arco temporale affrontato spazia dal periodo pre-islamico giungendo fino ai giorni nostri. A completare il quadro d’insieme si aggiunge <strong><em>Arabpop. Arte e letteratura in rivolta dai paesi arabi </em></strong>edito da Mimesis e curato dalle arabiste <strong>Chiara Comito</strong>, fondatrice del principale <a href="https://editoriaraba.com/">sito web</a> italiano sulla letteratura araba contemporanea e <strong>Silvia Moresi</strong>, docente e traduttrice. A raccontarci questa raccolta di forme e generi, frutto di una feconda stagione culturale è stata l’interprete e traduttrice <strong>Luce Lacquaniti</strong>, nonché coautrice del libro.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Le rivoluzioni creano nuove produzioni culturali che, grazie ai social network, vengono divulgate, sfuggendo alla cesura </span></p>
<p>Sebbene debba trascorrere molto più di un decennio per stabilire con piena esaustività l’eco culturale delle rivoluzioni arabe, <mark class='mark mark-yellow'>«non vi è alcun dubbio che il loro scoppio sia coinciso con una esplosione di generi nuovi, dalla street art  ai graffiti sui muri, passando per le graphic novel fino ad arrivare al fumetto. </mark>. I social network inoltre si sono trasformati in cassa di risonanza delle proteste, diventando strumento per sfuggire alla censura e al contempo luogo di manifestazione della creatività dei giovani artisti arabi» commenta Branca, aggiungendo che «temi dei quali prima non si poteva parlare hanno trovato spazio nelle pagine degli autori». A questo proposito, continua il professore «il caso più eclatante in Egitto è rappresentato dallo scrittore <strong>Alaa al-Aswani</strong>, un dentista di professione con interessi letterari, tradotto in Italia da Feltrinelli. Nel romanzo <strong><em>Sono corso verso il Nilo</em></strong><em> – </em>proibito in Egitto <em>–  </em>racconta l’occupazione di piazza Tahrir e la furia rivoluzionaria che invade le vite dei suoi protagonisti. Da laico egli sostiene che solo una transizione democratica possa risolvere  la corruzione del proprio paese. Inoltre, leggendo le sue raccolte di articoli, tradotte in lingua italiana, si nota una frase ricorrente in chiusura di ogni testo: “La soluzione è la democrazia”, laddove lo slogan dei fratelli musulmani era invece: “La soluzione è l’Islam”». Dello stesso autore è <strong><em>Palazzo Yacoubian</em></strong> che, come ricorda nelle pagine di <em>Arabpop</em> Chiara Comito, può considerarsi il primo best seller egiziano dell’era contemporanea. L’Egitto è infatti il primo fra i paesi arabi ad assistere alla nascita dei blog letterari, insieme alle case editrici indipendenti e ai circoli del libro.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Dalla letteratura militante, passando per il romanzo storico a quello distopico, sono tanti gli espedienti per dire la verità </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>E per una certa <strong>letteratura militante </strong>che ha scelto di raccontare la rivoluzione, ve ne è un’altra che ne ha anticipato gli albori, descrivendo il disagio sociale, economico e politico che si è poi manifestato nelle piazze</mark>.  Viene citato sia dal professor Branca che dall’arabista Comito il romanzo del siriano <strong>Mustafa Khalifa</strong> dal titolo <strong><em>La conchiglia. I miei anni nelle prigioni siriane</em></strong> edito da Castelvecchi: una cruda autobiografia che narra i 13 anni di prigionia di Khalifa ingiustamente accusato di essere affiliato ai Fratelli Musulmani. In Siria il regime di Bashar al-Assad ha soffocato nel sangue le rivolte del 2011. Scrive Branca in <em>Adab &#8216;arabi</em>: «Già da un secolo, dunque, la nascente letteratura siriana ha visto autori e opere d&#8217;impegno, vuoi nell&#8217;affermazione di una propria identità nazionale, vuoi nella denuncia di temi sociali (sacche di feudalesimo, settarismo, emancipazione femminile&#8230;) sullo sfondo della martellante retorica dei media ufficiali, tanto pronti a incendiare gli animi per mobilitare le masse e compattarle contro il nemico di turno, quanto a denunciare continui complotti e tradimenti». La violenza perpetrata sui civili ha tuttavia pervaso e influenzato