Emarginati ed esclusi. Vivono ai bordi della società, all’ombra ed in silenzio, perché a loro nessuno mai chiede nulla. Si sentono rifiutati, respinti, scartati. E probabilmente lo sono veramente, vittime di un mondo che non ha spazio per il prossimo. Sono i tossicodipendenti, troppo spesso lasciati soli in balia del proprio male, impossibile da sconfiggere senza qualcuno al proprio fianco. Ese già la vita normale non fa altro che metterli, nella maggior parte dei casi, in uno stato di solitudine, ora con il Coronavirus in Italia le cose si fanno ancora più dure e complicate.

È però nei momenti più difficili che risplende, più forte che mai, quell’aiuto che viene dato a chi ne ha veramente bisogno: C’è un’attenzione particolare, momento per momento, a monitorare costantemente le loro ansie – spiega Anna Durante, presidente del Ceis di Pescara –. Il clima è abbastanza sereno, grazie anche all’approccio che gli operatori hanno a questa situazione. Sta venendo fuori il lato umano, il senso di responsabilità”. Fondato nel gennaio del 1981, il Centro di Solidarietà “Associazione Gruppo Solidarietà” Onlus di Pescara (Ceis) è un’associazione di volontariato senza scopo di lucro. Si autodefinisce “un’associazione al servizio della città”, soprattutto dei più deboli: Il centro si occupa di rispondere al disagio giovanile rispetto alle dipendenze, ispirandosi ad un modello terapeutico”, chiarisce Anna Durante.

Fondato nel gennaio del 1981, il  Ceis di Pascara è un’associazione di volontariato senza scopo di lucro: si occupa di disagio giovanile rispetto alle dipendenze da droghe.

All’interno della struttura sono attivati diversi servizi, tra cui quelli residenziali e semiresidenziali. Per i secondi, la preoccupazione maggiore, trattandosi principalmente di minorenni, era quella di farli restare in casa, mantenendo su di loro un controllo quotidiano. È stata quindi chiesta la disponibilità ad almeno un genitore, restando sempre in contatto telefonico con la struttura. Alcuni di questi ragazzi poi, frequentano anche dei corsi di recupero per gli anni scolastici persi: “Si è deciso di creare un contatto anche con i professori, per continuare gli studi anche in questo momento. Abbiamo strutturato loro il tempo, con una scaletta quotidiana. È molto importante, per non divagare nei propri pensieri”.

Se per i semiresidenziali si è dunque cercato di correre ai ripari attraverso i mezzi più congeniali,il discorso è diverso per i residenziali. Per loro, si sono dovute attivare le più classiche misure di sicurezza, come la distanza minima all’interno dei luoghi e la sospensione delle visite esterne. Le stesse misure usate anche dagli istituti penitenziari, un altro luogo dove la tossicodipendenza è un problema mai del tutto affrontato come meriterebbe.

In Italia infatti, il 27% dei detenuti totali è tossicodipendente – dati del 2018 – mentre se si prendono in considerazione soltanto i nuovi soggetti entrati in carcere nel corso dell’anno il dato sale al 35%.Come dice Anna Durante, il tossicodipendente è “una persona che non sa stare al mondo con lucidità, ma ha costantemente bisogno di un aiuto per riuscire ad accettare la realtà”. Si potrebbe spiegare quindi in questo modo la rivolta nelle carceri della scorsa settimana, a seguito della sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari presa per prevenire i contagi del Coronavirus. Una irrazionale ed incosciente visione della realtà. La mancata adeguatezza delle informazioni ed il panico che si è generato hanno fatto il resto: “Sicuramente c’è la paura, però noi riusciamo a parlarne. I nostri numeri ci permettono di avere un rapporto personale tra operatore e residenti. Gli strumenti terapeutici del programma ci permettono di contenere quelle che sono le varie emozioni violenteci tiene a precisare Anna Durante, spiegando come all’interno del suo centro resiste un clima disteso, anche se è sbagliato fare paragoni tra le due realtà –. Non si può paragonare lo stato d’animo di un detenuto con quello di una persona che entra in un percorso terapeutico. Nel carcere è anche difficile creare quel tipo di clima adatto e non ostile. Per intraprendere al meglio il percorso terapeutico c’è bisogno della volontà di quella persona. Nel carcere spesso manca questo aspetto, non c’è l’adesione libera”.

Quella dei tossicodipendenti resta però, ancora oggi, una dimensione con la quale è difficile rapportarsi. Alla costante ricerca di una realtà più gradevole, vivono in una condizione per cui l’attenzione alla loro umanità e alle loro problematiche viene vissuta in completa solitudine. E alla fine arriva l’esplosione. Si potrebbe evitare, si dovrebbe evitare.