Qualcosa di positivo il coronavirus l’ha portato: la riscoperta dei rapporti umani. Quelli veri, quelli che non ti fanno sentire solo nemmeno se sei costretto a stare chiuso in casa per la quarantena.

A Milano sono migliaia gli studenti fuori sede che hanno deciso di non fuggire nei paesini di provenienza. Nonostante gli assalti notturni agli ultimi treni prima della sospensione dei trasporti verso il Sud Italia, c’è chi con determinazione resiste e segue le norme previste dai decreti governativi. Jessica e Alessandro ne sono un esempio. Lei studentessa di grafica palermitana appena arrivata a Milano, lui cuoco leccese, condividono lo stesso tetto con un’altra ragazza da appena un mese, ma si stanno conoscendo davvero solo adesso.

«Mi ritengo fortunata perché ho scelto una casa che non è la mia, ma che mi fa stare bene perché ci sono persone che mi allietano la quarantena» dice Jessica commentando la reclusione forzata. «Vado molto d’accordo con loro. La cosa più bella è che siamo un trio variegato per provenienza e interessi e così ci arricchiamo a vicenda, coinvolgendoci l’un l’altra nelle nostre attività. Probabilmente se avessi saputo che a Milano sarebbe esploso questo caos non avrei lasciato Palermo. Adesso però sono felice di stare qui, anche se sono costretta a stare in casa. Al contrario di altri studenti fuori sede, non ho mai pensato di scappare a sud. Ho accettato lo stato delle cose».

A stupirla è proprio il legame che si sta creando con i coinquilini: «A volte capita che il rapporto con gli altri si limiti al buongiorno e alla buonasera. Nel nostro caso no. Questo periodo ci sta unendo molto. Sono felice di passare del tempo con loro, di scherzare e ridere insieme. È come se fossimo una nuova famiglia».

Alessandro invece è a Milano già da qualche anno. È uno dei cuochi del ristorante Penelope, «il miglior posto per cui abbia lavorato». Per lui il coronavirus ha significato la chiusura del locale sicuramente fino al 3 aprile. «Per il momento non sono troppo preoccupato, ma se il blocco dovesse continuare oltre Pasqua sarebbe un problema. Non mi verserebbero lo stipendio e allora come potrei pagare l’affitto?». E la noia delle ferie forzate? «Esco di rado portando sempre con me l’autocertificazione. Mi manca andare in palestra. Per tenermi in allenamento faccio esercizio in casa, con la musica a tutto volume nelle cuffie. Ma se c’è una cosa a cui non posso proprio rinunciare, è cucinare: perciò sono contento di poter preparare il pranzo e la cena alle mie coinquiline. È un modo per sentirmi utile, altrimenti che altro posso fare?». Anche lui conferma il cambiamento che c’è stato nel rapporto con le altre ragazze in casa: «Prima della quarantena non ci vedevamo mai. Loro erano a lezione fino alle sette di sera, io a quell’ora ero già al ristorante per preparare il servizio delle otto. Incontrarsi era una rarità, anche perché tornavo a casa non prima dell’una di notte. La prima volta che ci siamo visti è stata durante la settimana di Sanremo. Sono rientrato tardissimo e le ho trovate a guardare il Festival. Se non fosse stato per quell’occasione, forse avremmo finito per presentarci solo in questi giorni» racconta ridendo.

Ci si fa forza così, aiutandosi l’un l’altra come farebbero fratelli e sorelle, soprattutto perché la mancanza dei familiari si sente eccome. «Ai miei genitori non potrei mai raccontare, per esempio, che ho il raffreddore o l’influenza» afferma Jessica. «Andrebbero nel panico perché non potrebbero raggiungermi, soprattutto ora che i trasporti sono interrotti. Non vivo male l’isolamento in sé, ma mi preoccupo per i miei». Una visione condivisa anche da Alessandro: «Sarei tornato a Lecce per Pasqua, ma a questo punto dubito che ci riuscirò».

Come definire in una sola parola il legame che si sta rafforzando tra loro? Jessica lo dice con convinzione: «Sono un appoggio. Siamo consapevoli della gravità della situazione, ma ci scherziamo su e andiamo avanti. Basta sederci a cena e passa tutto». Per loro non ci sono dubbi: andrà tutto bene.