Sempre più il cambiamento tecnologico sembra minare il rapporto di fiducia tra pubblico e giornalista, rendendo incerto il futuro della professione. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa in mano alle Bit Tech – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – potrebbe cambiare in modo radicale il giornalismo e la sua fruizione.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa in mano alle Bit Tech – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – potrebbe cambiare in modo radicale il giornalismo e la sua fruizione.

Secondo Jim Albrecht, ex manager di Google intervistato dal Washington Post, l’AI, già adesso in grado di parafrasare e fornire notizie, è una vera e propria minaccia per l’attività giornalistica. Albrecht sottolinea come al giorno d’oggi le piattaforme potrebbero non aver più bisogno dei canali di informazione tradizionali, a causa dello sviluppo incalzante di questa nuova tecnologia. Applicazioni come ChatGPT e Bing Search sarebbero in grado di prendere le notizie, farle riscrivere da robot e pubblicarle direttamente.

Questo metterebbe in crisi gli editori, che si vedrebbero messi da parte ed espropriati del loro ruolo. Le annose discussioni tra questi e le Big Tech sui compensi e sulle modifiche agli algoritmi verrebbero meno se, in altre parole, le chatbots diventassero il mezzo di informazione privilegiato dagli utenti. Questo, secondo Albrecht, ribalterebbe l’attuale modello di guadagno dell’industria dei media. Ma una domanda sorge spontanea: chi diventerebbe l’arbitro dell’informazione, se l’intero sistema delle notizie fosse in mano all’intelligenza artificiale?

A luglio il New York Times ha intentato una causa contro OpenAI, dove non solo ha sostenuto che la società abbia violato il lavoro protetto da copyright della testata, ma l’ha anche accusata di aver utilizzato il giornalismo del NYT per creare prodotti concorrenti. Come suggerito da Albrecht, OpenAI avrebbe creato un prodotto in grado di fagocitare il lavoro dei giornalisti del New York Times per riproporlo ai lettori. L’esito di questa causa, qualunque esso sia, ha tutti i presupposti per considerarsi già un precedente con funzione di pietra miliare in questo dilemma mediatico.

Le Big Tech – Google e Facebook in particolar modo – fino ad oggi si sono difese dalle accuse di furto di informazioni sostenendo il loro ruolo di veicoli per la distribuzione di notizie. Però, con ChatGPT, Bing Search di Microsoft e Search Generative Experience di Google, queste piattaforme si ritrovano ad essere creatrici di contenuti giornalistici e voce attraverso cui vengono ascoltati. Le Big Tech, dunque, sembrano essere sempre più determinate ad assumere il ruolo di editore, ma questo implica una responsabilità in termini di etica e di conseguenze. Allo stato attuale l’AI non è assolutamente in grado di fornire affidabilità e accuratezza.

Le Big Tech sembrano essere sempre più determinate ad assumere il ruolo di editore, ma questo implica una responsabilità in termini di etica e di conseguenze.

Al momento parliamo di ipotesi ma nel futuro digitale che si prospetta, il ruolo dei giornalisti è sempre più fondamentale. ChatGPT non potrebbe mai sostituirsi al rapporto umano che si instaura tra un giornalista e una sua fonte, ad esempio. Tuttavia, le domande su cui porre l’attenzione sono molte. Le ambizioni delle aziende Big Tech basate sull’AI generativa consentiranno un’economia dei media funzionante? La proliferazione di contenuti generati dall’IA potrebbe ritorcersi contro le aziende che si occupano di AI? Le battaglie legali in corso e future potrebbero creare nuovi modelli di guadagno per le istituzioni giornalistiche nell’era dell’AI?

Il progetto di creazione e condivisione di notizie di Big Tech genera sicuramente un impatto evidente ma, al momento, il futuro dei media legati all’AI rimane incerto, così come è incerto il suo presente.

Continua a leggere qui