«Gli studenti che arrivano in Italia dall’Iran sanno di doversi impegnare molto, se vogliono mantenersi. Spesso dopo sei mesi riescono a ottenere una borsa di studio con cui sostenersi: se non avessero questa possibilità, non riuscirebbero a vivere tranquillamente a lungo termine. Quando però la copertura della borsa termina, incontrano molte difficoltà economiche».

Quella descritta dal signor S.A.M., in Italia dal 1981, è la situazione che decine di ragazzi di origine iraniana affrontano nel momento in cui decidono di venire a studiare nel nostro Paese. Spesso si tratta di giovani impegnati in campo tecnico-scientifico: in molti studiano ingegneria e architettura in università prestigiose come il Politecnico di Milano o quello di Torino. Non mancano nemmeno gli amanti delle materie umanistiche, che privilegiano la storia dell’arte, la fotografia e la musica.

Per questi ragazzi il 2020 è stato un annus horribilis non solo dal punto di vista sanitario, ma anche da quello finanziario. Esattamente dodici mesi fa in questi giorni si parlava dell’attentato al generale Soleimani, della possibilità di una guerra che sarebbe potuta diventare mondiale e delle reazioni della popolazione alla morte del leader delle forze Qods dei Pasdaran. Magzine aveva raccolto la testimonianza di due studenti iraniani ormai da tempo a Milano, illustrando il sentimento montante nel loro Paese d’origine e spiegando come la propaganda mirasse a mostrare solo una parte di ciò che stava avvenendo davvero a Teheran. Nulla, in quelle prime due settimane di gennaio, lasciava intuire che di lì a poco sarebbe intervenuta una pandemia a scompigliare ulteriormente le carte sul tavolo e a complicare ancora di più la situazione vissuta non solo da chi risiede in Iran, ma anche dai ragazzi che, trasferitisi momentaneamente all’estero, si vedevano del tutto sbarrata la possibilità di ricevere denaro con cui sostenersi.

I trasferimenti bancari da e verso l’Iran sono bloccati da tempo a causa dell’embargo americano, che sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump è stato alimentato da sanzioni su sanzioni. Gli studenti che decidono di trascorrere un periodo di studio all’estero, quindi, sono costretti a portare delle somme con cui pagare vitto e alloggio negli Stati di destinazione. Come ci spiega il signor S.A.M., di solito i ragazzi viaggiano con una quantità di denaro che si aggira tra quattro-cinquemila Euro. Se dovessero sforare il tetto dei diecimila, «sarebbero obbligati a denunciare alla dogana i motivi per cui viaggiano con questi soldi». Tutto questo avviene come misura di sicurezza «per evitare che una grande somma di denaro venga poi spesa per l’acquisto di armi a uso terroristico, per esempio. È un modo che Paesi come gli Stati Uniti o anche l’Italia hanno per salvaguardare i propri cittadini».

Non che raccogliere cifre di questo tipo sia semplice: in Iran la povertà stava dilagando già prima del Covid a causa delle sanzioni americane che di fatto impediscono l’esportazione di petrolio, con conseguente crollo del suo prezzo; la pandemia ha solo contribuito a peggiorare la situazione. Questi due fattori hanno inciso anche sul valore della moneta iraniana: al momento del cambio, «un Euro costa 30mila toman – specifica il signor S.A.M. –. Ciò vuol dire che se uno studente vuole partire con mille Euro, il costo è pari a 30milioni di toman. Chi possiede una cifra del genere?».

Prima del Covid i ragazzi cercavano di aggirare l’ostacolo posto dall’embargo facendosi arrivare altro denaro da conoscenti e amici fidati che partivano appositamente dall’Iran oppure erano loro stessi a rientrare momentaneamente in patria per rifornirsi. Il blocco dei trasporti internazionali per motivi sanitari ha però messo fine a entrambe le soluzioni, lasciando gli studenti all’estero in balia degli eventi e costringendoli a moderare ancora di più le spese. «Un mio parente, che ha studiato per tre anni a Torino e poi si è trasferito a Milano per un master, ha vissuto dei mesi complessi dal punto di vista finanziario quando non è stato più coperto dalla borsa di studio che aveva vinto – racconta il signor S.A.M. –. La sua è stata una vicenda complicata, perché non solo stava finendo i soldi, ma a un certo punto non ha più avuto neppure un tetto sulla testa: a Torino era ospite della casa degli studenti convenzionata con l’università, ma quando ha finito gli studi è stato costretto a lasciare la struttura, senza sapere dove poter andare. Allora si è spostato a Milano per un master e dopo due mesi vissuti limitando al massimo le spese, riuscendo ad affittare una stanza a buon mercato, ha vinto un’altra borsa con cui mantenersi: sono 4.500 Euro l’anno».

