Trenta. Sono gli anni trascorsi dal processo di Mani Pulite che sconvolse l’Italia. L’associazione nazionale magistrati al Palazzo di Giustizia di Milano ricorda quegli anni e si interroga sul lascito attuale di quel periodo storico. La massima “La legge è uguale per tutti” campeggia sulle pareti dell’aula magna, se ci fosse ancora bisogno di rimarcarlo.
“Bisogna cercare di avere una coscienza di ciò che c’è prima e dopo Tangentopoli”, così introduce Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto Quotidiano. Per prima la questione dei partiti – affrontata in questa sede da Gaetano Silvestri, allora consigliere del Csm – che in quegli anni subirono forti squilibri, partendo dalla gestione delle proprie risorse e finendo con il sostituirsi alle istituzioni. “La prima Repubblica si chiude con il fallito tentativo di andare verso una democrazia compiuta”, dice Silvestri.
L’incontro di Associazione Nazionale Magistrati dà voce anche a chi nel Palazzo non tornava da anni. Tra questi c’è Sergio Cusani, unico condannato nel processo. Schietto, parla poco, ma per l’occasione si apre con un discorso carico di emozione: “So di aver commesso degli errori che portano la mia firma e che non mi perdonerò mai. Mi sento di dire che la verità è piena di tasselli vuoti, ma la verità giudiziale ancora di più”. Cusani Mani Pulite l’ha affrontata nell’unico modo – a suo dire – possibile: in silenzio, come quello della sala, al momento del suo racconto.
“Non ci liberiamo dall’idea di misurare l’essere umano in base alla sua colpa”. Così esordisceGherardo Colombo, uno dei magistrati che hanno condotto le indagini. Colombo ha parlato della grande distanza che ancora oggi esiste tra il processo penale e la vita reale. “Cosa è il senso di umanità? Un qualcosa che deve tendere alla rieducazione del condannato”. La giustizia deve partire dal basso, dai ragazzi e dalle scuole. “È un processo lungo, ma doveroso e necessario”.
Gherardo Colombo, magistrato: “La giustizia deve partire dal basso, dai ragazzi e dalle scuole. È un processo lungo, ma doveroso e necessario”.
Imputati, magistrati e giornalisti. Tutti hanno vissuto quegli anni in prima persona, da testimoni e da protagonisti. Trent’anni dopo analizzano la vicenda da diverse angolazioni. Ognuno dal suo punto di vista. Quello dei giornalisti è affidato a due che quegli anni li hanno raccontati con articoli e parole: Ferruccio De Bortoli e Luigi Ferrarella. Il primo, nel suo intervento, ha provato a riassumere la visione contraddittoria di chi raccontava le vicende di Mani Pulite all’epoca. “Fu una stagione di coraggio per la magistratura, ma anche di svolta per un paese a bassa legalità come il nostro. Ci furono però dei toni sbagliati anche da parte della stampa”. Entrambi hanno poi affrontato il tema della corruzione capillare e del consenso della magistratura: “La corruzione viene vista troppo spesso come una cosa normale, di prassi, come fosse un prezzo da pagare per il regolare funzionamento del sistema. Allo stesso modo, oggi i magistrati non vengono visti come la risoluzione del problema, ma come il problema”.
Ricordi del passato si mischiano a riflessioni sul futuro. Oggi assistiamo ad un progressivo indebolimento dei partiti, e una riforma del potere giudiziario si fa sempre più necessaria: su questo, magistrati politici e giornalisti sembrano essere tutti d’accordo, trent’anni dopo.