4710 persone – tra cui 1171 bambini- sono morte a cause delle mine antiuomo nel 2022: i dati del sistema di monitoraggio mine terrestri «Landmine Monitor»,  presentati nel corso dell’incontro promosso dall’associazione stampa estera lo scorso 13 febbraio, parlano chiaro. 

Da minatore a sminatore: la storia di conversione di Vito Fontana

«In vent’anni ho prodotto più di due milioni e mezzo di mine, sono stato etichettato come l’uomo della morte». A raccontarlo è Vito Fontana, ex ingegnere settantenne che tra il 1976 e il 1997 è stato proprietario dell’impresa familiare Tecnovar, un’eccellenza italiana nella produzione di mine antiuomo. Un fatturato da capogiro: più di quaranta miliardi l’anno e una squadra di operai composta da oltre trecentocinquanta addetti ai lavori. «Non posso negare che la guerra per me fosse un affare. A trent’anni non pensavo alle conseguenze della mia attività. Progettare armi che determinano la vita o la morte delle persone genera un senso di onnipotenza». Poi, con il passare del tempo, le cose sono precipitate: ogni notte veniva recapitata presso l’abitazione di Fontana una scatola contenente una scarpa e un biglietto: «L’altra non mi serve più, la gamba l’ho persa a causa tua». Nel 1992, due avvenimenti cambiano profondamente l’esistenza di Vito: il figlio Ludovico, che all’epoca aveva poco più di otto anni ,trova in auto un catalogo contenente le armi prodotte dal padre. «Papà ma tu sei un assassino? Perché proprio tu devi fare questo mestiere?» Mentre ricorda l’episodio, la sua voce si affievolisce, l’angoscia della memoria prende il sopravvento. «Mio figlio e Gino Strada mi hanno salvato la vita».

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La seconda vita, grazie a Gino Strada

La svolta, in effetti, arriva proprio grazie a una chiamata di Gino Strada a Vito. Il chirurgo di guerra e pacifista lo contatta nel 1992: «Ti rendi conto di cosa combinano le tue armi?». Eccola, «la chiamata» della conversione. Da lì è tutto un crescendo e il primo passo di questa rinascita è chiudere l’attività. All’inizio non sono stati tempi facili, economicamente e a livello personale. Si logorano i rapporti tra Fontana e il padre, da cui aveva ereditato l’impresa.  Ma è la fine dell’inizio di una nuova vita per lui: «Ho iniziato a lavorare come sminatore per redimermi. Ho trascurato la mia famiglia per vent’anni, trasferendomi nei Balcani dove ho lavorato per milleduecento euro al mese» . La permanenza tra Serbia, Croazia e Bosnia gli permette di maturare una consapevolezza: il concetto di umanità è labile. La bontà non è insita nell’uomo: «Ho conosciuto una donna alla quale avevano minato il corpo del figlio deceduto. Famiglie intere di contadini ai quali erano stati distrutti interamente i campi e le abitazioni».

«Quella volta in cui rischiai di morire»

Non sono mancati i momenti difficili: durante l’attività da sminatore Vito ha rischiato più volte di morire.  Come quella volta in cui non sente l’attivazione di una mina, per fortuna rimasta inesplosa. «È stata l’esperienza più incredibile della mia vita, un secondo dove non provi paura. Sai di dover morire, ma l’apatia è l’unico sentimento che ho provato». Gli anni passano, il senso di colpa permane nella mente e nel cuore di Vito: «Posso solo essere orgoglioso di essere stato uno dei fautori della legge ordinaria 374 del 1997, approvata in seguito alla ratifica del documento finale della conferenza di Ottawa che ha sancito il divieto di produzione e di commercio di questo tipo di armi».  L’eloquio è lento, cauto, come se sotto le piante dei piedi le mine antiuomo fossero ancora lì. Il vissuto Vito è racchiuso nelle parole di Franco Battiato: «Ne abbiamo attraversate di tempeste e quante prove antiche e dure».