In casi come questo, gli studenti stranieri cercano di aiutarsi gli uni con gli altri facendo rete, ma, afferma ancora il signor S.A.M., «sono molto importanti anche i contatti con persone che vivono già in Italia e che dunque possono fungere da ulteriore supporto, oltre che da punto di riferimento. Io stesso ho dato dei soldi a chi ne aveva bisogno». Questa testimonianza conferma quanto la catena migratoria sia fondamentale per gli stranieri che arrivano nel nostro Paese, soprattutto in un periodo di totale instabilità come quella provocata dal Covid-19. «Conosco un ragazzo e una ragazza che mi sono stati presentati da alcuni amici – aggiunge il signor S.A.M. –. Ogni tanto li sento per sapere come stanno, se sono o meno in difficoltà. Frequentano entrambi dei corsi magistrali a Milano e nei mesi passati non hanno affrontato particolari problemi perché ricevono la borsa di studio. Se non fossero stati coperti, per loro sarebbe stato impossibile sopravvivere qui».

Ma i giovani neolaureati che smettono di ricevere il sussidio di merito previsto dal Ministero degli Esteri ed erogato dalle università non potrebbero trovare un lavoro? «È arduo, invece – il signor S.A.M. scuote la testa – sia perché non è semplice ottenere un posto sia perché, terminato il periodo da studenti, è come essere clandestini». Le procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno o il cambio dallo status di studenti a quello di lavoratori possono risultare complesse e avere lunghi tempi burocratici: due fattori che, in tempo di pandemia, incidono pesantemente sulla qualità della vita dei giovani stranieri fuorisede.

«L’ultimissima chance di questi ragazzi è tenere sempre da parte abbastanza soldi per poter comprare il biglietto aereo con cui tornare in Iran – conclude il signor S.A.M. –. Una volta rientrati, le possibilità sono due: o restano a casa oppure ripartono per l’Italia con altro denaro per continuare a studiare per circa altri quattro-sei mesi. Nel secondo caso, appena tornano restituiscono i soldi a chi li aveva prestati loro in precedenza».

Embargo americano e pandemia non hanno destabilizzato soltanto la vita degli studenti iraniani in Italia. Anche l’importazione di prodotti tipici da Teheran ha subito una netta contrazione: lo confermano i dati raccolti dall’ISTAT e dall’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE), poi pubblicati sul sito del Ministero degli Esteri. Questa tendenza al ribasso ha toccato un -13,1% nel 2018 rispetto all’anno precedente, ma il Covid ha abbattuto ancora di più gli scambi commerciali tra Iran e Italia: se si paragonano le cifre del periodo gennaio-settembre 2019 con quelle dello stesso arco di tempo nel 2020, la contrazione è pari al -35,4%. Il valore totale delle merci importate è passato da 119,31 milioni di Euro a 77,13. È una crisi generale che il signor S.A.M. ha vissuto in prima persona, essendo un negoziante. Nel 1991 ha aperto un’attività dedicata esclusivamente all’importazione di tappeti persiani e in trent’anni di lavoro ha visto da vicino il modo in cui è cambiato il commercio tra Italia e Iran.

«La merce arriva un po’ di meno perché c’è l’embargo. Qui giunge quel poco che permettono entrambi i governi, sia quello italiano sia quello iraniano. Non è come prima, quando non c’era il Covid e mancavano anche le sanzioni internazionali – afferma con convinzione –. Quando la Lombardia è diventata zona rossa e poi anche tutta l’Italia si è isolata a causa della pandemia, è stato impossibile far entrare dei camion che portassero i tappeti. Spesso però preferisco farmi recapitare la merce tramite volo aereo, ma con il virus è stato bloccato anche questo modo di scambio».

La sua attività è di fatto ferma e il signor S.A.M. non sta importando nulla. «Chiedo la merce in base agli ordini che ricevo in negozio, ma se nessuno fa domanda di tappeti chiaramente non ne compro altri che poi sarei costretto a tenere in magazzino. Costerebbe più tenere aperto che non chiuso, com’è adesso». L’altro problema che solleva riguarda i sostegni non sufficienti giunti agli imprenditori del settore del lusso, visto che i tappeti persiani sono prodotti artigianali di alta qualità: «Sono una tipologia di beni di cui non si parla mai. Se le persone hanno soldi da spendere, si possono permettere di acquistare un tappeto; ma se il denaro manca, la merce resterà invenduta. Magari chi è particolarmente benestante può pensare di acquistarne comunque uno o, se ne possiede già, può portarlo a lavare o a riparare, ma si tratta di casi rari».

