24 marzo – 10 giugno 1999: l’operazione Allied Force appoggia la campagna di attacchi aerei della NATO, una serie di interventi cui prende parte anche l’Italia.

17 giugno 1999: viene pubblicato il brano “Il mio nome è mai più” cantato dal trio Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù in segno di protesta contro la guerra nell’ex Jugoslavia e, in particolare, contro l’intervento militare nel Kosovo. Un titolo e un ritornello che lasciano poco spazio alle interpretazioni: la voce corale dei tre big della musica italiana prende una posizione decisa, perché non venga lanciata mai più alcuna bomba.

«È stata una collaborazione accidentale e fortuita – racconta Chiara Marchini dell’ufficio comunicazione Emergency a cui la canzone è stata donata nel 1999 –. Una conferma in termini di affetto e di rapporto con il pubblico. Penso che il trio ci abbia scelti per gli aspetti che avvicinano la nostra attività alla musica: all’epoca eravamo una piccola realtà contraddistinta dalla volontà di dare un senso di concretezza alle azioni. Un messaggio proprio della comunicazione pop di cui la musica è portavoce».

L’urgenza degli artisti di prendere posizione rispetto a quanto accadeva in quel momento trova, quindi, corrispondenza nella mission di Gino Strada che in maniera molto goliardica ha dato avvio a questa speciale collaborazione. «Gino si trovava a San Siro con il manager di due dei tre cantanti, Nico Colonna e Mario Viscardi quando è partita l’idea di puntare sulla musica per comunicare un pensiero che già da tempo assillava tutti questi personaggi», spiega Alberto Almagioni, collega di Chiara che ha seguito la produzione e pubblicazione del brano oggi ventennale. «In quel periodo di tensioni e guerre – continua Alberto – era nata la richiesta da parte di alcuni enti istituzionali di comunicare un intento di pace dietro a un’operazione che pacifica non era. I cantanti hanno scelto di diffondere il messaggio, ribaltandone, però, il contenuto: una forte condanna alla guerra». Il titolo del brano, così, diventa la principale dichiarazione di intenti di Jova-Liga-Pelù per dire con fermezza che di fronte alla violenza il loro nome è mai più.

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Jovanotti, Piero Pelù e Ligabue con Gino Strada

Nel momento in cui l’idea nata allo stadio si è trasformata in progetto concreto, gli artisti si sono ritrovati in studio per registrare la canzone. «La spontaneità che ha accompagnato questo progetto – spiega Alberto – è derivata da una catena di eventi. Chiara Marchini: «Progettandola, un’operazione del genere non sarebbe mai riuscita»L’incontro a San Siro, l’interesse mostratoci da “Sorrisi e Canzoni” che ha deciso di fornirci i supporti fisici, la registrazione dei pezzi della canzone fatta a distanza con influenze reciproche dei tre cantanti: tutto ha contribuito al successo del brano», un successo che ha trovato il proprio spazio nel silenzio e che ha raggiunto il Disco di Platino superando la vendita delle 350 mila copie. «È stata un’operazione di marketing assolutamente non voluta e proprio per questo ben riuscita – continua Chiara –, perché nel progettare un evento del genere il risultato non sarebbe sicuramente stato lo stesso».

A partire dall’attività di merchandising che ha accompagnato la pubblicazione con gadget raffiguranti i tre simboli degli artisti, i numeri de “Il mio nome è mai più” sono stati, e sono, irripetibili nella storia della musica italiana. Complice di questa situazione è sicuramente il cambiamento del sistema, prima fortemente basato sul supporto fisico e sulle vendite. «Il brano ha avuto molta fortuna nonostante non conti un gran numero di riproduzioni live – precisa Chiara Marchini –. È stato, infatti, cantato solamente una volta da due di loro all’Arena di Verona e al Mandela e dal coro degli artisti italiani per l’Emilia nel 2012 in occasione dell’evento benefico in ricordo del terremoto. Questo perché gli autori non si sentono proprietari del brano e di conseguenza hanno sempre mantenuto una sorta di pudore nel cantarlo. Da parte loro regalarci questa canzone è stato un concreto donare per donare».

La spontaneità della costruzione de “Il mio nome è mai più” è confermata anche da Saturnino Celani, bassista, collaboratore e amico di Jovanotti che nel ’99 si trovava nello studio di Ligabue a Correggio per registrare il brano. «Quel giorno – ricorda – ho portato con me un pedale che avevo comprato la mattina stessa da “Lucky Music” a Milano, usato perlopiù per il funk americano, e il basso che proprio in quel periodo Noah Guitars mi aveva fornito». Due strumenti, questi ultimi, che hanno contribuito a dare al pezzo le caratteristiche innovative per cui ancora oggi viene ricordato: «Il cluster (l’accordo musicale che comprende almeno tre note adiacenti in una scala, ndr) è stato registrato partendo da basso e batteria – continua Saturnino –. Mi ricordo che avevo ancora il pedale imballato quando Fabrizio Simoncioni, sound engineer del progetto, mi ha suggerito di scartarlo e utilizzarlo». Da qui è nata la particolarità sonora de “Il mio nome è mai più”: all’ascolto si può notare che il basso è stato registrato con l’utilizzo di due canali, il suono processato da un lato e quello pulito dall’altro, perché manipolato in tempo reale, col risultato di un effetto da didgeridoo australiano. Una casualità, quest’ultima, che «ha portato bene in questa traccia come in tante altre», spiega Saturnino che del brano del ’99 ricorda con particolare piacere la velocità con cui è stato realizzato: «Una magia che poi è tornata anche in “Domani 21/04.2009”». Saturnino Celani: «Quel giorno ho portato in studio il mio basso Noah Guitars e un pedale comprato la mattina stessa»Per il bassista, infatti, “Il mio nome è mai più” è una piccola “We are the world” per il successo e la nascita di un’operazione così ben riuscita che solo nel 2009 è stata replicata con l’idea partita da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro: «Ci ha chiamato mentre, coincidenza voleva, io e Lorenzo ci trovavamo in Puglia – continua Saturnino –. Abbiamo subito accettato, come i tanti altri artisti che velocemente hanno aderito».