la narrativa e la cultura siriana, come testimonia quest’estratto di <strong>Khaled Khalifa</strong>, tratto da <strong><em><a href="https://www.corriere.it/cultura/eventi/2011/la-milanesiana/notizie/khalifa-la-testimonianza_42c25076-9cdd-11e0-ad47-baea6e4ae360.shtml">Noi, eredi dei cantastorie siriani. È ora di usare l’arma della verità</a></em></strong>: «Abbiamo bisogno di verità in tempo di guerra, perché la vita e la morte dell’uomo non sono cose da prendere alla leggera. Abbiamo bisogno di una dose di bugia innocente, come nella scrittura, in tempo di pace e di amore per addolcire l’esistenza di fronte alla crudeltà imperante». Khalifa è anche autore di <strong><em>Morire è un mestiere difficile</em></strong>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Dopo le rivoluzioni del 2011 hanno iniziato ad essere preponderanti, tra gli scrittori delle aree coinvolte dalle proteste, il <strong>romanzo</strong> storico e quello a tema fantastico/distopico. </mark>Ma, come sottolinea <em>Arabpop</em>, uno spazio è stato lasciato anche alla <strong>letteratura satirica</strong>, da sempre presente nel mondo arabo. Non a caso, il professor Branca ha deciso di raccogliere in un volume le barzellette arabe più esilaranti, espressione di un riso che, trattenuto, si fa spesso beffa dei regimi totalitari. Il libro s’intitola <strong><em>La vita è un cetriolo…Alla scoperta del mondo arabo</em></strong> edito dalla casa editrice Sud-nord: altri mondi. «È una forma di resistenza utilizzare l’ironia per consolarsi e prendere in giro i potenti. Ciò avviene sia nel mondo arabo che in Occidente. Nel primo caso, però, la barzelletta è in dialetto ed  tramandata oralmente, perché sarebbe impossibile la pubblicazione di una satira politicamente scorretta», commenta Branca.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>I manifestanti riversatesi nelle piazze dieci anni fa, pur nella loro eterogeneità, formavano una sola voce che pretendeva: dignità, lavoro e libertà d’espressione. </mark> Quest’ ultima “richiesta” andava ad intaccare non solo i regimi, ma la storia stessa dei paesi coinvolti. «I popoli non occidentali sono molto tradizionalisti per indole e storia, avendo avuto regimi spesso autoritari. Non potendosi esprimere liberamente gli scrittori sono ricorsi e continuano a ricorrere ad espedienti letterari, come l’utilizzo delle metafore, o la creazione di universi distopici», continua il professor Branca . Ne è un esempio <strong><em>La fila</em></strong>, romanzo della scrittrice egiziana <strong>Basma Abdel Aziz</strong>, dove emerge l’incapacità di comprendere le volontà del regime,  nel dilagarsi di un’inquietudine dai tratti nettamente kafkiani. Ogni trucco svela un segreto, che in realtà è noto a tutti: le società sono regolate da iniqui rapporti di forza. Afferma Branca: «Ci sono sempre stati artisti, scrittori e poeti che nelle loro opere hanno fatto critica sociale, denunciando le difficoltà nel trovare un lavoro, l’impossibilità di esprimersi, le vessazioni del regime; <mark class='mark mark-yellow'>la letteratura in  questo senso si è fatta carico dei problemi dei paesi coinvolti, nei limiti della censura e delle proprie capacità. </mark> La maggior parte degli scrittori nel corso di questi anni è poi dovuta fuggire in Europa o negli Stati Uniti. La struttura autoritaria che caratterizza i luoghi delle rivoluzioni poggia su una presenza capillare di esercito e polizia. Ancora oggi, molti intellettuali sono detenuti nelle carceri. Noi diamo per scontate delle conquiste abbastanza recenti, ottenute dopo la seconda guerra mondiale, che altri popoli non hanno mai raggiunto ma, paradossalmente, non ci sentiamo né privilegiati né responsabili».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Arabpop, pubblicato da pochi mesi in Italia, è un libro che raccoglie le esperienze artistiche e letterarie delle rivoluzioni arabe</span></p>
