«Le Alpi sono la mia Alaska, sono il mio grande nord». Nel tono fermo e allo stesso tempo sognante di Paolo Cognetti trapela tutto l’attaccamento che lo scrittore ha per la montagna, per le vette più irraggiungibili, per il silenzio assordante che impera tra le cime, per quella connessione unica che si percepisce tra la parte e il tutto.
La sua montagna sono le Api valdostane, quelle che conosce fin da bambino, quelle che gli regalavano del tempo, così prezioso, con un padre avvolto nella routine lavorativa milanese. Le sue montagne sono quelle lontane dall’uso-abuso del territorio. Sono quelle che non ha mai smesso di frequentare, e che ora ha designato come sua seconda casa.
Ora le sue montagne sono assetate, per la mancanza di precipitazioni che ormai si protrae da un anno e mezzo. Sono delle lenti di ingrandimento del cambiamento climatico, della riduzione della vegetazione e dei ghiacciai. Ma sono anche le stesse che gli continuano a regalare la tanto agognata wilderness, quel senso di libertà assoluta, di apertura dei confini. Quelle che hanno ispirato il suo romanzo, vincitore del Premio Strega nel 2017, “Le otto montagne”, portato sul grande schermo lo scorso dicembre dalla coppia di registi belgi Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch. [/mak]
Quando è iniziato il suo rapporto con la montagna? «Da bambino, come un luogo dell’estate e delle vacanze, credo che tutti ne abbiano uno. Per un bambino, soprattutto di Milano, la montagna era il luogo dell’avventura e della vita all’aria aperta. Erano bellissimi il bosco e il torrente, erano qualcosa che non avevo mai visto e che non vedevo per tutto il resto dell’anno. Leggevo un sacco di libri, soprattutto di letteratura per ragazzi come “L’isola del tesoro” e mi sembrava veramente di ritrovarmi in quel mondo».
Ora come si è evoluto questo rapporto?
«È diventato altro. È una montagna che vedo tutto l’anno, una montagna che riconduco sempre a un’idea di libertà molto grande, a una vita libera che posso fare come piace a me. Una vita all’aria aperta che, bene o male, mi è impedita in città. Però conosco anche la montagna della solitudine, dell’isolamento, della rabbia, dei disagi, dei disservizi. Ho pensato di trasferirmi in montagna ma poi ho capito che il mio equilibrio è fondato su questo andirivieni, su questo dividermi tra la città, che per me rappresenta l’inverno, e l’estate in montagna».
Con il cambiamento climatico, ha notato delle trasformazioni nei luoghi che conosce e frequenta?
«Sono più o meno 40 anni che posso osservare le stesse vallate. La cosa più evidente è sicuramente un arretramento del ghiacciaio, cioè rispetto a quando andavo da bambino a vedere il ghiacciaio con mio padre e adesso è centinaia di metri più su. Poi il bosco si sta alzando di quota, fino a quasi 2500 metri. La siccità che ha colpito questi ultimi due anni è qualcosa di spaventoso: praticamente dalle mie parti, Alpi nord-occidentali, Valle d’Aosta, Piemonte, non nevica né piove dall’estate del 2021, mi ricordo gli ultimi grossi temporali di allora, sono un anno e mezzo senza grosse precipitazioni. Questo va al di là della preoccupazione per lo sci e sta creando delle conseguenze disastrose sull’acqua, sull’agricoltura, ma anche sull’acqua potabile: per la prima volta questo inverno non abbiamo l’acqua in casa. E fa veramente paura aprire il rubinetto e non vedere più scendere nulla in casa tua, dove ce l’hai sempre avuto. Quest’anno andrà ancora così, ormai è necessario riempire le vasche dell’acquedotto con delle auto botti. Come si fa già in altri luoghi, in Sicilia, sulle Isole. Solo che siamo in montagna a 2.000 metri di altezza. Spero che, in questi termini, sia almeno un fenomeno straordinario, ma sicuramente c’è una tendenza in atto. Sembrano due anni veramente straordinari questi. Non si era mai pensato che in montagna l’acqua fosse una risorsa preziosa: infatti in tutti i paesi ci sono delle fontane. L’acqua scorre ovunque, non è mai stata qualcosa da conservare. Oggi per la prima volta iniziamo a vederla così quindi servono investimenti sugli acquedotti, sulle infrastrutture che nessuno ha mai pensato di dover aggiornare e serve veramente un progetto per gli anni a venire.
Per lei la montagna è un luogo di incontro e creazione. Per questo motivo ha costruito un rifugio per intellettuali e artisti vicino alla sua baita?
