I miracoli sportivi spesso sono fini a sé stessi e rimangono limitati al loro settore di riferimento. A volte, però, un’impresa sportiva riesce a dare visibilità a un’intera nazione, solitamente dimenticata dalle cronache nonostante gli enormi problemi che la contraddistinguono. È il caso del Sud Sudan che nei giorni scorsi si è qualificato per la prima volta nella sua giovane storia ai prossimi Mondiali di basket. Quello che si terrà dal 25 agosto, tra Indonesia, Giappone e Filippine, sarà il mondiale delle prime volte perché anche Georgia, Lettonia e Capo Verde esordiranno nella manifestazione. Ma la storia del Sud Sudan e della sua squadra di pallacanestro è senza dubbio la più iconica. Questo stato Nord-africano è nato solo nel 2011, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Sudan. È considerato il Paese più povero al mondo, con ben 7.1 milioni di persone che vivono in condizioni di insicurezza alimentare grave. Un’indipendenza raggiunta dopo decenni di guerra civile che ha causato milioni di morti e di sfollati. E, una volta sancita l’indipendenza, il Sud-Sudan, dal 2013 al 2020, è stato teatro di un ulteriore conflitto interno tra i gruppi etnici Dinka e Nuer che hanno peggiorato la situazione già fragile del Paese.

La nazionale sud-sudanese di basket ha ottenuto il benestare per partecipare al mondiale, grazie alle 11 vittorie in 12 partite giocate nel girone di qualificazione, chiuso al primo posto. Squadre ben più quotate come Senegal, Egitto e Tunisia si sono dovute arrendere alla superiorità dei “Bright Stars”. Questo sorprendente risultato è arrivato nonostante il Sud-Sudan non abbia mai potuto giocare le gare casalinghe nella propria nazione: nel Paese, infatti, non esistono palazzetti sportivi.

Uno degli artefici di questa qualificazione è Luol Deng, ex cestista Nba e attuale presidente-allenatore della nazionale sud-sudanese. «Deng ha convinto i giocatori a vestire la maglia del loro Paese e ha aiutato economicamente la federazione», racconta Mario Castelli, telecronista sportivo di Eurosport.

Uno dei principali artefici di questo successo è Luol Deng, ex cestista sud-sudanese con un importante passato in NBA, attualmente presidente e allenatore della propria nazionale. «Il Sud Sudan deve molto a Deng», racconta Mario Castelli, telecronista sportivo di Eurosport. «Luol da piccolo è dovuto fuggire dal Sudan con la famiglia per motivi politici e ha vissuto la sua carriera sportiva tra Egitto, Inghilterra e Stati Uniti. Con i soldi guadagnati in Nba ha dato una mano enorme alla federazione del proprio Paese». È stato sempre Deng a convincere i giocatori della nazionale a difendere i colori del Sud-Sudan, nonostante le enormi difficoltà logistiche. Tutti i membri della squadra sono vissuti in lontananza fino al termine dell’ultima guerra civile: molti di loro hanno ottenuto asilo politico in Australia, dove si è formata una cospicua colonia sud-sudanese. Inoltre, alcuni sono nati in un campo profughi del Kenya e altri hanno perso i genitori durante i vari conflitti che si sono succeduti. La figura di Deng si lega poi a quella di un’altra leggenda del basket sudanese e volto noto dell’Nba, Manute Bol. Scomparso nel 2010, Bol fino al giorno della sua morte si è battuto per ottenere la pace nel suo Paese. «Bol ha insegnato il gioco del basket a Deng, quando entrambi vivevano ad Alessandria d’Egitto. Deng si è sempre ispirato a Bol. E, quasi come in un film, Deng in veste di allenatore del Sud-Sudan ha ottenuto questa qualificazione ai mondiali proprio nella gara giocata ad Alessandria d’Egitto contro il Senegal. Inoltre, nella squadra gioca Bol Bol, il figlio di Manute. È come se si fosse chiuso un cerchio», chiosa Castelli.

In Sud-Sudan la qualificazione ai mondiali è stata festeggiata anche dalla popolazione e, come sottolinea Stefano Antichi, capo missione in Sud-Sudan per conto dell’organizzazione umanitaria Intersos, «lo sport è importante nei Paesi africani. Sicuramente questo traguardo non cambierà nulla per il Sud-Sudan, ma credo sia importante solo il fatto che, grazie a questo risultato sportivo, questo Paese ha finalmente un po’ di visibilità. E, per una volta, il nome del Sud-Sudan è collegato a un evento positivo».