 

LA STORIA DI M. E DEL PAESE MORSO DA UN SERPENTE

«Potrei scrivere un libro sulla mia vita in Italia. Quanto tempo abbiamo?». M.B. è un 28enne iraniano, laureatosi all’università di Bologna e plurimasterizzato. Ha una voce suadente e di una calma rara, mentre – auricolari indossati – racconta alla guida della sua auto le ragioni che lo hanno condotto fino a qui.

“Qui” è la strada di ritorno verso casa che M. percorre di sera dopo aver lavorato in un’azienda appena distante dalla città di Lucio Dalla e di piazza Verdi, il capoluogo emiliano che lo ha accolto dieci anni fa, con una valigia piena di sogni e 5mila euro in contanti.

Riavvolgiamo il nastro.

Teheran, giugno 2009. Il regime attribuisce la vittoria delle elezioni presidenziali al conservatore Mahmud Ahmadinejad. Il popolo insorge nelle piazze denunciando evidenti brogli, sostenuti anche da diversi osservatori internazionali. Le proteste portano alla nascita della cosiddetta Onda verde, un movimento guidato dalla classe intellettuale e infine represso nel sangue. M. ha da poco compiuto 18 anni, vuole evitare il servizio militare e continuare a studiare, così – superato il test di ammissione – si iscrive alla facoltà di ingegneria chimica. «L’università di Teheran è da sempre il polo politico degli studenti in tutto l’Iran e quell’anno, con l’insorgere del movimento verde, aveva iniziato a rappresentare la massima espressione per gli attivisti. Io avevo pubblicato qualcosa su Facebook a proposito di questo movimento, ero giovane», dice M. quasi fosse un ricordo lontano. «Un giorno sono arrivati quattro poliziotti, mi hanno fermato spingendomi contro il muro affinché cancellassi il mio post. Mi sono rifiuto. La situazione continuava a peggiorare e mio padre – amareggiato – mi ha proposto di ultimare gli studi in Italia».

Bologna, agosto 2010. M. arriva in Italia accompagnato dalla sua famiglia, dopo aver affrontato intricati cavilli burocratici. Ad aspettarli c’è anche lo zio, che da anni si è trasferito in Toscana. M. ha visitato la penisola come turista per tante estati, continuando a studiare l’italiano presso la Scuola Italiana di Teheran fino a raggiungere un livello A2.  «Il primo problema che si è posto quando ho deciso di lasciare l’Iran è stata l’obbligatorietà del servizio militare. Tuttavia, essendo di origine curda ho potuto usufruire dell’esenzione, poiché era stato stabilito che i padri che avevano combattuto per la patria durante la guerra Iran-Iraq avrebbero risparmiato la leva ai figli. Così dopo aver ricevuto il passaporto la mattina stessa della scadenza dell’iscrizione all’università, mi sono recato all’ambasciata italiana di Teheran per ottenere il visto, poi sono finalmente partito».  Le difficoltà non sono ancora terminate perché M., una volta a Bologna, scopre un errore nei documenti universitari che attestano la sua iscrizione a Cologna Veneta, ma per fortuna, grazie all’aiuto dello zio riesce a immatricolarsi presso l’Alma Mater Studiorum.