«Con i guadagni de “Le otto montagne” mi sono chiesto cosa sarebbe stato bello e giusto fare. In parte avevo questo desiderio di restituirli alla montagna, in qualche modo perché a lei devo così tanto rispetto alle mie fortune di scrittore. Ho sempre sentito una certa responsabilità politica sul luogo in cui si abita. Credo che ognuno di noi abbia il dovere di fare qualcosa lì dov’è, soprattutto se quel luogo ne ha bisogno. Questa cosa l’ho imparata nella periferia di Milano, ma anche la montagna è una periferia. Ho comprato la stalla che stava dietro la mia baita e l’ho fatta ristrutturare. Oggi è un piccolo rifugio con una decina di posti letto dove ospito amici, artisti, studiosi, gruppi di persone che hanno bisogno di un luogo dove stare qualche giorno per lavorare soprattutto dedicato al lavoro. Mi piacerebbe che fosse un luogo da cui uscissero opere, progetti, relazioni, quindi un luogo produttivo».
Portare la cultura in montagna può favorire anche la diffusione di una maggiore consapevolezza dell’ambientalismo?
«Sicuramente sì. All’80% oggi la montagna è turismo, in particolare il turismo invernale e lo sci, che pur essendo remunerativo è anche così invadente e distruttivo per il paesaggio, e al 20% è agricoltura, che è anche basata sul turismo. Quando si parla di cultura in montagna, l’unica cosa che viene fuori è la cultura tradizionale, la cucina, le vecchie canzoni, le cose in dialetto. Però se parliamo di cultura in termini di letteratura contemporanea, arte, architettura, musica, le cose di cui la città abbonda, in montagna mancano clamorosamente. Quindi secondo me serve un lavoro o un tentativo di portare in montagna la cultura contemporanea. Nella cultura contemporanea c’è una sensibilità ambientale che in montagna francamente non c’è ancora perché si fa fatica a fare un discorso di conservazione del paesaggio. Mi scontro spessissimo con le persone con cui abito, con i miei compaesani, perché per loro il paesaggio se non rende, se non è sfruttabile, se non si concretizza in lavoro ed economia immediata, allora non serve a niente. Ci vuole pazienza. Però ci vuole che arrivino persone nuove, giovani che queste idee se le portano magari da altri luoghi, che hanno visto un po’ il mondo, per cui possono raccontare che cosa succede in giro e piano piano cambiare anche la mentalità di chi la montagna la abita da generazioni».

Alessandro Borghi e Luca Marinelli, nel film “Le otto montagne”
Si sente uno scrittore di montagna, sulla scia di Mario Rigoni Stern?
«Ho un’ammirazione sconfinata per Rigoni Stern. Ma lui era un montanaro e quindi nella sua montagna c’era la montagna degli avi, della montagna delle radici, la montagna della memoria, tantissimi contenuti che non ci sono nella mia. Mi sento più simile a Jack London che è cresciuto a San Francisco, va in Alaska e poi per il resto della sua vita scrive di cani slitta e cercatori d’oro, di grande nord. Nell’esperienza di Jack London il grande nord reale si intreccia inestricabilmente con un grande nord mitico, con un grande nord simbolico, ed è così per me. C’è la mia montagna, che ho conosciuto in questi anni, ma anche la montagna che uno vede da lontano in città, la montagna sognata, la montagna che si porta dietro questi valori, come per esempio la libertà e l’avventura. Sono uno scrittore così».
Da scrittore ha assunto le vesti di consulente artistico per il suo “Le otto montagne” che è diventato da poco un film. Come ha vissuto questo passaggio e come ha lavorato con i due registi?