Questo, quindi, il segreto del successo di un messaggio sociale che canzoni corali come “Il mio nome è mai più” e “Domani 21/04.2009” comunicano: la rapidità di unione del gruppo, di costruzione e di diffusione del brano, accompagnata da un altrettanto velocità di ricezione e accoglienza da parte del pubblico.

La canzone del trio Jova-Liga-Pelù è stata registrata e stampata nell’arco di una settimana, perché figlia di un’epoca profondamente diversa: «In quel periodo si comprava ancora il supporto fisico e anche il merchandising aveva una forte valenza per il pubblico», aggiunge Saturnino  ricordando lo stupore provato di fronte al successo de “Il mio nome è mai più”. «Una sera a tavola – continua – avevamo provato a fare un pronostico di vendita. Né io né i tre cantanti l’abbiamo azzeccato. I numeri raggiunti sono andati ben oltre ogni previsione». E nel riportare alla mente quell’anno, Saturnino aggiunge che, nonostante i tanti successi di trent’anni di carriera, «è stato un bel momento che ha fatto nascere importanti amicizie continuate nel tempo, come quella tra me e Federico Poggipollini, chitarrista del brano».

Sul confronto con “Domani 21/04.2009” si pronuncia anche Stefano Senardi, produttore discografico ex direttore generale negli anni Ottanta della CGD East West con cui ha seguito i Litfiba, ex presidente negli anni Novanta di PolyGram, di cui hanno fatto parte Battiato e Jovanotti, e successivamente di Black Out, etichetta discografica, tra i tanti, anche dei Modena City Ramblers. «Nel ’99 avevo appena contribuito a lanciare i Litfiba e Jovanotti in Italia, ma ero in un periodo di transizione – precisa –. Ho vissuto dall’esterno “Il mio nome è mai più” in cui riconosco un impegno sociale che è figlio del suo tempo e che negli anni ha faticato a permanere». Per Stefano Senardi, infatti, il clima culturale e politico fortemente in crisi negli ultimi anni ha di riflesso spinto gli artisti a eclissarsi, evitando di prendere posizione e manifestare un messaggio di protesta contro la violenza e la guerra. «Secondo le ultime indagini 420 milioni di bambini sono costantemente sottoposti a soprusi, eppure nessuno ne parla – continua il discografico –. Questo perché tra gli artisti della vecchia generazione è prevalsa la delusione. Ma nei giovani provenienti dai mondi indie e trap vedo un nuovo desiderio di impegno sociale».

Potrebbe essere, quindi, questa l’eredità de “Il mio nome è mai più” che a distanza di vent’anni ritorna nella rinascita del rock, della musica live e dei messaggi di protesta. «Nei testi di Coez, Ghali, Achille Lauro e Motta, per me i quattro migliori del nuovo tempo – continua Senardi –, ci sono forti prese di posizione nei confronti del mondo attuale ed è una caratteristica che ho rivisto anche nel concerto corale del Primo Maggio a Roma: un live di indipendenti e di rock grazie alla presenza proprio di Motta e Lauro. Ed è una fortuna che ci sia questo ritorno, perché negli anni Duemila è mancato il passaggio di testimone».Oggi la protesta, secondo Senardi, rivive nei testi di alcuni big della nuova generazione

Volendo raccontare per decadi l’andamento della musica impegnata in Italia, infatti, secondo il discografico dopo “Il mio nome è mai più” del 1999 e “Domani 21/04.2009” del 2009 si è creato un vuoto che ha fatto fatica a essere colmato dai cantautori adulti: «Ci sono alcune eccezioni, come Daniele Silvestri – precisa –, ma sono mancati veri esempi di opposizione espressa in musica e parole. Ricordo, ad esempio, che sempre al 2009 risale “Inneres auge” di Franco Battiato, canzone di forte critica berlusconiana. Oggi, a distanza di altri dieci anni, forse proprio questa coralità vissuta sui palchi e attraverso le collaborazioni musicali è un nuovo esempio di impegno sociale».

La rivalorizzazione del live come componente fondamentale di espressione della musica italiana viene confermata anche da Claudio Trotta, organizzatore di concerti e fondatore nel 1979 di Barley Arts. «Oggi c’è moltissimo live – precisa il manager –, al contrario di quando ho iniziato la mia attività a fine anni Settanta. Era un momento di forte predominanza della musica riprodotta. Oggi, al contrario, viviamo in un mondo liquido e negli ultimi dieci anni si sono perse forza comunicativa e accessibilità. È a questa crisi che cerca di rispondere Barley Arts, perseguendo l’indipendenza come traguardo e non come punto di partenza».«La musica attuale è liquida – precisa Claudio Trotta – per questo si è persa la forza comunicativa»

A distanza di vent’anni, quindi, la magia di “Il mio nome è mai più” rivive nelle coincidenze che l’hanno prodotta, una magia che fa parte di tutte le storie che ruotano intorno alla canzone: Emergency e la sua relazione con la musica, Saturnino e la sua collaborazione con Jovanotti, Noah Guitars e il suo basso, Stefano Senardi e la sua promozione del rock italiano, Claudio Trotta e il suo lavoro da indipendente.