Via Emilia SS9, gennaio 2021. Mentre M. ripercorre gli ultimi dieci anni della sua vita e di tanti studenti iraniani, articolando le vicissitudini affrontate esprimendosi meglio di un italiano medio, sorge spontaneo domandargli se abbia intenzione di richiedere la cittadinanza italiana. «Non lo posso ancora fare – risponde – perché sono riuscito a ottenere la residenza solo nel 2013, dunque dovrò aspettare ancora tre anni». In questo arco temporale molto è accaduto e, eccezion fatta per brevi periodi, le criticità per il popolo iraniano si sono acuite, andando a investire anche le vite di coloro che hanno deciso di emigrare all’estero. «Abbiamo avuto un po’ di respiro dopo la firma dell’accordo sul nucleare (JCPOA), conseguente all’elezione di Rouhani, un presidente investito di un apparente riformismo di sinistra. Sembrava ci fossero segni di speranza, tanto che cresceva nel popolo una certa fiducia verso una migliore condizione economica. Tuttavia nel 2018 la Casa Bianca si è ritirata unilateralmente dall’accordo nucleare infliggendo al nostro paese sanzioni davvero pesanti, che hanno provocato un crollo inarrestabile della valuta». M. prosegue offrendo confronti concreti.  «Quando io sono arrivato in Italia 1000 toman facevano un Euro. Oggi un Euro vale 30mila toman. Capisci? Parliamo di una perdita di valore di 30 volte nel corso di dieci anni. Le continue sanzioni inflitte dall’amministrazione Trump hanno finito per compromettere la stessa sopravvivenza giornaliera. Gente che in passato poteva vivere bene, adesso con la stessa cifra non riesce neanche a fare un piatto di carne a settimana. Faccio un esempio: mia sorella vive in Iran ed è un’avvocatessa, alla fine del mese i suoi risparmi ammontano a 300 euro. Una avvocatessa. In Iran. Conoscono tantissime persone che non arrivano a 100 euro al mese».

Il sistema finanziario iraniano è infatti pressoché al collasso essendo bloccati i trasferimenti bancari, cosa che ha inficiato non poco nella vita di M. Gli studenti iraniani sono infatti costretti a partire dal paese d’origine portando con sé denaro contante pari ad un massimo di 5mila euro, poiché le autorità tentano di limitare l’uscita di cash dalla nazione.  Per superare questo ostacolo, tornano quando possibile a casa o invitano i loro genitori per brevi soggiorni in Italia per ricevere nuove somme. Tutte operazioni che, oltre a essere dispendiose, comportano il superamento di pesanti iter burocratici. «Essendo obbligati a versare denaro in contanti è molto facile ritrovarsi con banconote da 500 Euro. Queste tuttavia, quando vengono depositate nelle banche italiane, sono spesso segnalate alla Guardia di Finanza, finendo per innescare un infinito circolo vizioso». E se depositare i risparmi familiari comporta numerosi controlli, anche riuscire ad aprire – e a mantenere aperto – un conto bancario, per un iraniano in Italia è tutt’altro che scontato. «Appena arrivato qui mio zio, in un certo senso, mi ha fatto da garante e sono riuscito, grazie a lui, ad aprire un conto corrente. L’anno scorso tuttavia sono stati bloccati a molti di noi, me compreso. Mi restano tutt’ora 200 Euro presso la banca olandese ING, che non sono ancora riuscito a riscuotere. Nel frattempo ho spostato il conto presso un’altra banca e potrei raccontare le innumerevoli difficoltà per ottenere una carta di credito e alzarne il massimale».

Il 2020 ha sconvolto l’ordinarietà del mondo intero, bloccando i confini fra gli stati ed impedendo viaggi all’estero. Questa per M. e ha significato rimanere distante dalla propria famiglia. «Sono riuscito a tornare a casa a febbraio dello scorso anno, poco prima che dilagasse la pandemia, per il matrimonio di mia cugina. Una settimana dopo il rientro in Italia, sono iniziati a comparire i primi riconosciuti casi di Covid-19.  Ma una mia amica – continua M. – si è sposata a Bologna questa estate senza la madre, poiché le hanno negato il visto causa Coronavirus». E mentre in Europa è iniziata la corsa alla campagna vaccinale, in Iran è stata stroncata dall’Ayatollah Khamenei. «Il governo totalitario fornisce dati per niente affidabili sull’andamento dei contagi e purtroppo la nostra Guida Suprema – un dittatore islamico – ritiene che non si possano avere vaccini poiché di produzione occidentale».