<p>Lo abbiamo citato più volte, ma che cos’è davvero <em>Arabpop</em>? L’intento – riuscito – di raccogliere  le  esperienze artistiche e letterarie  delle rivoluzioni arabe, rimaste fino a ora meno conosciute al grande pubblico, come i graffiti e la street art. Luce Lacquaniti, che ha curato il capitolo <strong><em>La strada è lo spazio comune</em></strong>, ha ripercorso per <em>Magzine </em> le nuove espressioni della creatività araba, focalizzandosi  sulle <strong>arti visive</strong>, che ruotano intorno a due concetti: lo spazio e la  voce. «L’urgenza di riappropriarsi di queste fondamentali dinamiche nasce, ed è strettamente connessa, con le piazze piene di gente, il cui passaggio è marcato dai segni lasciati sui muri. In tal senso, le tecniche dei  graffiti e della street art risultano le forme forse più tangibili di cambiamento dello spazio pubblico» spiega la traduttrice,  aggiungendo che «forme d’arte prima sotterranee sono uscite allo scoperto, attraverso autorappresentazioni o scritte firmate da collettivi con un proprio statuto, come il tunisino <strong>Ahl al-Kahf</strong>. La reazione del potere è stata diversa da paese a paese e ha avuto forme e gradi di varia natura. Ad essere simili sono invece le modalità dei manifestanti, che utilizzano gli stessi slogan». Il più famoso è “<strong>Il popolo vuole abbattere il regime</strong>” pronunciato per la prima volta durante la rivoluzione tunisina come eco dei versi del poeta <strong>Abu al-Qasim al-Shabbi</strong>, emblema della materializzazione della voce.</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-center aesop-image-component-caption-center" style="width:70;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/170406144050-bahia-shehab-streetart-super-tease.jpg" title="">
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<p><mark class='mark mark-yellow'>Le opere realizzate sui muri delle città arabe  raccontano di una protesta dai toni femminili e femministi: «I modelli culturali e i rapporti di potere, in ogni  caso, si scontrano sempre sul corpo delle donne. </mark>  Altri temi chiave, perciò,  sono quelli legati alla visione dei rapporti di genere e al ruolo delle donne nella resistenza. Per loro è stato ed è più difficile riappropriarsi dello spazio, perché la loro stessa presenza è differente rispetto a quella degli uomini, nei paesi arabi. Detto questo, abbiamo visto e vediamo ancora una grande presenza delle donne nelle manifestazioni di piazza» commenta Lacquaniti. L’aver sdoganato certi tabù ha portato alla creazione di un contesto nel quale ci si è interrogati sulla propria identità. «Superando le versioni ufficiali date nei singoli paesi dai partiti unici, si è finito con il rimettere in discussione il panarabismo. Ci si riconosce infatti in una comune cultura araba, ma non solo. L’aver ripercorso  il passato per capire chi si è adesso è stata una operazione molto importante. Parliamo di popoli che prima di essere colonizzati dall’Occidente avevano vissuto sotto l’impero Ottomano: non siamo di fronte ad una identità monolitica». Questa riflessione ha portato al recupero di tradizioni nazionali a livello estetico, come nel caso dell’Egitto, dove è stata riscoperta l’arte copta e faraonica.</p>
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				<div class="aesop-image-component-image aesop-component-align-center aesop-image-component-caption-center" style="width:70;max-width:100%;">
					
						<a class="aesop-lightbox" href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Senza-titolo.png" title="Corteo funebre. Opera di Alaa Awad, Il Cairo 2012">
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							<img src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/Senza-titolo.png" alt="Senza-titolo">
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							Corteo funebre. Opera di Alaa Awad, Il Cairo 2012
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<p>L’interprete Luce Lacquaniti ha fatto di due passioni e competenze un mestiere. Laureata in Lingue e civiltà orientali e diplomata alla Scuola Romana dei Fumetti si impegna a tradurre il <strong>fumetto arabo</strong> in Italia, che «ha già raggiunto il grado di letteratura, cosa che ancora non accade con le brevi storie brevi antologiche. Nel mondo arabo queste ultime sono una novità, molto ancorata alla realtà locale. Il Libano è stato l’anticipatore di <strong>riviste</strong> di fumetto per adulti, autoprodotte, come <em><a href="https://samandalcomics.org/">Samandal</a> </em>nata nel 2007, dove diversi autori hanno pubblicato storie a puntate, che in alcuni casi sono poi state riunite in un unico volume uscito sotto forma di graphic novel, ad esempio <strong><em>Yogurt e marmellata</em></strong> di <strong>Lena Merhej</strong> o <strong><em>La trilogia di Beirut</em></strong> di <strong>Barrack Rima</strong>.  