Si conclude oggi il 72esimo Festival internazionale del cinema di Berlino. Il premio per il miglior film è andato alla regista spagnola Carla Simòn e al suo film Alcàrras. Questa edizione, la prima senza le categorie di genere nella sezione degli attori, è stata comunque una vetrina importante per il nostro Paese grazie alla presenza cospicua di opere italiane. Tra tutte, Leonida Addio, il primo film di Paolo Taviani senza il compianto fratello Vittorio, che ha vinto il premio della critica FIPRESCI, e l’applaudito ritorno di Dario Argento con il suo nuovo lungometraggio Occhiali scuri.
Ma non è la prima volta. Nel corso degli anni l’Italia ha trionfato più volte alla Berlinale. Tra i film italiani che hanno vinto l’Orso d’Oro nel passato, ne abbiamo scelti quattro.
Il diavolo, Gian Luigi Polidoro (1963)

Le goffe imprese sentimentali di un italiano e la presunta disinvoltura delle donne svedesi vengono portate sul grande schermo da Gian Luigi Polidoro con Il diavolo, commedia premiata con l’Orso d’oro al XIII Festival di Berlino e nominata al Samuel Goldwyn International Award dall’Hollywood Foreign Press Association – tra i migliori film stranieri premiati anche Ieri, oggi e domani di Pietro Germi e Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica.
Tra mancanza di un vero e proprio script, improvvisazione e scene di vita svedese riprese al momento, Il diavolo smonta con il sorriso l’idea dell’infallibilità del conquistatore italiano seguendo le vicissitudini di Amedeo Ferretti, commerciante di pellame interpretato da Alberto Sordi, premiato per questo ruolo con il Golden Globe. Il suo viaggio a Stoccolma per affari si trasforma in un incontro-scontro con gli stereotipi della cultura del Nord Europa, in particolare con la rappresentazione allo stesso tempo angelica e da femme fatale delle donne svedesi, le vere protagoniste del film.
Questa è una commedia corale in cui lo slancio da latin lover di un italiano di provincia si scontra con l’indipendenza di queste donne forti e intraprendenti, intriganti e sfuggenti, che, come riconosce un Sordi disilluso nella scena finale sul treno di ritorno, «non saranno mai tue perché loro sono angioli e tu il diavolo». Ad Amedeo non resta che tornare alla sua mediocre vita matrimoniale dopo aver incontrato quello sguardo algido, fiero, portatore della vera felicità, come promesso da un opuscolo turistico sulla Svezia. Il diavolo italiano, sicuro di portare «sentimento, calore, passione» in Svezia, ossia ciò che sembra mancare nel gelido Nord, per contro non riesce a sopportare l’effetto della sauna o il correre nudi tra la neve. Il massimo della sopportazione viene sfiorato quando cede alla paura mentre la sua auto rimane bloccata nel ghiaccio. Di fronte a lui trova sempre lo stesso sguardo fiero e fermo delle donne: non gli resta che tornare sconsolato e mansueto alla sua mediocre normalità. (Eleonora Bufoli)
Il giardino dei Finzi Contini, Vittorio De Sica (1970)

Ferrara 1938. L’immenso giardino dei Finzi Contini ospita gli amici di Alberto e Micol per una partita di tennis. Inizia così il film di Vittorio de Sica vincitore di un premio Oscar al miglior film straniero nel 1972. Pochi possono varcare le alte mura che separano la villa dalla Ferrara fascista del ventennio.La vita all’interno è piana se non fosse per i guizzi della bellissima Micol, gaudente biondina prossima alla laurea. Giorgio, suo amico fin dall’infanzia, è innamorato di lei, e il film si snoda intorno a questo amore proprio mentre fuori il mondo sta cadendo a pezzi. Il ’38 dei primi minuti diventata il ’40 dell’entrata in guerra e poi arriverà il ’43, le deportazioni, la fine della stirpe Finzi Contini. Loro, isolati nel loro castello, anche loro, estirpati alle radici dalla psicosi nazista.
