Era martedì 10 marzo quando Paolo ha chiuso il Coronavirus dietro la porta della sua camera per sconfiggerlo definitivamente. Il giorno prima, però, la sua città, Parma, è stata costretta a frenare l’entusiasmo di Capitale Italiana della Cultura 2020. La patria di Verdi, del prosciutto e del caval pist si è svuotata a causa dell’emergenza. Via Farini ha chiuso i bar, in Strada Repubblica i negozi hanno abbassato le saracinesche e le attività culturali sono state annullate, ma «nulla andrà perduto» ha assicurato l’assessore alla Cultura, Michele Guerra, sperando in Parma 2021.

Una speranza che contraddistingue i parmigiani anche in questi giorni in cui 2005 persone sono risultate positive al Covid 19. Quella della famiglia di Paolo è una storia di piccole cose, di tenerezza e nostalgia, così come racconta suo figlio, Lorenzo. «Mi babbo sta meglio, ha quasi finito di tossire e tra poco finirà la sua quarantena nella quarantena».

A Parma più di 2mila persone sono risultate positive al Covid-19, come Paolo. La storia della sua famiglia è fatta di piccole cose, tenerezza, nostalgia

Paolo ha 63 anni e giovedì 5 marzo ha scoperto di essere positivo al Coronavirus. «A fine febbraio aveva bucato in tangenziale e aveva aspettato per due ore prendendo freddo. Dal giorno dopo ha iniziato a tossire e, dopo quattro giorni, gli è venuta la febbre, che è continuata a salire fino a 39 con una tosse veramente forte». L’unica cosa da fare era chiamare il pronto soccorso. «È venuto un medico con tuta, guanti e mascherina, gli ha misurato la saturazione del sangue e, vedendo che era bassa, l’ha portato in ospedale». Paolo non aveva avuto contatti con chi era risultato positivo, ma i sintomi erano sospetti. «In ospedale la situazione era pesante. Quando lui è arrivato, l’hanno tenuto sulla sedia per sei ore – dice Lorenzo – perché c’era altra gente con i suoi stessi sintomi. Sembrava un lazzaretto».

A Parma «la situazione non è ancora stabilizzata – dice il presidente dell’Ordine dei Medici di Parma, Piero Muzzetto –, il bilancio tra dimessi e ricoverati è in negativo».

Dopo una tac ai polmoni, i medici hanno deciso di procedere col tampone. Positivo. Hanno ricoverato Paolo per sei giorni in infettivologia. Mentre in ospedale lui lottava contro il virus che gli impediva di respirare, in casa Lorenzo e sua madre erano preoccupati. Si sono rivolti al medico di base e da quel giovedì è iniziata la loro quarantena. «I medici ci chiamavano due volte al giorno per comunicarci come stesse il mi babbo. Stavano lì, spiegavano cosa avesse, rispondevano alle nostre domande ed era parecchio rassicurante – dice Lorenzo -. Devo dire che sono stati incredibili».

Un lavoro massacrante, turni faticosissimi per quelli che l’Italia da giorni chiama gli eroi in prima linea nella lotta contro il virus. «Un senso di appartenenza commovente in una situazione di collaborazione e di sacrificio da parte di medici e infermieri», riferisce il presidente Muzzetto.

Le condizioni di Paolo miglioravano, era ormai fuori pericolo e martedì i medici hanno deciso di dimetterlo. «Ci hanno detto che poteva stare a casa». Così è iniziata la quarantena nella quarantena. Paolo vive nella sua camera da letto, sua moglie dorme al piano di sotto sul divano e Lorenzo nella sua stanza. «Mi babbo è confinato in camera ed esce solo per andare in bagno. Gli abbiamo messo una sedia per non stare sempre coricato a letto e una tv». I programmi in onda gli fanno compagnia dato che il cellulare l’ha dimenticato in ospedale e chissà quando lo rivedrà. Ma a lui va bene così, anche se «è pesante per uno che è abituato a passare molto tempo in montagna». Come per Lorenzo, a cui manca stare al sole e fare una passeggiata.

QUARANTENAIn casa c’è solo un bagno. Tutte le volte Paolo si accerta che sua moglie e suo figlio non siano nei paraggi, va in bagno, apre la finestra, torna in camera e richiude la porta. «Poi andiamo noi a disinfettare», dice Lorenzo.

Anche i pasti non sono più gli stessi. «A mio papà lasciamo il cibo davanti la porta, lui lo prende e si richiude. Ogni tanto vado lì, gli chiedo come va, ma non puoi fare delle lunghe conversazioni dietro a una porta – dice con un po’ di nostalgia -. Il fatto che siamo tutti chiusi in casa non aiuta a parlare: non succede niente e le giornate sono tutte uguali».

Ma presto la sua famiglia potrà ritornare alla normalità dei piccoli momenti. Questo fine settimana Paolo farà di nuovo il tampone. Spera che sia negativo per chiudersi alle spalle la porta della sua camera e vivere finalmente la quarantena con la sua famiglia.