Negli altri paesi invece si è aspettato il momento propizio,  scaturito dalle rivolte del  2011, durante le quali si chiedeva libertà d’espressione; così in Tunisia è stata creata <a href="https://www.artforness.com/en/lab619/">Lab 619</a>. Non esistendo un vero mercato dell’editoria, sono gli autori delle storie ad organizzarsi in collettivi autonomi che danno vita a prodotti stravaganti e di grande libertà creativa, inserendosi nella cornice dello sperimentalismo».</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'> Se in Italia la poesia è impopolare, nei paesi arabi è l&#8217;espressione letteraria per eccellenza </span></p>
<p>Se, come ricorda Silvia Moresi nelle pagine di <em>Arabpop</em>, in Italia la <strong>poesia</strong> è ancora considerata un genere poco popolare, nei paesi arabi è invece l’espressione letteraria per eccellenza che  «ha accompagnato ogni cambiamento politico e culturale […] e il suo indiscusso successo ha attraversato il tempo e lo spazio». La popolarità della poesia ha anche risvolti mediatici: il talent show <strong>Amir al-shu ‘ara’, </strong>mandato in onda dal 2007 dalla televisione di Abu Dhabi, ha come protagonisti giovani poeti emergenti. Le rivolte del 2011 sono state cantate in versi e alimentate dai loro cantori,  tanto che tre anni più tardi l’emittente al-Jazeera ha trasmesso <a href="https://www.aljazeera.com/author/poets_of_protest_2012829121745643800">The Poets of Protest</a>, una raccolta di sei documentari che illumina le storie di alcuni poeti arabi coinvolti nelle rivolte, come cittadini e letterati. <mark class='mark mark-yellow'>I <em>diwan</em> (raccolte di poesie) successivi a questi avvenimenti «hanno rinnegato antenati e maestri, sperimentato nuovi stili mescolato linguaggi, conservando come comune denominatore l’urgenza della scrittura, l’entusiasmo, ma anche il peso di dover <em>dire</em> la violenza»</mark>  sottolinea l’arabista Moresi. Tra i poeti da lei citati ricordiamo gli egiziani <strong>Tamin al-Barghuhi</strong>, che spronò le rivolte con il suo componimento <em>Ya Masr hanet</em> (“Egitto ci siamo quasi”) e <strong>Hisham al-Gakh</strong>, il quale si caratterizza per una produzione soprattutto orale. C’è poi il siriano <strong>Aboud Saeed</strong>, che ha pubblicato i suoi primi versi sui social network, venendo paragonato per lo stile sarcastico perfino a Henry Miller e Charles Bukowski. Si riporta qui l’estratto di una poesia pubblicata come <em>status </em>di Facebook e tradotta da Moresi per <em>Arabpop.</em></p>
<p>Per quelli che mi chiederanno: chi è Aboud Saeed?<br />
Sono Aboud Saeed, residente a Mnabij, dove le ragazze non vanno nei bar<br />
e l’edificio più alto ha quattro piani./[…]
Mamma, guarda, questa è Ava Rose, la più grande pornostar di sempre,<br />
mamma mi sono masturbato tre volte.<br />
Mamma, guarda, questo invece è il video di un ragazzino: lo prendono.<br />
Lo torturano, lo bruciano e lo gettano in strada./[…]
Vorrei sposare Salma al-Masri, e vorrei un’ambulanza che ci porti fuori da questo paese-cimitero,                  dopo il matrimonio<br />
(Afham shakhs bi al-Facebook)</p>
<p><strong>Mazen Maarouf</strong> invece è nato in Libano da rifugiati palestinesi, oggi vive in Islanda e il suo linguaggio poetico assume toni cupi e surrealistici.  <strong><a href="https://www.ghayathalmadhoun.com/">Ghayath al-Madhoun</a> </strong>è forse la sintesi di espressioni poetiche differenti, oltre che sostenitore del <em>poetry film</em>. Le sue ultime due raccolte sono<em> Non posso essere presente</em> e <em>Adrenalin</em>. Temi ricorrenti delle sue poesie sono la solitudine, la condizione di immigrato e la nostalgia verso il proprio paese d’origine. Sue le parole:</p>
<p>Lasci che ti parli della verdura che non ha sapore, dei fiori che non hanno profumo, del razzismo celato in un sorriso. Lascia che ti parli dei fast-food, dei treni veloci, delle relazioni veloci, del ritmo lento, della tristezza lenta, della morte lenta.<br />