L’isolamento della vita all’interno della villa riflette quello degli ebrei ferraresi dopo le leggi razziali costretti ad abbandonare la vita civile. De Sica restituisce questo disagio alternando la spensierata vita di Micol a episodi pregni di sofferenza: Giorgio che viene espulso dal circolo del tennis, Alberto che si sente spiato fuori dalle mura della villa, le telefonate senza risposta durante le preghiere dello Shabbat. Le inquadrature si soffermano sui soggetti avvicinandosi a loro con i movimenti dinamici della macchina da presa. Al contrario, l’occhio dei cittadini ferraresi si allontana da loro tant’è che nel film difficilmente i protagonisti entrano in contatto con qualche “italico”. In una delle scene finali, quando Giorgio viene rifiutato da Micol, lei stessa gli dice: “Io e te non siamo della gente normale. A noi, più che il possesso, quello che conta è il ricordarsi le cose. Il ricordo di una vita passata senza più incubi, senza più sogni. Il film si chiude con Micol che guarda Ferrara dal riflesso di una finestra, come l’ha sempre vista, poco prima di essere deportata. (Lorenzo Buonarosa)
I racconti di Canterbury, Pier Paolo Pasolini (1972)
Nel mezzo della Trilogia della vita, tra Il Decameron (1971) e Il fiore delle Mille e una notte (1974), si collocano I racconti di Canterbury, in una cornice dalle tinte tragicomiche e grottesche. Pier Paolo Pasolini tramutò in opera filmica otto storie dei trenta pellegrini di Geoffrey Chaucer e, come di consueto, il genio ribelle fu costretto a fare i conti con la censura, salvo poi ricevere l’Orso d’oro alla Berlinale del ’72. Iconoclastia e pornografia furono le accuse principali mossegli dalla critica italiana che accolse con sdegno l’assegnazione del premio attribuendolo alla mediocrità di quella edizione del Festival. A guidare la narrazione è il pessimismo politico e culturale del Pasolini che denuncia la profonda crisi culturale degli ultimi anni Sessanta e che, avendo abbandonato “il pensiero che esiste la possibilità di lottare”, sfida il pubblico borghese e benpensante. Ne esce un film denso di riferimenti culturali alti ma intrisi di grettezza e trivialità. Goliardia e libidine, perbenismo e lussuria, sacro e profano si avvicendano tra gironi danteschi e quadri di Tintoretto. Le canzoni popolari inglesi arrangiate da Ennio Morricone accompagnano episodi di sesso, amore e morte, a cui si aggiungono le note ironiche degli sketch di Ninetto Davoli che rimandano a Charlot.
È un contrasto ricercato quello tra la bassezza dei personaggi e la regia erudita e meticolosa con cui Pasolini propone l’ironica combinazione tra realismo e dimensione fantastica. In questo film vengono rappresentati “la laidezza del dominio, la volgare violenza della ricchezza, la stupidità delle vecchie generazioni confrontate con la rozza spontaneità del giovane popolo”, il tutto è suggellato dall’ultima infernale sequenza: sull’Etna i diavoli espellono con peti potenti i membri avidi e corrotti del clero e allora balena il richiamo al caos esistenziale del Trittico delle Delizie di Hieronymus Bosch. Non ci sono né benevolenza né speranza in questa pellicola, il poeta delle borgate osservava con amaro sarcasmo il presente e abbandonata la speranza attendeva con rassegnazione il futuro, ormai convinto che “chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri”. (Selena Frasson)
Fuocoammare, Gianfranco Rosi (2016)
Fuocoammare è il titolo di una canzone di cui si è perduto il testo, un pezzo a metà strada tra lo swing e il jazz che la casalinga Maria adora ascoltare nei giorni di pioggia. Per questo lo richiede al dj di radio Delta, stazione radiofonica di Lampedusa. Il significato originario del termine fuocoammare – che in realtà sta per “fuoco a mare” – lo si apprende dalle battute che il piccolo Samuele scambia con la nonna. La guerra, i razzi che le navi militari lanciavano in aria e il racconto di quella notte del 1943, quando la nave italiana Maddalena fu bombardata e prese fuoco nel porto. Samuele sogna di diventare un marinaio e nel tempo libero si diverte a costruire fionde con i rametti di ulivo per cacciare gli uccellini con il suo compagno di giochi Mattias; quando non ci sono prede basta ritagliare due occhi e una bocca nelle foglie di cactus o semplicemente sparare per aria con dei fucili immaginari.
Gianfranco Rosi osserva il mondo che si muove attorno alla tappa conclusiva dell’odissea dei migranti. Quello che accade quando giungono a destinazione e vengono recuperati dalla guardia costiera è rappresentato in maniera fotografica, con immagini perlopiù fisse. Le parole del medico Pietro Bartolo davanti alle immagini nel suo pc non nascondono la sofferenza provata anche dai soccorritori. Un generale balcone di solito è suddiviso in tre sezioni, come avverrebbe in un’imbarcazione in regola: c’è la prima classe, 1500 dollari per stare nella parte più alta, poi la seconda, un po’ più in basso, a 1000, ed infine c’è la terza classe, quella che non si vede ma che è la più corposa. Si trova nella stiva ed è la più economica: 800 dollari che garantiscono il viaggio, ma anche una traversata in condizioni disumane. Le storie scelte dal regista restituiscono allo spettatore una Lampedusa dal destino ineluttabile, i protagonisti sono attori inermi che sognano di sfuggirgli. C’è il pescatore di ricci marini che si tuffa sott’acqua nonostante il mare mosso e c’è Samuele: i pensieri e le ansie tipiche della pubertà gli tolgono il respiro, l’occhio pigro rende la sua mira imprecisa e lo costringe a cambiare punto di vista. Ecco allora che un rametto di ulivo diventa uno strumento per accarezzare un uccellino. Il messaggio del documentario è tutto qui, a volte basta cambiare punto di osservazione per accorgersi del mare di sofferenza che ci circonda. (Samuele Valori)