«All’inizio con timore. Il rischio che vedevo, soprattutto, è che fosse tradita la montagna, che questa storia fosse trasportata altrove, che scomparisse la realtà e il mondo che c’è intorno e dentro questa storia. E invece i registi hanno fatto un lavoro di grandissima attenzione e di pazienza: due anni di preparazione, scrittura, ricerca dei luoghi e del casting e ho partecipato a questo lunghissimo lavoro in tutti i modi possibili. Ho portato Felix e Charlotte a conoscere i miei migliori amici, nelle baite, in giro per i luoghi che poi sarebbero diventati i luoghi del film in tutte le stagioni, scegliendo attentamente quel rudere che poi i due amici ricostruiscono insieme, andando negli alpeggi a vedere come si mungono le mucche e si fa il formaggio. Anche Luca Marinelli ci ha messo veramente un’attenzione incredibile nel lavoro che ha fatto sul personaggio, a cui ha dedicato mesi prima dell’inizio delle riprese. Riuscire a fare un film così grande, con una troupe di 70 persone, con uno spirito di amicizia, è molto difficile. Lo si può fare in maniera professionale, ma ecco farlo in maniera affettuosa e con quel calore che si ha lavorando tra amici, credo che sia molto raro. Siamo riusciti a farlo grazie a Felix, Charlotte e Luca, grazie all’atteggiamento che loro hanno avuto verso questo lavoro. Il timore mi è passato, molto prima di vedere il primo montaggio del film, mentre lo si stava facendo ero sicuro che si stava facendo una bella cosa perché si vedeva e si sentiva; quando poi l’ho visto ne ho avuto solo la conferma. Mi sembra un raro caso di un film che completa il libro, che dialoga con il libro, d’ora in poi non potranno più stare uno senza l’altro. Ho letto da poco un bel libro di Francesco Piccolo, “La bella confusione”, su “Il Gattopardo” di Visconti e “Otto e mezzo” di Fellini, e nominava Fellini come il caso di un film che sta perfettamente alla pari con il suo libro di riferimento, le due opere dialogano, si completano, si rilanciano una con l’altra e mi sembra che sia quello che è successo con “Le otto montagne”. Sono contentissimo.

Un’altra scena tratta dal film “Le otto montagne”
Quando uno scrittore pubblica un libro o un musicista un disco è come se partorisse un figlio. Ha avuto la stessa sensazione partecipando alla realizzazione del film, come se avesse ripubblicato il libro?
«Una sensazione più leggera. Il libro è veramente tuo e ci sei solo tu. Sì, c’è dietro un editore e un agente, però veramente c’è il tuo nome e allora il rapporto per me è sempre un po’ più conflittuale, come conflittuale è il rapporto che ho con me stesso. Invece un film è talmente collettivo come opera, non è mio, ma è molto di Felix e Charlotte, di Luca e Alessandro, del direttore della fotografia e del musicista, è talmente un’opera collettiva che veramente è stata una festa per me vederlo uscire come se fosse il prodotto non di un’individualità, ma di un incontro. L’ho seguito veramente con entusiasmo e con la leggerezza che ha una persona che si è un po’ liberata di quel fardello dell’ego».
La sua folgorazione per l’avventura di Christopher McCandless, raccontata da John Krakauer nel libro “Nelle terre estreme” e da Sean Penn nel film “Into the wild” lo ha portato a ripercorrere i luoghi insieme al suo amico Nicola Magrin e al documentario “Sogni di grande nord”
«È un film, un libro, una storia che ha segnato i miei 30 anni e questo non cambierà mai. A volte succede che incontri quel libro, quel film, quel disco che ti fanno un po’ cambiare direzione, ti ispirano e ti guidano delle scelte e non so se sarei andato in montagna senza aver incontrato quella storia. Quando sono andato lì nel 2019 con il mio amico Nicola Magrin e ho fatto questo viaggio in Canada e in Alaska fino all’autobus che c’era ancora di “Into the wild” è stato proprio un pellegrinaggio, un luogo che per me era un po’ sacro, un santuario personale, per dire grazie, per tornare alle origini, per andare in un luogo che era stato così importante per me. Sì, ci sarò sempre legato». .
Nel film, per raccontare le sue montagne ha scelto una musica diversa da quella che di solito viene in mente pensando alla natura?
«Ricorda l’indie rock di Bon Iver. Ha scritto il primo album proprio in montagna, in un contesto molto simile. I registi sono belgi e hanno fatto questa cosa molto coraggiosa di mettersi a studiare l’italiano e girare il film in italiano, anche se la produzione gli aveva proposto di girarlo in inglese all’inizio. Ma hanno capito quanto era importante che fosse nella lingua originale. Si può capire meglio come mai hanno scelto un musicista svedese che canta in inglese, un’anima bella europea. Mi piace il fatto che sia una co-produzione italo-franco-belga di un romanzo italiano, girato da due registi belgi con le musiche in inglese di un musicista svedese, è bellissimo, in tempi di nazionalismi e di frontiere che tornano mi dà un segnale di speranza. Sicuramente c’era un’ispirazione forte e anche dichiarata che è “Into the wild” e il disco di Bon Iver, è in generale un’attrazione per il folk nord americano soprattutto di quella parte lì del nord ovest, verso i grandi spazi, verso la natura, la foresta. Quel paesaggio lì non c’è in Italia e quindi lo sono andato a prendere da quell’immaginario. Per me trova così sento utilizzare il folk di origine americana per raccontare un film girato sulle Alpi».