Ma in ogni caso gli enormi problemi di questa nazione permangono. «Il Sud-Sudan è un Paese senza struttura, a partire dalla classe politica», specifica Antichi. Dopo l’indipendenza nella nazione è scoppiata la già citata guerra civile tra tribù. E anche all’interno del governo attuale (in carica dal 2011) sono sempre proliferate queste tensioni tra gruppi comunitari. Il presidente Salva Kiir fa parte della tribù Dinka, la più numerosa del Paese, mentre il suo attuale vice Riek Machar è della tribù rivale, i Nuer. I due sono stati i comandanti delle rispettive fazioni che si sono scontrate nella guerra civile, terminata circa tre anni fa dopo aver causato 400mila morti e 4 milioni di sfollati. «Kiir e Machar dal 2020 hanno trovato un modo per governare insieme: la guerra civile è teoricamente conclusa ma gli episodi di guerriglia tra i vari gruppi comunitari permangono e l’esercito non è unificato», spiega il capo missione di Intersos. Un ruolo importante nella risoluzione parziale del conflitto lo ha avuto senza dubbio la Chiesa e, proprio a inizio febbraio, papa Francesco si è recato in visita nel Sud-Sudan. «Il papa ha sottolineato la tragedia umanitaria che colpisce il Paese e ha rimproverato i politici sud-sudanesi di non rispettare completamente l’accordo di pace stipulato nel 2018 su spinta del Vaticano».

«Il Sud Sudan non ha una classe dirigente giovane disposta a governare. I giovani sud-sudanesi vanno a vivere in altre nazioni come il Kenya. Non c’è quindi alternativa a chi sta al potere», spiega Stefano Antichi capo missione per la ong Intersos nel Paese.

Nei giorni scorsi un’altra notizia ha scosso lo stato Nord-africano: il presidente Kiir ha posticipato le elezioni di un anno, dal 2024 al 2025. «Molti pensano che sia una mossa fatta solo per permettere a Kiir di rimanere al potere. È vero, ma in parte, perché il Paese non ha una classe dirigente giovane disposta a governare. I giovani Sud-sudanesi vanno a vivere in altre nazioni come il Kenya. Non c’è quindi alternativa a chi sta al potere», chiarisce Antichi.

Oltre ai problemi politici in Sud-Sudan dilaga la piaga della carestia. Nel Paese non è possibile praticare l’agricoltura: «Le alluvioni devastano il terreno ciclicamente e, a parte una piccola quantità di orzo, non si riesce a coltivare nulla», continua l’operatore di Intersos. «Quindi, l’unica fonte di sostentamento proviene dall’allevamento di mucche». Questi animali sono fondamentali per gli abitanti del Sud-Sudan ma sono anche la causa di un altro grave problema: le violenze sessuali e di genere. Donne e bambine sono costantemente in pericolo mentre si spostano con la propria mandria perché le bande armate praticano spesso stupri di gruppo. E, sempre a causa delle mucche, prolifera il fenomeno delle spose-bambine: «Un padre sa che, se dà in sposa la propria figlia, in cambio ottiene una mandria di buoi e se hai una mandria di buoi  in Sud-Sudan riesci a vivere più a lungo».

In Sud-Sudan, carestia, violenze sessuali, educazione scolastica inesistente e un sistema sanitario abbandonato a sé stesso sono le criticità maggiori.

Per il resto, in Sud-Sudan l’educazione scolastica è un miraggio visto che non ci sono soldi per costruire le scuole e pagare gli insegnanti. I collegamenti stradali sono quasi inesistenti e spesso, nella stagione delle piogge, impraticabili. Le reti idrica ed elettrica coprono solo parti minime del Paese. Infine, c’è la gestione dei fondi internazionali che vengono mal gestiti dallo Stato: «Il governo Kiir e le banche private si mangiano gran parte di questi soldi –  spiega Antichi -. Anche il settore sanitario viene abbandonato a sé stesso». Le spese per ospedali e cure mediche in Sud-Sudan sono infatti coperte in parte dalle organizzazioni internazionali ma i recenti tagli dei fondi per la sanità hanno aggravato la situazione.

«Il Sud-Sudan è, quindi, un problema unico. L’indipendenza formale è stata ottenuta nel 2011 ma il Paese è ancora molto lontano da un’indipendenza vera e propria», conclude Antichi.