Sono trascorsi più di 30 minuti, M. è quasi a casa e non ha mai smesso di parlare. È lucido nel tratteggiare i contorni di un popolo giovane e colto, soffocato da un regime totalitario. «A livello politico non abbiamo mai visto un periodo tanto scuro: nessuno riesce a dire nulla liberamente. E nessuno riesce a fare attività politica, anche fuori dall’Iran.  I persiani non c’entrano niente con queste imposizioni: noi a casa siamo liberi, facciamo feste in piscina con ragazzi e ragazze, beviamo alcol. Da fuori è difficile concepire una simile contraddizione. Il governo dovrebbe in un certo senso riflettere la volontà popolare, ma in Iran accade il contrario. Se la polizia si rende conto che stai facendo festa con maschi e femmine può bussare alla porta e arrestarti.  I nostri governanti si professano tanto islamici e musulmani, ma alla fine tutti i loro figli sono all’estero, vivono in USA o in Inghilterra in modo tipicamente occidentale e ostentando lussi, mentre il popolo è affamato e vessato se il velo di una donna scivola indietro di due centimetri. Tutti pensavano che questo governo riformista e di sinistra avrebbe cambiato la situazione, ma così non è accaduto e la delusione è la peggior cosa». Ora in molti vogliono andare via dall’Iran, avendo perso le speranze di un futuro migliore.  Tuttavia, se la fiducia si è affievolita, il regime non è riuscito a piegare l’animo dei persiani. M. non sa se l’apertura mentale delle nuove generazioni sia dovuta alle rapide forme di comunicazione che ha portato Internet, all’educazione universitaria o alle esperienze all’estero che cercano di fare i ragazzi iraniani, ma è certo di una cosa: «Quando ti chiedono di entrare in una camera e di non toccare un pulsante, la prima cosa che vorresti fare è premerlo. Per noi è così. La gente ha voglia di uscire e fare esperienze. Vogliamo vivere».

E ancora continua spiegando che un amico di famiglia regista e attivista politico lo ha informato che «la quantità dei teatri notturni che si inscenano in Iran supera le aspettative, nonostante le restrizioni e i limiti del governo. Si alimentano l’arte e tutte le attività culturali, che mantengono aperte le nostre menti».

M. è figlio di una rivoluzione mancata, per alcuni sbagliata, per altri tradita, quella che tra il ’78 e il ’79 ha portato alla caduta dello scià Mohammad Reza Pahlavi e all’instaurazione di una Repubblica Islamica guidata da Khomeini. «I miei genitori si sono pentiti di quanto accaduto e se potessero tornare indietro agirebbero diversamente. Sono stati ingannati e non sono mai più riusciti a esprimersi». M. ci riflette per qualche istante, e aggiunge: «Forse siamo sempre rimasti in mezzo a due fuochi. Abbiamo avuto governi che non sono mai riusciti a garantirci una piena libertà e a fare il bene del nostro Paese; quando ci hanno provato sono stati eliminati (Mohammad Mossadeq, ndr). Il nostro popolo non si fida tanto, perché come dice una nostra saggezza popolare, “Chi è stato morso da un serpente anche una sola volta ha poi paura persino di una corda”».

 

CONTI CORRENTI BLOCCATI O CHIUSI: LE DIFFICOLTÀ DI NASIM

Il doppio dramma delle sanzioni internazionali e del Covid non ha pesato soltanto su studenti e commercianti. Luciana Borsatti, ex corrispondente ANSA dal Cairo e da Teheran, ci ha confermato lo stesso disagio già denunciato da A.: l’improvvisa cancellazione di conti correnti bancari degli stranieri che vivono e lavorano da tempo in Italia. È emblematica la testimonianza di Nasim, pseudonimo di una donna iraniana che ha risieduto e lavorato stabilmente a Roma per quindici anni. Percependo un reddito, Nasim ha aperto un conto su cui transitava solo il suo stipendio e non denaro proveniente dall’estero. Rientrata in Iran per un breve periodo, è poi tornata in Italia nell’estate del 2019. A quel punto, in banca, le hanno detto che avrebbe dovuto chiudere il proprio conto, senza fornirle spiegazioni precise e appellandosi a una non meglio specificata “nuova policy aziendale”. Indignata e offesa per la richiesta, Nasim ha chiuso il suo rapporto con l’istituto bancario e ha trasferito i propri risparmi su un nuovo conto – tuttora esistente – presso Poste italiane. Ancora oggi ricorda come la banca abbia sottolineato che, in quanto azienda privata, avrebbe potuto eliminare il suo conto unilateralmente senza avvisarla.

Le tre testimonianze raccolte raccontano di una situazione che va al di là del dramma. Si parla di famiglie che affidano i risparmi di una vita ai loro figli per provare a garantire loro un futuro migliore all’estero; si parla di persone che, seppur da anni in Italia, fanno fatica a trovare il sostegno del sistema burocratico e finanziario. Le sanzioni internazionali e il Covid hanno inasprito una realtà complicata, con ricadute pesanti sulla vita di quanti tentano soltanto di migliorare la propria condizione familiare attraverso lo studio e il lavoro. Nessuno sa o può ipotizzare come evolveranno le cose nel 2021, ma sono in molti a sperare e ad augurarsi che il peggio sia finalmente passato.