(La astati’ al-hudur)</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Le produzioni culturali nate prima e dopo le rivoluzioni arabe potranno essere censurate, rimosse dai muri e dalle strade, ma non svaniranno mai nelle menti e negli animi di coloro che sono scesi in piazza per chiedere libertà, e di quanti potranno conoscerle. </mark>  Come ricorda il professor Branca «abbattere è facile, ma costruire un’alternativa, non è così semplice. D’altra parte, se nei paesi protagonisti delle rivolte si riuscissero a creare dei corpi intermedi, spina dorsale della democrazia, si potrebbe sperare in altre dinamiche».  Il drammaturgo siriano Sadallah Wannus (1941-1997) aveva scritto: “E io sognavo una poesia che terminava in una rivolta di piazza”. Oggi sappiamo che il suo sogno si è avverato.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Mondo arabo, dieci anni di proteste e non sentirle</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 07:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 25 febbraio del 2011 piazza Tahrir al Cairo, in Egitto, si trasformava nel più affollato scenario di protesta che da almeno un secolo si fosse visto nel mondo arabo.In ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1998" height="1332" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/GettyImages-159790716-57fab5345f9b586c357ed341-d2c8c16ee7764d43ab350302ba25f1d8.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="GettyImages-159790716-57fab5345f9b586c357ed341-d2c8c16ee7764d43ab350302ba25f1d8" /></p><p>Il 25 febbraio del 2011 piazza Tahrir al Cairo, in Egitto, si trasformava nel più affollato scenario di protesta che da almeno un secolo si fosse visto nel mondo arabo.<mark class='mark mark-yellow'>In quella piazza, che i testimoni e i protagonisti continuano a definire come &#8220;elettrica&#8221;, per mesi si concentrarono i cittadini egiziani che chiedevano la fine del regime di Hosni Mubarak</mark>. Come loro e prima di loro avevano fatto i tunisini. Dopo di loro lo fecero i cittadini di decine di Paesi dell&#8217;area, dal Maghreb al Mashrek, dal Golfo al Corno d&#8217;Africa.</p>
<p>Queste rivoluzioni, in parte soppresse nel sangue dalle azioni dei governi (Bahrein, Siria), in parte divenute strumento chiave per il cambiamento del Paese e per l&#8217;avvio di un lungo periodo di transizione (Tunisia, Yemen), in parte degenerate in guerre civili (Libia), in parte ammorbidite per merito di concessioni di alcune monarchie (Marocco, Giordania), in parte sfociate in elezioni libere e ripiombate nelle dittature (Egitto), sono state oggetto di molte metafore da parte di media e analisti occidentali:<mark class='mark mark-yellow'>definite prima &#8220;rivoluzioni del gelsomino&#8221;, poi &#8220;primavere&#8221;, salvo avere dato seguito alla degenerazione della metafora (&#8220;dalla primavera all&#8217;autunno&#8221;, &#8220;non primavere ma inverni&#8221;), queste proteste sono state anche interpretate come delle false rivoluzioni (&#8220;primavere spa&#8221;), negando del tutto la realtà profonda di questi Paesi e le parole e gli slogan ripetuti all&#8217;infinito in piazza, da tutte le componenti della piazza, laiche, religiose, di classe e di genere: &#8220;il popolo chiede la caduta del regime&#8221;, &#8220;pane e libertà&#8221;, &#8220;rabbia&#8221;, &#8220;dignità&#8221;</mark>.</p>
<p>Chi sostiene che le rivoluzioni del 2011 siano fallite, non ha visto o conosciuto le popolazioni di questi Paesi prima delle rivoluzioni, schiacciate da burocrazia, paura, disuguaglianza. E non le ha viste e sentite nemmeno durante e dopo, ignorando altre piazze che in questi anni hanno continuato a sfidare il malgoverno e la corruzioni della propria classe politica: in Algeria, Sudan, Libano, Iraq. Non ha conosciuto e ha disistimato, per opportunità di real-politik, centinaia di attivisti costretti all&#8217;esilio e che continuano a distanza la loro battaglia e la loro richiesta di giustizia e di diritti fondamentali, primo fra tutti quello a un sistema pluralista nei loro Paesi, anche se non necessariamente democratico, prima passo verso il cambiamento effettivo e l&#8217;abbattimento di monarchie assolute e regimi dittatoriali.