Tanti misteri ruotano ancora intorno al 13 maggio 1981, quando il killer turco Ali Agca sparò in piazza San Pietro a Giovanni Paolo II. Dopo 38 anni ancora non è mai stata fatta chiarezza su quell’attentato. «A volte la verità è così vicina che ci sfugge», confiderà anni dopo l’arcivescovo Mario Rizzi, allora nunzio apostolico in Bulgaria, ad Antonio Ferrari, storica firma del Corriere della Sera. Ferrari ha scelto proprio quella frase per introdurre il suo nuovo romanzo Amen, in cui smonta la principale pista investigativa per anni: quella bulgara.

La scena iniziale, così come tutto il libro, parte dalla scena reale, da quelle ore in cui tutto il mondo guardò Roma con il fiato sospeso. Dopo aver esploso tre colpi contro il papa, Ali Agca tenta la fuga, ha un’auto che lo aspetta all’inizio di via della Conciliazione, ma una suora bergamasca lo blocca. Al processo dirà tutto e il contrario di tutto e le autorità italiane si concentreranno subito sui suoi rapporti con l’ambasciata bulgara. La storia è raccontata dal punto di vista di quattro religiosi e dello stesso Ferrari, che compare come l’inviato Anton Giulio Ferrer.

«Il Corriere mi inviò a Sofia dopo l’attentato – racconta Ferrari – e scoprii che avevano arrestato due italiani vicini alla Loggia P2 di Licio Gelli, di cui era appena esploso il celebre scandalo legato proprio al mio giornale. Capii che la famosa “pista bulgara” era solo un depistaggio. Era la soluzione più comoda: un papa polacco e anticomunista che veniva ucciso dai bulgari servi dell’Unione Sovietica.

Fu lo stesso Papa nel 2002, durante una visita in Bulgaria, a dire pubblicamente al presidente: “Sappia che non ho mai creduto e non crederò mai a una cosa del genere”. E quando incontrò Agca in carcere gli chiese: “Perché mi hai sparato proprio nel giorno delle apparizioni di Fatima?”. Agca non capiva: “Cosa c’entra la figlia di Maometto?” È evidente che non sapeva di cosa stava parlando». Sulla pallottola che ha attraversato il corpo del papa non si sono mai potuti eseguire esami proprio perché Giovanni Paolo II la fece incastonare nella corona della Madonna di Fatima, dove si trova tuttora. Una decisione che non ha mai permesso di escludere la presenza di un secondo attentatore in piazza San Pietro.

In Amen Ferrari esprime anche la sua ammirazione laica per papa Francesco, a cui è indirizzata la dedica del volume. E’ la risposta a un giornalista che, nell’ottobre 2013, chiedeva al pontefice argentino appena eletto perché avesse deciso di vivere a Santa Marta. La risposta fu: «Per ragioni psichiatriche». «Come Wojtyla, anche Bergoglio ha scelto di incarnare una Chiesa vicina ai poveri e non al potere – osserva Ferrari -, e questo gli ha ha creato una forte opposizione all’interno della Chiesa stessa. Quando intervistai Andreotti e gli chiesi se fosse vera la pista bulgara, lui rispose: “Forse qualcuno in Vaticano le saprà rispondere meglio”».

Se c’è una lezione che Ferrari ha imparato in cinquant’anni di lavoro, è proprio la volontà di non accettare mai la versione ufficiale dei fatti. Di indagare. Di verificare. Un promemoria sempre attuale per un giornalista: «Nel 2016 sentii che il presidente turco Erdogan era in volo sopra i cieli della Turchia perché era in corso un colpo di Stato. Mi insospettii subito: possibile che un golpe fosse scattato in pieno giorno e non di notte? E che non avessero impedito di decollare all’aereo presidenziale? Telefonai dall’appartamento della mia vicina – il mio cellulare era controllato – a deputati turchi a Istanbul e Londra e mi dissero che era tutta una bufala, una messinscena organizzata dallo stesso Erdogan per liberarsi di ogni residuo di opposizione. Fui tra i primi a denunciarlo. Per questo in Turchia oggi non mi amano».

Ferrari sostiene anche una teoria mai provata sul Conclave del 1958, da cui uscì Papa Giovanni XXIII. La ricostruzione, partita negli anni ’90 dai vaticanisti americani Benny Lai e Paul Williams, secondo cui il vero eletto sarebbe stato l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, che avrebbe scelto il nome Gregorio XVII. I porporati francesi e orientali l’avrebbero però convinto a rinunciare all’elezione, perché le sue posizioni anticomuniste avrebbero causato una durissima repressione nell’Europa dell’Est.

Antonio Ferrari oggi ha 73 anni e ricorda ancora con emozione i numerosi viaggi – «altri tempi, oggi non ci sono più i soldi per mantenere dei corrispondenti» – e i tantissimi Paesi in cui ha raccontato storie di vita vissuta per il Corriere. «C’è stato solo un momento in cui ho avuto veramente paura – ricorda emozionato -: ero in Libano, sul teatro di una strage in cui erano stati uccisi un’ottantina di palestinesi sunniti. All’improvviso quattro uomini armati di kalashnikov, presumibilmente degli Hezbollah, mi circondarono: avevo scattato delle foto, per cui dovevo andare con loro. Mi salvò il mio autista. Era un druso, un popolo di feroci guerreri, disse di averli minacciati anche se era da solo. Mi regalò una pagina del Corano, e da allora la tengo sempre nel portafogli. Vicino al cuore».