Nell’ambulatorio di Piazza degli Artisti il telefono squilla da giorni senza interruzioni.Ad Acquanegra Cremonese, paese a 15 minuti di macchina dalla prima zona rossa d’Italia, dal 24 febbraio tutto è cambiato. Chi digita il numero del dottor Alessandro Broglio non cerca solo risposte mediche per affrontare i sintomi del Coronavirus. Spesso, dall’altro capo del telefono, c’è un vero e proprio grido di aiuto.
Alessandro ha 28 anni e dal 2019 lavora in una casa di riposo. La chirurgia è la sua passione, ragione per cui da gennaio dedica meno tempo al lavoro e sempre di più allo studio per il test di specialità. «A fine febbraio il medico di medicina generale del mio paese ha dovuto interrompere la sua attività e mi ha chiesto di sostituirlo per un breve periodo – racconta -. Ho accettato, consapevole che sarebbe stato un momento di formazione necessario a rafforzare le mie competenze. Mai avrei pensato di trovarmi nella situazione che sto vivendo ora. Ogni giorno è uno tsunami che cerca di travolgermi, ma cui devo resistere con tutte le mie forze».
L’emergenza sovverte priorità e prospettive. A mutare è anche l’ordine naturale dei ruoli. Chi fino al giorno prima era il bambino del paese improvvisamente diventa punto di riferimento per la comunità; chi era figura autorevole trova di fronte a sé dubbi e paure, cercando un’ancora di salvezza. «Ogni volta in cui il telefono squilla sai che quella chiamata sarà un problema di tipo medico. Ma sai anche che dietro quel problema ci sarà una richiesta enorme di tipo psicologico, un sussurrato “per favore dottore, mi dica che andrà tutto bene”.Il panico è il vero nemico e tu devi rispondere ai dubbi di tutti. Non solo perché sei medico di base, ma anche perché hai la coscienza di capire che più pazienti verranno gestiti al domicilio, più lontana sarà l’ipotesi del collasso ospedaliero».
La media giornaliera è di sessanta accessi in ambulatorio e di settanta chiamate. Che a volte sono ottanta, altre volte cento. Il dottor Broglio segue 1486 pazienti. Il massimo, per un medico di famiglia, è 1500. Un numero tanto alto non permette di fornire con semplicità un’assistenza effettiva. Ad aggravare la situazione la carenza dei dispositivi di protezione individuale. Per una visita domiciliare si dovrebbe essere bardati: mascherine, guanti, cuffiette, occhiali, calzari e camici monouso. Proprio questi ultimi mancano e venire a contatto con un paziente infetto, che tossisce o starnutisce, può rendere i vestiti mezzo di propagazione del contagio. Ma il vero problema è la pressione psicologica. Metà delle telefonate che il dott. Broglio riceve sono infatti richieste di aiuto. «Alcuni mi chiamano anche dieci volte in meno di ventiquattro ore. Non posso spazientirmi, sentirmi demotivato. Non posso cedere. Se nel momento del panico, se nella situazione più critica sei presente e riesci a fare capire al paziente che non è solo, che può chiamare per qualunque dubbio, anche il più stupido e banale, se riesci a tranquillizzarlo, nasce la speranza. Magari dura poco. Ma nessuno si deve sentire abbandonato. Perché una persona che si sente abbandonata è una persona che non reagisce e che si lascia andare. E allora tutto crolla».
La media giornaliera è di 60 accessi in ambulatorio e di 70 chiamate. Il dottor Broglio segue 1486 pazienti. Il massimo, per un medico di famiglia, è 1500. Un numero tanto alto non permette di fornire un’assistenza effettiva
La gestione dell’emergenza cristallizza i giorni, uguali nella loro drammaticità. Ogni giornata si ripete. Visite, chiamate, urgenze. È di sera che, tolto il camice, il medico di famiglia diventa solo un ragazzo. «Arrivo a fine giornata privo di ogni forza e di ogni emozione. Mi sento stanco, impotente. Vorrei riuscire a fare di più, ma non ci sono armi per combattere. Ogni mattina il mio pensiero è solo uno: riuscirò a dare risposte alle domande che mi verranno fatte e ad aiutare chi mi chiama? Quindi scrivo a una mia collega, medico di base in un paese vicino. “Teniamo botta”, ci ripetiamo sempre. D’altronde noi siamo il primo fronte sul territorio. Non possiamo fare diversamente».