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Noi di Magzine non abbiamo dimenticato quegli anni e proviamo a raccontarveli oggi, a distanza di un decennio, dalla prospettiva dei testimoni e dei protagonisti. Per capire se queste rivoluzioni, anziché il segno di un fallimento, non rappresentino invece &#8211; e lo diranno gli anni a venire &#8211; il seme della speranza</mark>.</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/secondo-gli-analisti-questa-e-la-rivoluzione-incompiuta/"><b>Secondo gli analisti, questa è la rivoluzione incompiuta</b></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/a-dieci-anni-dalle-rivoluzioni-arabe-per-non-avere-piu-paura/"><b>A dieci anni dalle rivoluzioni arabe, per non avere più paura</b></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/i-ricordi-di-takoua-storie-di-famiglia-e-di-rivoluzione/"><strong>I ricordi di Takoua, storia di famiglia e di rivoluzione</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/lgbt-in-tunisia-tra-lotta-e-conquiste/"><strong>Lgbt in Tunisia tra proteste e conquiste</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.magzine.it/quando-linchiostro-sfido-il-regime-tracce-di-rivoluzione-tra-arte-e-letteratura-araba/">Quando l&#8217;inchiostro sfidò il regime, tracce di rivoluzione tra arte e letteratura araba</a></strong></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/quando-il-cinema-si-fa-denuncia-le-rivoluzioni-arabe-sul-grande-schermo/"><strong>Quando il cinema si fa denuncia: le rivoluzioni arabe sul grande schermo</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/pellicole-dal-medio-oriente-per-capire-davvero-il-2011/"><strong>Pellicole dal Medio Oriente, per capire davvero il 2011</strong></a></li>
</ul>
<p><a href="http://www.magzine.it/pellicole-dal-medio-oriente-per-capire-davvero-il-2011/"><strong> </strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Figli di un Paese minore: essere giovani in viaggio sotto sanzioni internazionali</title>
		<link>https://www.magzine.it/figli-di-un-paese-minore-essere-giovani-in-viaggio-sotto-sanzioni-internazionali/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 07:18:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marianna Mancini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Venire da un Paese sottoposto a sanzioni o in piena crisi economica ma essere, allo stesso tempo, giovani millennials globalizzati può comportare più di un problema. Lo sanno bene, ad ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1023" height="743" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2021/01/depositphotos_91115940-stock-photo-young-people-walking-with-suitcases.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="depositphotos_91115940-stock-photo-young-people-walking-with-suitcases" /></p><p>Venire da un Paese sottoposto a sanzioni o in piena crisi economica ma essere, allo stesso tempo, giovani millennials globalizzati può comportare più di un problema. Lo sanno bene, ad oggi, molti studenti universitari, di Master e dottori di ricerca provenienti da Iran e Libano, e residenti per studio e lavoro in Italia.<mark class='mark mark-yellow'>Tra visti improvvisamente negati, valute dal valore bassissimo, cambio monetario solo in contanti, a cui si aggiunge la crisi pandemica e l&#8217;enorme difficoltà al viaggio, la vita di questi giovani sta diventando un inferno</mark>. Ne abbiamo conosciuti alcuni e abbiamo deciso di raccontarvi le loro storie. Perché, di fronte a un passaporto, non tutti i cittadini del mondo sono uguali.</p>
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<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/sanzioni-covid-e-pochi-soldi-lorribile-2020-degli-iraniani-in-italia/"><strong>Sanzioni, Covid e pochi soldi: l&#8217;orribile 2020 degli iraniani in Italia</strong></a></li>
<li style="text-align: justify;"><a href="http://www.magzine.it/studio-e-lavoro-i-sogni-distrutti-dei-giovani-libanesi/"><strong>Studio e lavoro, i sogni distrutti dei giovani libanesi</strong></a></li>
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